SOFFERENZA E SPERANZA AL SOGLIO DI PIETRO

marzo 9, 2009

La morte del Servo di Dio, Giovanni Paolo II. L’elezione del nuovo papa, Benedetto XVI. Quando l’uomo va alla ricerca dei segni

La folla dal passo incerto tagliava la notte. Li vedevi a centinaia. Centinaia di miglia di occhi, che consapevoli del proprio e altrui smarrimento procedevano, senza sosta, indomiti, disordinati. Non li riuscivi a seguire. Non li afferravi, perché erano sfuggenti, imprendibili. Perché forse non erano occhi e neppure folla. Forse erano anime. Anime in cerca di qualcuno o di qualcosa. Le anime dell’umanità: una marea interminabile ammassava piazza San Pietro, in quella notte. La notte più lunga di Karol Wojtila. Da dove venissero non si capiva, perché sbucavano da tutte le parti. Da via della Conciliazione e da Borgo Santo Spirito, da via Ottaviano e da via Porta angelica. Non li contavi più. E da ogni laterale, come bruchi impazziti fendevano la notte e le sue oscurità. Sicché non li vedevi, ma vedevi solo il luccicare dei loro occhi e il riflesso delle candele che stringevano in mano. Scorgevi un silenzio surreale, rotto da litanie di preghiera. «Che cosa andate cercando?». Veniva voglia di chiederglielo, che cosa andassero cercando. Ma non v’era risposta che il silenzio. Surreale e assurdo: hai mai provato a toccare il silenzio? Giovanni Paolo II, il papa che aveva cambiato la storia, il papa di Solidarnosc, della caduta del comunismo, dell’apertura all’ebraismo. Dell’ecumenismo. Il papa delle folle oceaniche, dei cento viaggi in giro per il mondo. Il papa dei giovani bercianti “Giovanni-Paolo–Giovanni-Paolo”, delle carezze ai bambini e delle colombe che gli si posavano sul capo. Il papa dell’abbraccio a Madre Teresa. Il papa delle minoranze etniche. L’uomo venuto da molto lontano. Proprio in quella notte ci avrebbe lasciato. Tutti lo sapevano, lo avevano capito. «Che cosa andate cercando?». Veniva voglia di chiederglielo, che cosa andassero cercando. Eppure non v’era risposta che il silenzio, che si trasformò in disperazione con l’ultimo Angelus, dato alla piazza ma mai letto, di Giovanni Paolo II: «All’umanità, che talora sembra smarrita e dominata dal potere del male, dell’egoismo e della paura, il Signore risorto offre in dono il suo amore che perdona, riconcilia e riapre l’animo alla speranza. È amore che converte i cuori e dona la pace. Quanto bisogno ha il mondo di comprendere e di accogliere la Divina Misericordia!». Se ne andò quando la notte copriva la folla dal passo incerto. Venne il giorno e poi ancora la notte. Di quella terribile mercificazione che si fece del suo corpo tutti videro, tutti seppero, tutti fotografavano. Scattavano. Dio, che macabro rito. «Che cosa andate cercando?». Veniva voglia di urlarglielo, che cosa andassero cercando. Neppure questa volta ci fu risposta. Chi erano? Cosa volevano? Era sempre lei: l’umanità, smarrita e dominata dal male, dall’egoismo e dalla paura. Incredula, si guardava negli occhi. Incredula, smarrita, spaurita: piangeva. Le folle oceaniche si ricompattarono in silenzio, il giorno dei suoi funerali. Giovanni Paolo II stava lì dentro una bara di noce. «Che cosa andate cercando?». Veniva voglia di chiederglielo, che cosa andassero cercando. Cercavano lui. Un segno di lui. Già mancava a sua forza e il suo carisma. Lo trovarono nel vento che, in quel giorno, soffiava su Roma. Lui aleggiava nel vento, sì. Il vento che è spirito di vita. Il vento essenza della vita. Lì c’era la morte, c’era un corpo morto, ma c’era anche la vita. E Lui, in quel vento, che quella mattina soffiava su Roma, sfogliò le pagine del Vangelo che gli avevano messo sopra il corpo morto. Lo sfogliò nel silenzio più assoluto. Quel fruscio di pagine lo rese immortale. Eterno e immortale. Dunque, vivo per sempre. In piazza San Pietro, il bailamme mediatico divampò per un mese. Tutti volevano essere lì e testimoniare. E il sorriso, la gioia sui volti dell’umanità smarrita e dominata dal male, ritornò al suono delle campane a festa che soffocarono il fumo bianco che usciva dal comignolo della Cappella Sistina. Di nuovo arrivavano da tutte le parti, come bruchi impazziti che fendevano il crepuscolo. «Che cosa andate cercando?». Veniva voglia di chiederglielo, che cosa andassero cercando. L’ondata di fedeli accorsa per partecipare all’inizio del ministero petrino del nuovo pontefice Benedetto XVI echeggiava dei colori, dei volti e delle bandiere del mondo. Assaltata l’eterna città, nel weekend di San Marco. Non un albergo libero, zaini enormi con sacco a pelo, metropolitane intasate all’inverosimile, eppure erano lì. Tutti erano lì. “Benedetto, Benedetto” gridavano all’unisono, scandendone le sillabe, giovani e anziani, famiglie con passeggini al seguito. Visiere bardate, occhiale di tendenza, capelli colorati e scomposti, piercing, l’immancabile videofonino per suggellare i momenti più salienti. In mano reggevano striscioni e lunghi pezzi di lenzuolo bianco, di spray graffitatati. Calligrafie infantili, messaggi ora commoventi, ora confidenziali. Era sempre l’umanità. Quelle anime instancabili, indomabili. Variopinte e vive. Lo gridavano il loro essere vive. Fulgide. Bellissime: morte con lui, ma eternamente vive insieme a Lui. «Che cosa andate cercando?». Veniva voglia di chiederglielo, che cosa andassero cercando. Cercavano il giorno. La luce che, forte e accecante, immortale dunque eterna, tornò di nuovo a splendere sull’umanità smarrita e dominata dal male.

Oscar Puntel

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IL CLEULIS CHE ANCORA PULSA IN TERRA CARIOCA

marzo 9, 2009

 Partirono in cerca di fortuna fra il 1886 e il 1920. Oggi i loro discendenti sono oltre 2150. Portano tutti lo stesso cognome di don Tarcisio Puntel, il parroco che è volato fino in Brasile per conoscerli e incontrarli.

Il verde delle foreste del Mato Groso, immense distese. Le acque di Foz do Iguaçù e Cascavel al confine con il Paraguay. E quelle case di Pomassera, oggi ruderi decadenti, ma colmi di ricordi e di storie. Don Tarcisio Puntel, parroco di Cleulis e di Paluzza, è ritornato in Brasile, a 19 anni dalla prima vista “ufficiale” dove aveva già avuto modo di incontrare con l’allora parroco di Cleulis di Paluzza, don Carlo Primus, e con don Danilo Puntel, allora sacerdote a Carraria di Cividale, parte dei figli della loro terra: i discendenti dei tanti emigrati che a cavallo del secolo scorso si spostarono in terra carioca in cerca di fortuna. Senza ritorno. Questa volta è stato diverso. Un certosino lavoro di ricerca genealogica, combinato alle potenzialità di un sito web creato ad hoc (www.puntelgenealogia.hpg.com.br), a cura di Candido Puntel nel Minas Gerais e Neiva Vendruscolo nel Rio Grande do Sul, entrambi tanto appassionati quanto artigiani ricercatori delle proprie radici, ha messo in luce una costellazione di reti e contatti che prima non esisteva. In tanti, infatti, portavano il cognome Puntel senza conoscere nulla della loro storia. Perché allora non organizzare un grande incontro fra tutte queste persone? Don Tarcisio Puntel, 57 anni, parroco di Cleulis e di Paluzza, tiene ancora sulla scrivania, accanto ai messali, la targa ricordo del grande evento: il primo incontro nazionale della famiglia “Puntel”. Il censimento rilevato grandi cifre. Diciannove anni fa si conosceva solo la punta di un iceberg: ad oggi il Brasile raccoglie oltre 2150 con questo cognome. Alla festa – di cui hanno scritto e parlato i principali media locali – se ne contavano circa 1200.

 

 

Don Puntel, la letteratura che studia i processi demografici parla di “caso Cleulis”. Com’è possibile che si arrivi a queste cifre?

«Consultando i registri parrocchiali, ho accertato che fra il 1886 e il 1920, 17 famiglie partirono da Cleulis per il Minas Gerais e Rio Grande do Sul. Il flusso migratorio verso quella terra aveva coinvolto molti paesi del Friuli e del Veneto, perché i grandi latifondisti brasiliani necessitavano di manodopera. Questi primi emigranti erano anche particolarmente prolifici, avevano dai 10 ai 15 figli».

 

 

Com’è cominciato l’interesse per questi discendenti?

«Diciannove anni fa, siamo andati in Brasile per incontrali per la prima volta, proprio perché sapevamo di queste realtà. Questo primo contatto ha acceso una miccia. E soprattutto gli entusiasmi. Uno di loro, Candido Puntel, ha cominciato le ricerche e si è messo a ricostruire gli alberi genealogici di chi portava il suo stesso cognome in Brasile».

 

 

E alla festa come si è arrivati?

«Perché ci si accorgeva che molti di loro né si erano mai incontrati, né conoscevano le proprie origini e la storia della loro famiglia. Abbiamo avuto ancora l’opportunità di conoscerci».

Allora i flussi migratori erano unilaterali. Nessuno ha manifestato l’idea di ripercorrere a ritroso quella strada?

«Tantissimi tornerebbero, se potessero. Ho conosciuto anche un giovane che ha manifestato la chiara intenzione di diventare sacerdote. Ad ottobre dovrebbe arrivare da noi per entrare poi in seminario. La sua intenzione è quella di rimanere qui».

 

Il diario di viaggio di don Tarcisio

Le emozioni nel suo racconto diretto

«Sono ritornato in Brasile. Dopo 19 anni dalla mia prima visita, mi è giunto l’invito da parte dei discendenti dei nostri emigrati. Oggi, più di 2150 brasiliani portano il cognome Puntel! Se poi a questi un giorno potremo fare la conta anche dei Micolino, Prodorutti e Maieron e poi degli Unfer e dei Muser di Timau e dei Dassi di Cercivento, davvero ci saranno altre sorprese!  Cento anni fa, precisamente nel 1905, Lorenzo Puntel con i due fratelli Giovanni e Osvaldo, la moglie Pasqua Primus (Leon) e i figli Cromazio, Giovanni e Pietro, emigrarono da Cleulis per raggiungere nella Pomasserra (un altopiano nell’estremo sud del Brasile, vicino all’Argentina) lo zio Giovanni Giacomo/Rampon. Candido, nipote di Lorenzo, ha voluto ricordare il centenario dell’emigrazione del nonno, proponendo una grande festa che avrebbe riunito tutta la famiglia Puntel del Brasile. Per questo si è costituito un comitato organizzatore con sede nella casa di Gilson Puntel in Sobradinho Questo incontro resterà nella storia del paese e nel cuore di quei 1200 partecipanti che ora finalmente conoscono la loro storia e soprattutto quella minuscola località che le carte geografiche non segnalano ma che per loro porta un nome quasi magico: Cleulis».

Gli ultimi discendenti

«Argentina di Colombo di Peta è per l’unica cleuliana vivente e nata a Cleulis. Con i suoi 89 anni è assistita dalla figlia Sonia, la quinta dei suoi 13 figli. Parla molto del suo passato, ma non ci riconosce più…peccato! Molto commovente è stata la visita a ‘Sualdin, figlio di Giovanni che era un fratello da Falcina. L’abbiamo incontrato nella sua casetta non lontano dalla città, con i suoi 94 anni, ormai sofferente, ma con la mente lucida. Non dimenticherò mai quest’uomo che ancora parlava “par clevolan” e ripeteva continuamente:” Cumò pos muri content parcè che cualchidun al è vegnut da l’Italia a cjatanus…un padre (preidi) da l’Italia…oh ce biel!”. Povero ‘Sualdin! Conservava ancora gelosamente il libro di preghiere di sua mamma Caterina (Comeli) portato dall’Italia! Qualche giorno dopo era presente anche lui grande festa della famiglia Puntel. E’ morto il 26 giugno scorso…con questa soddisfazione nel cuore. Il Signore lo abbia in gloria».

Incontro della famiglia Puntel

«La mattina del 1° maggio è stato tutto un brulicare di gente attorno al Salao do Fejao di Sobradinho, un grande salone costruito nella forma di uno stadio. Tutti sono festosi. Sono letteralmente sommerso dalla gente. Non so quanti ho abbracciato, quanti ne ho visti piangere…l’emozione è  stata grande. Arrivano anche Padre Amaro, figlio di Vittorio di Colombo di Peta, parroco a Formigueiro e Padre Albino della famiglia di Franz di Comeli e parroco a S. Giovanni di Polesine con i quali concelebro la S. Messa che si apre con l’ingresso di un corteo che rappresenta i nostri emigranti: una coppia di sposi con i bambini e il baule in mano, altri cul seon, la falç, la plana, il riscjel, il rosari. Il coro, accompagnato dalla fisarmonica, canta canzoni italiane.

 

Ho parlato con il cuore davanti a 1200 persone attentissime e ansiose di conoscere. Hanno parlato il sindaco della città, i due sacerdoti e Candido. A tutto questo è seguito un grande pranzo e poi ancora una volta tutti nel Salao do Fejao dove Candido ha spiegato la storia della nostra emigrazione, delle famiglie e delle relazioni parentali.

Davvero quel comitato costituito da Candido, Gilson e il figlio Tacio, Sennen, fratello di Candido, Pedrinho/Rampon, Chequinho della Pomasserra, i figli di Aristide/Rampon e …mi perdonino gli altri se non ricordo tutto, ha lavorato egregiamente a tal punto che già si parla di organizzare altri incontri di questo tipo, magari aggiungendo i Maieron, gli Unfer, i Prodorutti, i Muser, i Micolino…e con una delegazione più nutrita da Cleulis. Si parla ancora di un gemellaggio con il comune di Paluzza del quale sarebbero d’accordo anche i due sindaci. Altri momenti commoventi sono stati la lettura del messaggio del sindaco di Paluzza e la consegna di una pergamena con la firma di tutti i capifamiglia di Cleulis».


ELETTRODOTTI, QUESTI SCONOSCIUTI

marzo 9, 2009

Aprile 2005: con la presentazione agli uffici tecnici dei comuni interessati, siamo venuti ufficialmente a conoscenza del progetto di Ferriere Nord per la costruzione di un elettrodotto di interconnessione con l’Austria dove l’industria del Cav. Pittini si approvvigionerebbe di energia elettrica ad un costo inferiore (si parla del 40%). I dati contenuti nel progetto, quelli riportati nella stampa locale ed altri scaricabili da Internet ci danno la possibilità di fare un quadro ragionato della situazione. Innanzitutto le dimensioni di questa imponente infrastruttura che si estenderebbe con i suoi tralicci di 30-40 metri, campate di 300 metri ed un fascia disboscata di 40 metri per 44,2 km da Wurmlach in Austria, lungo la valle del But fino a Somplago, con una estensione di 8,6 km nel comune di Paluzza. Il Cav. Pittini con una lettera pubblicata su alcuni quotidiani locali ci ha chiarito le motivazioni che lo spingono verso questa iniziativa, parlando di alti costi di Energia elettrica e dei 52 milioni di  euro l’anno spesi dalla sua azienda in questo settore sostenendo che tale cifra influisce del 30% sul costo del prodotto finito. Ci ha illustrato l’importanza della sua azienda per l’economia regionale con i suoi 1250 dipendenti, un alto volume di indotto: 140.000 autotreni, 18.000 carri ferroviari e 150-200 navi all’anno ed un progetto di investimenti di 40 milioni di euro fermo in attesa di conoscere il suo destino e… se il cavallo non beve! Ci ha poi rassicurato che la sua azienda si occupa di siderurgia e non di energia elettrica e che si trova suo malgrado costretta a rincorrere questa nuova possibilità,  per i già citati motivi. Certo, in questo modo risparmierebbe il  40% di quei 52 milioni di euro di energia che ora acquista in Italia e cioè 20,8 milioni di euro l’anno che gli darebbe finalmente modo di confrontarsi ad armi pari con le industrie estere, ma a quanto ammonterà invece il ricavato della restante grossa fetta di energia trasportata? Ci sembra improbabile che l’azienda consumi i 300 MVA trasportabili con l’elettrodotto, se solo ne consumasse 60 rimarrebbero comunque 4/5 da poter gestire assieme ai due patner: Enel produzione e l’austriaca Verbund. Certo che poi in mezzo a queste cifre, quel milione di euro/anno per 10 anni, “donati” ai comuni interessati appare ben poca cosa ( se suddiviso per i 19.417 abitanti i comuni interessati: circa 50 euro a testa e per fortuna che la Carnia è spopolata). Ma in fondo queste sono le considerazioni di imprenditori che cercano la congiuntura favorevole per i loro investimenti, come dimostrano anche i 7 progetti presentati da altri al gestore nazionale per la realizzazione di un’interconnessione con l’Austria ed i 13 con la Slovenia nella sola nostra regione. E’ emblematico il fatto che se venissero costruiti i 4 previsti lungo la nostra valle (comunque improbabile) l’energia trasportata sarebbe sufficiente per l’intero Friuli, si perché nella regione si è consumato durante il 2003  9.488,8 GWh con un bilancio in negativo di -1.643,1 GWh ed il consumo pro capite di energia è di 7.600 KWh contro la media nazionale di 4.900 Kwh. Questo gap verrà superato con la costruente centrale a ciclo combinato da 800 MW di Torviscosa, con il potenziamento della centrale di Monfalcone e con altre infrastrutture già previste a Gorizia e Trieste. Tenendo pur conto che i calcoli non possono basarsi solo sulle medie annuali ma anche delle punte di assorbimento in certi determinati periodi, e del reale deficit energetico in cui versa l’Italia (-50.967,6 GWh, anno 2003), queste interconnessioni pur di indubbia utilità non risulteranno quindi fondamentali per il fabbisogno energetico regionale. Troviamo quindi gli industriali impegnati in progetti per dare ossigeno alle proprie aziende con possibilità di  ulteriori guadagni e gli abitanti delle zone interessate che ovviamente si oppongono alla realizzazione di infrastrutture che non reputano necessarie, dalle quali trarrebbero solo svantaggi in termini sanitari, economici ed ambientali e che costituendosi in comitati di protesta, rifiutano i progetti presentati, esponendo le proprie ragioni e proponendo delle alternative quale l’interramento lungo il già vincolato tragitto dell’oleodotto (siot) che snodandosi lungo la valle con una galleria giunge proprio fino a Wurmlach, questo senza ulteriori vincoli e servitù per i residenti ed un impatto ambientale molto minore. La proposta dimostra inoltre la comprensione del problema energetico da parte della gente della montagna ed una apertura verso chi comunque necessita di tale infrastruttura e laddove gli eventuali aumenti dei costi di realizzazione da parte dei privati imprenditori, non dovrebbero assumere un peso determinante nella formazione del giudizio da parte degli organi pubblici preposti alla tutela dell’ambiente e della salute chiamati a dare un giudizio. Aspetto sanitario di capitale importanza, visto che numerosi sono gli studi dell’organizzazione mondiale della sanità dell’istituto superiore di sanità e l’ultimo studio internazionale settembre 2000, finanziato dalla comunità europea che afferma che “il rischio di leucemia infantile raddoppia in prossimità di elettrodotti quando il campo ha valori uguali o maggiori a 0,4 μTesla”. Va detto che le normative Italiane prevedono un limite per i nuovi elettrodotti di 3 μTesla raggiungibili allontanandosi dagli elettrodotti rispettivamente a 150 – 380 kV di 10 – 28 metri, mentre per il limite,  considerato di sicurezza, di 0,2 μTesla la distanza risulta circa 46 – 109 metri L’interramento invece  comporterebbe, grazie alla funzione isolante degli isolanti stessi e del terreno, un dimezzamento di tali valori a parità di tensione anche se alcuni sostengono che in prossimità del passaggio l’esposizione è superiore rispetto ad una linea mentre allontanandosi si riduce della metà. La fascia di sicurezza dell’elettrodotto, qualora si voglia seguire il limite di 0,2 μTesla dovrebbe risultare attorno ai 90 – 220 metri entro i quali non ci dovrebbe essere nessun nucleo abitativo!!

I dati sono stati raccolti su internet nelle pagine di questi siti: http://www.grtn.it ; www.who.int ; www.wwf.it/FriuliVeneziaGiulia ; www.verdinrete.it/ondakiller.

I. P.


7 febbraio 1946. Alcuni nostri compaesani vennero consegnati in affido alle famiglie della bassa friulana. Nostra intervista a Beppino Puntel di Aip. Uno dei protagonisti. BAMBINI STRAPPATI PER POVERTA’

marzo 9, 2009

Si fermarono anche 5 anni di seguito. Si integrarono (quasi) perfettamente, studiando e lavorando nei campi. Ma la nostalgia stava sempre all’erta.

Affidamento: consegna di un minore a una famiglia, a una singola persona o ad un ente di assistenza, che ne diventano i responsabili, li mantengono e li accudiscono.  Oggi tutti sanno benissimo cosa significhi questa parola ma i più giovani non sanno che questo termine ha significato molto nel bene e nel male anche per una parte di bambini di Cleulis nel periodo immediatamente successivo al secondo conflitto mondiale. Allora non c’erano problemi di scarsa natalità, basti pensare che pochi decenni prima, esattamente nel 1926, la provincia di Udine era al quarto posto nella classifica italiana che vantava il maggior numero di famiglie con più di dieci figli (si seguiva il famoso adagio l’a c’al sta un al sta ancje che l’ati). Il grande problema era però, come si può facilmente intuire, il mantenimento di tutti quei figli. Un problema divenuto molto più urgente dopo la guerra, la miseria era nera specialmente nelle zone montane; del resto chi di noi non ha mai sentito parlare della famigerata annata del ’44? E così anche nel nostro paese si organizzò di poter mandare una parte di che mularia in affidamento presso famiglie della bassa friulana che se la passavano un po’ meglio. La generazione a cui toccò innanzi tempo lasciare il paese e andare alla ventura fu quella nata negli anni ’30 e che all’epoca aveva quindi di media una decina di anni. Partivano i ragazzi con la sventatezza e l’incoscienza della loro età verso la bassa che probabilmente avrebbe potuto offrirgli condizioni di vita migliori.  Chi ce lo racconta è proprio uno dei bambini di allora Beppino Puntel.

Da chi veniva organizzata questa forma di affido? 

Il tutto fu organizzato da don Celso e dall’ allora parroco di Timau don Ludovico, essi trovarono il modo di poter mandare, dove c’erano famiglie numerose, un bambino presso una famiglia friulana che li mantenesse.

E cosa si ricorda del giorno della partenza e del viaggio?

Partimmo il 7 febbraio 1946 alle sei del mattino da Pakai in un vecchio camion. Eravamo tutti digiuni e almeno fino alle 9 di sera (orario in cui io sono arrivato a destinazione) non abbiamo mangiato nulla. L’unico che si era portato dietro qualcosa era Giovannino (Conco) che tal salarin das cjaras aveva una parte di polenta, divorata già dopo Arta.  Il viaggio era stato lungo, attraversammo tutti i paesi del Friuli e in ogni paese scendevamo dal camion e i contadini, che erano già lì ad aspettarci, sceglievano un bambino e se lo portavano a casa. Naturalmente i primi a essere scelti erano quelli più in forma fisicamente, che rappresentavano una garanzia per il lavoro in campagna. Io assieme a Rosa, sua sorella Stefania e Feo, siamo stati gli ultimi ad essere scelti a San Vito al Torre vicino Palmanova. Impresso nella mia memoria è il momento in cui scesi sulla piazzetta si avvicinò a me un uomo con un pizzetto che mi chiese “Vutu vegni cu mei?”, cosa dovevo fare? Lo seguii in quella che divenne la mia seconda famiglia per ben cinque anni, anche se l’idea iniziale prevedeva che ci fermassimo giù solo durante la stagione invernale. Feci anche le scuole professionali a Palmanova.

Come mai all’interno della sua famiglia scelsero proprio lei?

Noi eravamo in sette fratelli che ancora oggi mi chiedo come si faceva a sopravvivere, le patate non riuscivano nemmeno a crescere che le avevamo già tolte per mangiarle, rimasti senza mucca, eppure siamo cresciuti lo stesso, oggi invece ci si è complicati la vita. Probabilmente hanno mandato me perché ero l’unico dei fratelli che andava a fare da chierichetto a don Celso e così lui e mia madre di comune accordo hanno optato per me.

Come stato l’accoglienza?

Nonostante avessi una enorme fame, non potei mangiare fino alle dieci, perché prima mi fecero spogliare, bruciarono i miei vestiti tal bearc (aia) e mi misero a mollo in tun podin con l’acqua calda posizionato nella stalla. Figuriamoci, io avevo un paio di pantaloni portati da Viti dall’Albania, tagliati al ginocchio, non avevamo niente di decente addosso, del resto era naturale dato i tempi che correvano… poi, immaginiamoci, in che stati eravamo, in quel cassone con la polvere che entrava da ogni parte, non esisteva l’asfalto.  

Come si è trovato nella nuova famiglia?

Devo dire che personalmente mi sono trovato benissimo, mi trattavano meglio di loro, addirittura meglio di loro figlio piccolo. E a proposito dei vestiti, avevano una figlia sposata a Trieste che era sarta e mi faceva i vestiti lei, mi vestiva come un conte. Mi fornirono anche una bicicletta nuova per andare alla scuola professionale e fare i cinque chilometri che separano San Vito da Palmanova.

Nessun problema di adattamento?

No, passati i primi tempi in cui gli altri bambini ci prendevano in giro sulle nostre radici carniche con i soliti ritornelli legati al famoso cjarnei cence Diu, tutto poi si è sistemato subito, avevamo assimilato addirittura la loro cadenza nel parlare e quando tornavamo a casa ci prendevano in giro per questo. Da un opposto all’altro. Io penso che le differenze se uno si adatta non si sentano, è chiaro che andando in un altro posto è necessario uniformarsi agli usi del luogo. Poi molto dipende dal carattere delle persone, non tutti si sono trovati bene e qualcuno è dovuto tornare a casa prima del tempo. Un ragazzo che era con noi per esempio un giorno in classe non ha resistito alle continue canzonature dai furlans nei suoi confronti e ha reagito veementemente, tanto da dover tornare a casa la settimana dopo. Però ho sofferto di nostalgia, tanta. Avevo tutto, quassù non c’era nulla, eppure… Rammento benissimo, quando col bel tempo si riusciva a vedere le cime dei monti rossastre nel tramonto e un giorno mentre le guardavo sono svenuto a cj vegniva un grop c’a nol lava nè sù nè jù. Subito i miei tutori hanno chiamato il medico, che non riuscendo a capire – sospettava il malcaduto – ha lasciato cadere la cosa. Il brutto è che un mese dopo mi è risuccesso e questa volta il medico ha intuito cos’era, era solo la granda peta di cjasa. La terapia fu il darmi qualcosa da fare che mi impedisse di guardare il panorama e di pensare troppo in quei momenti. Una “malattia” che mi sono portato dietro lungo tutti i cinquant’anni che ho fatto all’estero e ho sempre pensato “quant chi hai sessent’agns a costo di tornaa i ciuculas ma torni.

Li ha più rivisti poi i suoi genitori putativi?

Passavo sempre a trovarli finché erano in vita. Avevano molto terreno, un dieci ettari, e vivevano di campagna, producevano una cinquantina di ettolitri di vino. Ho imparato il mestiere dei campi laggiù, andando ad arare con i buoi e una decina di mucche attaccate all’aratro. Le bestie sapevano già quando dovevano girare, prima si metteva il frumento e dopo il mais. Ero diventato un contadino come loro, ma non ho mai avuto passione per quel lavoro.  Inoltre il mio tutore teneva la contabilità del comune, mi ricordo bene i grossi registri che aveva in casa. Ho osservato molto la sua calligrafia per poterla imparare, ho imparato a scrivere da lui, diritto anche senza avere le righe nel quaderno. Anzi, a scuola – l’ultimo anno di disegno l’ho frequentato quassù – il maestro commentava la mia scrittura minuscola con un va ben che tu seis fradi di un oroloiar” ! E fare i compiti durante la notte perché non si aveva tempo durante il giorno. Molte volte mia madre ci trovava addormentati sulla tavola con i quaderni, non si andava neanche a letto. Si facevano i disegni con la china e stare attenti a non sporcare altrimenti bisognava togliere la macchia con una lametta e poi passare col pane per ridare al foglio il giusto colore.

Sarà tornato saltuariamente a casa? 

Ogni anno, venivo su con la corriera specialmente nella stagione estiva. La situazione andava certo migliorando ma non c’era ancora possibilità di avere quello che mi offrivano a San Vito e tuttavia quando dovevo ritornarvi e lasciare ancora una volta Cleulis piangevo sempre.

E il ritorno definitivo, quand’è stato?

Sono definitivamente tornato a quindici anni, per poi ripartire subito per Bolzano a imparare il mestiere come apprendista. Tutti quelli che sono partiti con me sono tornati a Cleulis, ma sono ripartiti subito dopo per le ovvie necessità lavorative.

Guardando indietro cosa le è rimasto di quel periodo?

Mah, contro ogni evidenza, posso dire che è stato bello, tornerei subito indietro se potessi. Quando si è giovani è sempre bello, non si pensa tanto alle cose, le si vive e basta. Si sente spesso ripetere in vin provadas tantas, in vin provadas tantas, invece io penso che quando uno è giovane supera tutto e tutto è roseo. Quando siamo partiti quel giorno di febbraio nessuno ha avuto brutti pensieri o si è tirato indietro, anzi volevin laa ducj tanto che qualcuno rimasto a casa ha pianto un mese intero. Eravamo troppo piccoli per farci cattivo sangue, anche se eravamo coscienti che non si andava in vacanza. Si andava e basta. Ricordi belli di quel tempo sono le partite a calcio che ci organizzava il parroco di San Vito, un omone alto due metri che forse teneva più a quelle partite che non a officiare messa. Quando la nostra squadra ha vinto la coppa di Gradisca ha fatto il giro del paese in bicicletta con la coppa in mano. Se mancava qualcuno entrava lui in campo con la sua lunga tonaca.

Sara Maieron 


CANTIERE “PARROCCHIA”

marzo 9, 2009

 

Sta per terminare il primo lotto dei lavori della Chiesa di Sant’Osvaldo. Mentre si è già eseguita l’impermeabilizzazione della soletta della cella campanaria, è in ultimazione la tinteggiatura del campanile e della cella campanaria, nonché del basamento a zoccolo della Chiesa. A protezione delle vetrate decorate del lato ovest, inoltre, verranno a breve posizionate lastre di plexiglas o vetro. Per quanto riguarda la sistemazione dell’esterno della Chiesa, i lavori, pari a un importo di circa 87 mila euro sono in fase di appalto, in quanto la precedente asta era andata deserta. Il sacerdote e la fabbriceria sarà presto chiamata a valutare le decisioni da adottare in merito al rifacimento dei soffitti interni al luogo di culto e all’eventuale sostituzione degli intonaci più deteriorati. Attualmente sono in fase di studio caratteristiche e costi dell’intervento.

Walter Puntel