«Cento anni, cento mesi, l’acqua torna ai suoi paesi»

marzo 9, 2009

Come dice questo proverbio, siamo ritornati al luogo dove hanno abitato i nostri antenati, perché desideravamo molto conoscere le nostre origini. Siamo brasiliani, discendenti della famiglia Puntel-Rampon; il nostro trisnonno Giovanni Giacomo emigrò nel 1888 e oggi siamo più di 100 discendenti in Brasile. Il motivo che ci ha portato in Italia, in questa regione, è conoscere i nostri parenti che abitano qui, il paese, la cultura, la parlata e anche fare una esperienza di vita e tornare ad essere italiani con la doppia cittadinanza, alla quale abbiamo diritto per la nostra ascendenza italiana. Speriamo di fare molti amici e tenere un buona relazione con la comunità. Siamo molto felici di aver qui un popolo che ci ha ricevuto e ci sta accogliendo come figli che ritornano a casa. Ringraziamo Dio in primo luogo, la famiglia di Vinicio Puntel che ci ha ospitato nella propria casa e don Tarcisio che ha fatto tanto per noi. Salutiamo tutte le persone di Cleulis e Paluzza che ci hanno ricevuto e aiutato. Speriamo un giorno di poter ricambiare: avremmo piacere di accoglierle nella nostra casa in Brasile. 

Como diz este provérbio, nos retornamos ao lugar onde habitavam nossos antepassados, pois desejàvamos muito conhecer nossos origens. Somos brasileiros descendentes de famìlia Puntel-Rampon; nosso trisnonno João Jacò emigrou em 1888, hoje são mais de 100 descendentes no Brasil. O motivo que nos trouxe a Italia, nesta região, è conhecer nossos parentes que moram aqui, o paìs, a cultura, o idioma e tamben buscar uma expêriencia de vida e nos tornarmos italianos atravéz da dupla cidadania a que nos temos direito pela nossa ascendência italiana. Esperamos fazer muitos amigos e termos um bom relacionamento com a comunidade. Estamos muito felizes por termos aqui un povo que nos recebeu e esta nos acolhendo como filhos que retornam a casa. Agradecemos a Deus em 1° lugar, a familia de Vinicio Puntel que nos hospedou em sua casa e a dom Tarcìsio que tanto tem feito por nos. Saudamos a todas as pessoas de Cleulis e Paluzza que nos receberam e tem nos ajudados. Esperamos un dia poder retribuir e gostarìamos de recebe-los em nossa casa no Brasil.

Jadir Darlan Puntel

Jamir Luis Puntel

 

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«Sumo, no sta jessi coma Protar!»

marzo 9, 2009

 

E’ uscito quest’anno un simpatico libretto edito dal Circolo Culturale Menocchio di Montereale Valcellina con il titolo Il troi par Ravasclêt”. L’autore è Sergio De Infanti. Ci viene presentata una serie di personaggi, di quelli che un tempo non mancavano nei nostri paesi e che riuscivano a dare un po’ di colore alla monotonia del vivere quotidiano. Per questo non sono stati dimenticati. C’è anche una pagina dedicata a un clevolan il cui nome, noi adulti, abbiamo sentito spesso sulla bocca delle nostre mamme che ci rimproveravano, quando facevamo gli spiritosi: “Sumo, no sta jessi coma Protar!”.Prima di presentare ai lettori quella pagina, è necessario conoscere la storia di questo sfortunato compaesano, finito in quel di Ravascletto dopo le disgrazie che avevano colpito la sua famiglia. Si chiamava Gregorio Prodorutti ed era nato in Leipà nel 1895, nella casa che noi ricordiamo di proprietà di Luzia da Calan.Papà Giacomo (1849-1910) era conosciuto in paese con il soprannome di Vacjissim; da bravo muratore si era costruito la casa, dopo l’incendio di Cleulis e qui si era portato nella anno 1879 la sposa, una ragazza di Ravascletto di nome Da Pozzo Caterina. I fratelli di Giacomo erano: Leonardo che nel 1861 si sposò a Ravascletto dando vita alle famiglie Prodorutti di quella    comunità; Giuseppe (1838-1894) che teneva osteria a Cleulis nella sua casa in Monacoo (quella di Neloç) e non ebbe figli; Giovanni (1840-1908) chiamato Ferro o Miserere, che pure si costruì la casa in Leipacco (la casa da Falcina) ed è il papà di Ferut; Margherita (1844-1925). E’ la mamma da Moza, Mozita e Toni da Moza. Dal matrimonio di Giacomo e Caterina nacquero 5 figli, di cui 4 morti in tenera età. Sopravvisse soltanto Gregorio o Protar come era conosciuto da noi o Gori  come lo chiamavano a Ravascletto. Nel 1908 morì mamma Caterina, raggiunta due anni dopo anche dal marito. Il povero  Protar che da piccolo era stato colpito dalla meningite, fu accolto per alcuni anni nella famiglia di Puntel Antonio (Toniz) e poi venne portato dagli zii a Ravascletto ( là  infatti abitavano il fratello del papà e quelli della mamma).  E qui incomincia quella parte della sua storia vissuta in quel di Monaco.

don Tarcisio Puntel

Il 13 aprile del ’39 il Vecju fu chiamato alle armi per un periodo di istruzione che durò fino alla fine di agosto. Anche il compaesano soprannominato Gori, che da piccolo aveva avuto la meningite, fu chiamato in una località vicino Firenze a fare il C.A.R. militare. Il regime avveva dichiarato di poter disporre di otto milioni di baionette, perciò l’arruolamneto veniva effettuato senza andare troppo per il sottile. Gori era nato a Cleulis, frazione del Comune di Paluzza e, dopo la malattia, era stato affidato a dei parenti di Palù, frazione di Ravascletto, a causa dei grossi problemi economici di sopravvivenza che c’erano a casa sua. La famiglia che lo aveva accolto se la cavava discretamente e sapeva che tutta la comunità sarebbe stata solidale., come accadeva un po’ dappertutto, aiutando il ragazzo ad inserirsi nel nuovo ambiente attraverso i piccoli gesti della quotidianità: Gori sarebbe divenuto figlio di tutti e tutti avrebbero concorso a a vestirlo e sfamarlo in cambio, ovviamente, dei piccoli servizi manuali che riusciva a fare. Gori, a vederlo, era normale: il suo cervello, però arrivava fin dove arrivava. Il primo giorno di libera uscita, chiese a tutti: «Par plasê, la esel il troi par Ravasclêt?» (Per favore dov’è il sentiero per Ravascletto?). Non tornò in caserma, e alcuni giorni dopo si presentò al suo capofamiglia, chiamato barbe (zio), dicendogli: «… E bore, barbe, i soi tornât a cjase!». Come fosse riuscito a raggiungere Ravascletto, partendo da solo da Firenze, nessuno lo seppe mai. Per fortuna l’esercito si dimenticò di lui, che riprese la vita di sempre, con il ruolo di “scemo del villaggio”, accolto e rispettato come essere umano, ma anche fonte di aneddoti, a comincia da quel suo refrain intraducibile con cui iniziava qualsiasi affermazione: «E bore». Per quelli della mia età è rimasto memorabile l’episodio della polenta. Doveva portare il frugale pasto agli addetti alla fienagione sui ripidi prati del Monte Zoncolan, quando appoggiata la gerla contenente il pranzo, a causa di un movimento maldestro, la polenta del tipo compatto e duro, uscita dalla gerla, iniziò a rotolare rapidamente lungo il pendio. Gori, con l’aria di chi constata l’ovvio svolgersi di un fatto, esclamò ai falciatori attoniti, che si vedevano sparire il pranzo: «E bore, a è rotonda e encjemò a cor!» (E bore, è rotonda e corre anche). Un altro episodio riguarda la proprietaria dell’albergo “Valcalda”, chiamata dai paesani Quaresima per via della sua tirchieria e sobrietà nel vestirsi.  Dopo che Gori l’aveva aiutata in cantina, gli chiese se voleva come ricompensa un panino o un bicchiere di vino. Gori, senza esitazione, rispose: «E bore, il pan tocjât tal vin!». (E bore, il pane intinto nel vino). Anche suo barbe, che lo aveva mandato a prendere un secchio d’acqua alla fontana e che lo aveva redarguito per la sua rapidità, dicendogli che probabilmente aveva preso l’acqua nell’arcja, nella vasca, e non dal tubo, prontamente rispose: «E bore, se non mi credi, va’ a vedere».

Sergio De Infanti


Diamo i numeri

marzo 9, 2009

900

Sono le persone fino ad oggi individuate da Candido Puntel che in Brasile portano il cognome “Puntel”. Mancano all’appello più di 100 famiglie.

135

Erano gli abitanti di Somlavila (sopra via Postetto), nel 1960. Oggi sono appena 35. I giovani non ci stanno per la situazione di degrado e la mancanza della strada.

45

Sono bovini (fra vitelli e vacche) allevati nelle nostre stalle. Nel 1812 fra Cleulis e Timau per una popolazione complessiva di 585 abitanti, i bovini erano 255. Si pensi però che solo la famiglia di Tarcisio ne alleva 17, la Ines di Aip 10 e 8 Vinicio. Scompare la mucca “familiare”.


DOMENICA: PASQUA DELLA SETTIMANA

marzo 9, 2009

 

Pensando alla prossima festa di Pasqua, mi viene spontaneo sottolineare come i cristiani di tutto il mondo, ogni settimana, si riuniscono e fanno festa nelle loro chiese. Il motivo è proprio la Pasqua e cioè quell’annuncio che si è sparso in una domenica mattina della primavera di quasi duemila anni fa nella città di Gerusalemme:” IL SIGNORE E’ RISORTO”. E’ questo il motivo del nascere di una comunità di credenti che ancora oggi vive questa fede e la esprime nella sua storia. Per capire il senso della nostra domenica, tuttavia, dobbiamo partire dall’Antico Testamento e precisamente da quel 3° comandamento che, come gli altri nove, è stato consegnato da Dio a Mosè sul monte Sinai ( Es. 20,8).

Il SABATO nel mondo ebraico.

Sabbath nella lingua ebraica significa “sette” e indica il settimo giorno come giorno del riposo e della lode a Dio. Il 3° comandamento è riportato nel libro dell’Esodo al cap. 20,8 come segue. “Ricordati del giorno di sabato per santificarlo. Sei giorni faticherai e farai ogni tuo lavoro, ma il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, il tuo Dio. Tu non farai alcun lavoro, né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo schiavo, né la tua schiava, né il tuo bestiame, né il forestiero che dimora presso di te. Perché in sei giorni il Signore ha fatto il cielo,  la terra e il mare e quanto è in essi, ma si è riposato il settimo giorno. Perciò il Signore ha benedetto il sabato e lo ha dichiarato sacro”. La sua osservanza che interrompe il lavoro dell’uomo ricordandogli che il padrone del tempo e del mondo è solo Dio, è un segno della fede ebraica. Questo giorno santo è anche memoriale della liberazione di Israele dalla schiavitù dell’Egitto e prefigurazione del riposo futuro, nel sabato eterno.

La DOMENICA nel cristianesimo.

Cristo è risorto nel giorno dopo il sabato che il cristiano chiama Domenica, cioè Giorno del Signore. Il catechismo ricorda che questo Primo Giorno della settimana richiama la prima Creazione, ma in quanto Ottavo Giorno, che segue il sabato, esso significa la Nuova Creazione inaugurata con la Resurrezione (CCC n. 2174). Per questo la domenica è diventata per i cristiani il più importante fra tutti gli altri giorni: IL GIORNO DEL SIGNORE (o Dies Dominica). La tradizione di celebrare la domenica risale fino ai tempi apostolici: già nel libro degli Atti leggiamo:” Il primo giorno della settimana c’eravamo riuniti a spezzare il pane…(At.20,7). Anche S. Giustino, agli inizi del secondo secolo, scriveva: “Ci raduniamo insieme nel giorno del sole (nel mondo pagano era chiamato così il primo giorno della settimana), poiché questo è il primo giorno nel quale Dio, trasformate le tenebre e la materia, creò il mondo; sempre in questo giorno Gesù Cristo, il nostro Salvatore, risuscitò dai morti” (Apologie 1,67).

L’EUCARESTIA centro del Giorno del Signore.

La domenica è dunque a pieno titolo giorno della Resurrezione e della Nuova Creazione. Ma è anche il giorno della Comunità perché il Signore vuole che la gioia di questa festa sia condivisa con tutti i fratelli. Questo incontro fra i credenti è sigillato dalla liturgia eucaristica (la S. Messa), per cui la domenica diventa anche giorno dell’Eucarestia. La Parola di Dio proclamata, il pane e il vino portati sull’altare sono il segno che il Signore è vivo e presente, come Lui stesso ci aveva assicurato nell’Ultima Cena: “Prendete e mangiate, questo è il mio corpo…Prendete e bevete, questo è il mio sangue…Fate questo in memoria di me”.

LA DOMENICA OGGI.

Per 2000 anni i cristiani si sono incontrati attorno alla Eucarestia, si sono nutriti di questa Presenza, hanno testimoniato con la vita la loro fede. Oggi indubbiamente molte cose stanno cambiando. Notiamo sempre maggiori difficoltà a raccogliere le nostre comunità attorno all’altare. La domenica è diventata il giorno dell’evasione e del divertimento. La partecipazione alla S. Messa è importante solo per un 10% dei cristiani, altri la collocano in un posto abbastanza marginale: “Non abbiamo tempo!”, si va dicendo, perché prima viene tutto il resto. Il fatto che non si partecipa alla Eucarestia domenicale ha già provocato la disgregazione della comunità, una preoccupante ignoranza delle verità della fede perché manca la catechesi, la perdita del senso di appartenenza alla Chiesa e un grave disorientamento nel campo morale e spirituale. La mancata osservanza del 3° comandamento porta gradualmente alla perdita di significato dell’intera esistenza e l’acquisizione di una visione del tempo non più come storia di salvezza, ma piatto e ripetitivo scorrere delle ore prive di dignità e di senso. C’è da aggiungere che è aumentata la domanda del sacro, ma molto spesso, più che alla Chiesa, ci si rivolge alle nuove agenzie dove spesso si ricevono risposte che con il Vangelo hanno ben poco in comune. La famiglia deve ritrovarsi attorno all’altare del Signore! I nostri bambini devono crescere all’ombra della Chiesa! La nostra forza ritorni ad essere la comunità  che non si contrappone a nessuno, ma che ci aiuta ad incontrare Cristo vivo e presente e ad aprire il nostro cuore sul mondo!

Il Sjiôr Santul don Tarcisio Puntel

 

La Pasche dal Signôr a puarti as notes famees fede, sperance e amôr. Buine Pasche ai vizins e ai lontans.


AMERICAN DREAM

marzo 9, 2009

 

26 dicembre 2003: inizia la grande avventura. Ci accingiamo a partire dall’aeroporto di Venezia. Con i miei compagni di viaggio: Giuliano, Denis e Thomas, ci stiamo imbarcando su quell’aereo che ci porterà a calpestare il mitico suolo americano, avverando così il grande sogno cullato da sempre. Dopo nove ore di volo, sbarchiamo a Philadelphia negli Stati Uniti. Sbrigate le pratiche ed attraversate le porte d’uscita, ci accoglie un grande cartello di benvenuto con un caloroso abbraccio delle cugine Maddalena, Mary e Licia. Ci sembra di essere protagonisti di un film! La gioia per il nostro arrivo, la grande festa organizzata quella sera stessa per noi, con la partecipazione di tutti i parenti, il ricco buffet nella casa addobbata per le feste natalizie. Il mio cuore è gonfio di gioia e riconoscenza; l’affetto dimostratoci dai nostri cugini americani supera ogni mia aspettativa. Dal mattino seguente ha inizio la più bella esperienza della nostra vita. Alle gite turistiche si affiancano intense emozioni affettive grazie all’enorme disponibilità di tutti. Grazie alla loro abilità di Ciceroni visitiamo ogni giorno luoghi nuovi, lontani dalle solite mete turistiche, assaggiando piatti tipici, passeggiando tra le vie più nascoste, vivendo universi colti nella loro vera realtà. A Philadelphia, gironzolando tra i grattacieli, visitiamo la “Liberty Bell” (la campana simbolo della libertà di tutti i popoli), il Museo dell’Arte (che custodisce i capolavori dei più grandi pittori del mondo), il Museo di Scienze Naturali, assaggiamo il mitico cheese-steak nel più famoso locale degli States, affondiamo i denti nei deliziosi Krispy Kreme dei Danky Dough nuts, mangiamo messicano da Hooters serviti da  cameriere con ridottissimi shorts e magliette. Non manca una breve gita a New York, con la salita all’Empire State Building, la passeggiata a Time’s Square con la fermata obbligata per il lunch al “Planet Hollywood”. Da non dimenticare la visita ad Atlantic City per ammirare l’oceano e gli immensi casinò sul lungomare. Siamo invitati perfino ai festeggiamenti per il 25° anniversario di matrimonio della carissima Mary Ann e per il compleanno della bimba di Antonella, approfittando dell’occasione per coltivare nuove amicizie. Ci sentiamo come a casa nostra, accolti a braccia aperte, coccolati da tutti che si prodigano in mille modi per rendere il nostro soggiorno una favola. Le parole non bastano per descrivere tutte le emozioni provate e non so cosa dire per dimostrare tutta la mia gratitudine. Questa esperienza mi ha colpito fino in fondo all’anima, mi ha fatto provare l’affetto di questi lontani parenti finora quasi sconosciuti, ma ora così importanti. A loro voglio dire un’ultima cosa: grazie di cuore. La nostalgia è già tanta, ma il ricordo è vivissimo e la speranza di rivedersi presto è più forte che mai.

Michela Kofler