VOCE DI PAESE

marzo 8, 2009

Ai 28 di dicembar. “Il lunari fat in cjargne” al torna a vierzi l’asilo di Cleulas

I plui impuartants operatôrs culturâi da Cjargne sji son dâts apontament a Cleules, vinars ai 28 di dicembar. A chi, sji è fata la presentazion da nova rassegna dai lunaris publicâts in Cjargne par il 2003. Tante int a à partecipât e tancj grups a àn puartât in mostra i lôrs lunaris. A presentâ la serada, il president dal Circul culturâl di Cleules, Sereno Puntel, e il diretôr dal Gjiornêl di Dimponç, Luciano Valdes. A cjapiel da manifestazion, un curt intervent dal studiôs Zuan Nazzi Matalon, che al à contât su la linda dai strolics. «Ducj chescj lunaris chi veis a chi – al à det Nazzi – a tegnin cont di roubas chi sin devûr a pierdi come las tradizions, las usances dai paisj. Al sares biel cjatâ un puest dulà che chescj lunaris a fossin a disposizion di ducj». Fra una presentazion e chê ate, sji son esibîts i 6 fruts da scuele di fisarmoniche di Çurçuvint, che a àn fat scoltâ il lôr repertori, tal ambit da prima rassegna musicâl dedicada a Pakai. Il lunari pal 2003 di Cleulas, stampât dal Circul Culturâl, al à  contât la tradizion dai coscrits, cun fotos e storiutes. La mostra a è restada vierta par dut il meis di zenâr. Podopo a è lada encje su internet, aì dal lûc da Patrie dal Friûl http://www.friul.net

25 gennaio 2003. Viabilità in crisi, rispunta l’ipotesi tunnel

Il Friuli alla conquista del centro Europa? Si, ma è sufficiente un muretto pericolante perché chiuda la strada statale 52 bis, verso passo Monte Croce Carnico. La viabilità verso l’Austria è stata messa in difficoltà prima dal fortunale che si è scatenato del mese di novembre, che ha impegnato la direzione regionale delle foreste nella fase di pulizia delle piante pericolanti. Poi dalla sicurezza della strada. La protezione civile ha dato mandato ad una ditta di Tolmezzo di sistemare alcuni muri sulla strada.  I gravi disagi li hanno avuti soprattutto quei giovani compaesani che vanno a lavorare in Austria. Quel pezzo di strada verso passo Monte Croce Carnico è un vero e proprio calvario. Dalla fine di gennaio, la strada è stata riaperta. A più di qualcuno è balenata in testa l’ipotesi: perché non fare il tunnel? Se ne parla da trent’anni. Casualmente, sempre in prossimità di elezioni. Ormai nessuno più ci casca. 

2 febbraio 2003. Carnevale a Cleulis

Una festa di carnevale in grande stile. E’ questo che si è fatto a Cleulis, domenica 2 febbraio. I ragazzi del nostro paese si sono scatenati grazie all’aiuto di alcuni volontari e alla solerzia del Circolo culturale. Il via è stato dato intorno alle 14, in piazza della vittoria. I bambini e ragazzi fra i 6 e i 14, divisi in 4 squadre, si sono sfidati in giochi di gruppo. Animazione anche per più piccoli con favole e storielle loro adatte. Verso le 15, il corteo ha sfilato per le vie del Cleulis, poi sono stati serviti i crostoli. A concludere la giornata, una lotteria, dove tutti hanno vinto qualche cosa.

16 – 25 gennaio 2003. Clevolani in prima linea all’Universiade invernale di Tarvisio

Le gare di Carving, nuova disciplina sportiva, hanno richiamato i colori olimpici delle Universiadi invernali anche sulle cime dello Zoncolan. Sebbene tale attività avesse solo carattere dimostrativo, durante la manifestazione è scoppiato il caso – Carving, con strascichi di polemiche e querelle. Battibecchi fra organizzatori e dirigenti. E solo 6 atleti iscritti. Ci si consoli che a rifocillare atleti, staff tecnici e tifosi, c’era invece un efficientissimo self – service “monopolizzato” dalla presenza dei clevolani, con il cuoco Aldo Puntel e le cameriere Jessica Puntel e Sara Maieron. Dai fornelli alle piste: a controllare il buon funzionamento degli impianti di risalita i fratelli Roberto e Pierantonio Bellina.

16 febbraio 2003. Aiuto alla Romania: Raccolta di indumenti per i bambini di Suor Elisabetta.

(D.D.Z.) Le due parrocchie di Paluzza e Cleulis hanno organizzato ed attuato insieme una raccolta di denaro e di indumenti in favore dei bambini di Suor Elisabetta in Romania. Questa religiosa italiana opera in Moldavia a Butea, dove c’è tanta povertà, dove numerosi sono i bambini orfani che vivono sulla strada privi di assistenza e che, debilitati per la scarsa alimentazione, muoiono per il freddo e le epidemie. Con 80 euro, come ci dice la suora in un suo angosciante messaggio, si può fornire a questi ragazzi un corredino completo (composto da: un paio di scarpe, alcuni calzoncini, un giubbino, un maglione, due camicette, calzini e della biancheria intima). La richiesta di aiuto è stata prontamente recepita dalla nostra comunità cristiana e la raccolta di denaro ha subito fruttato ben 1510, di questi 145 euro sono stati offerti dalle famiglie dei bimbi della prima Comunione e 210 euro da vari offerenti di Cleulis. Con questa cifra abbiamo vestito 18 bambini e contribuito ad alimentare in loro la consapevolezza di non essere soli in questa continua lotta per la sopravvivenza e per la conquista di una dignità. Contemporaneamente è partita anche la raccolta di indumenti usati, ma in buono stato. Il Comune, a cui va il nostro ringraziamento, ha concesso due stanze nelle ex scuole elementari di Rivo e Cleulis. Qui sono state portate le offerte che alcuni volontari hanno poi selezionato ed imballato per la spedizione, dando priorità alle richieste ed ai bisogni dei più piccini. Questo materiale è stato poi consegnato ai responsabili di Fiume Veneto che, guidati da Piergiorgio Zannese (da 10 anni si occupa di trasporti umanitari in Romania), ci hanno liberato da ogni problema burocratico.

15 gennaio 2003. La burla dei bulloni del ponte del Moscardo.

Il ponte di legno che, con la sua futuristica architettura, serve per il transito pedonale del Moscardo, non è più agibile. Ignoti verso la prima metà di gennaio hanno commesso un furto – burla clamoroso. Hanno in pratica tentato di smontare il ponte in legno. Il colpo non è riuscito completamente: il ponte si trova ancora al suo posto, ma sono stati asportati bulloni portanti e necessari al sostegno della struttura. Ora le autorità hanno deciso di chiuderlo, in via precauzionale, visto che non viene più garantita la sicurezza per chi ci cammina sopra.

5 marzo. Quaresima in paese.

Con mercoledì 5 marzo ha inizio la Quaresima, tempo forte dell’anno liturgico, occasione per richiamare ogni fedele a vivere con coerenza il proprio battesimo. L’imposizione delle ceneri è stata fatta alle 7.30 di mattina, durante una santa messa. Il Santo Padre richiede digiuno e astinenza per invocare il dono della pace. Ogni domenica alle 14, viene svolta la via Crucis.

Oscar Puntel

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L’ORIGINE DEL CAMPESTRE

marzo 8, 2009

Perché non intitolare la Cappella a Sant’Osvaldo? Anche questo problema si dovette affrontare a Campestre. Piccola comunità brasiliana fondata all’inizio dello scorso secolo da diversi emigranti cleuliani. E proprio dal Brasile, Candido Puntel ci fa conoscere tutti particolari di questa storia. Con tanto colpo di scena finale. Nei primi anni, c’era una strada che portava da Villa Jacuy (l’attuale Sobradinho) a San Paulo (l’attuale Ibarama), attraversando il territorio denominato “Colonnello Pi”. A metà strada, si trovava un locale per il ristoro dei viaggiatori, in particolare per i carrettieri: “La campina del qui sasso”, essa era inoltre contornata da un piccolo prato con erba folta per gli animali. Il nome “Qui sasso” si riferiva alla caratteristica sassosa del letto del fiume “Campestre”, cento metri più in avanti di una cappella. “I primi ad arrivare al fiume, cercavano un posto sicuro per guadarlo. Passavano su e giù per le sue rive, quando qualcuno esclamò: “Qui sasso!”, volendo dire agli altri che aveva trovato il posto che ricercavano. E quell’espressione ha designato il nome di quel luogo per un periodo di tempo. Oggi il fiume ha cambiato un po’ il suo corso, ma quel luogo è ancora sassoso. E’ di proprietà di Orlando Turcatto, figlia di Santina Primus”.

Quindi, con l’arrivo dei primi abitanti, Fiovo Pasqualini e Pietro Peccin, la “Campina del qui sasso” venne chiamata solo “Campestre”. Poi, all’inizio del secolo, arrivarono altre famiglie di italiani, che venivano da Bento Gonçalves, Faxinal do Soturno e da Pomassera: Francesco Agostino Puntel (Comeli), João Ruoso, Enrico Puntel Rampon, ed altri tanti come testimonia anche uno dei più vecchi carrettieri, Lino Dassi. Dal 1912, le famiglie che si erano insediate in quel territorio cominciarono a riunirsi fra loro: alcune persone andavano nella casa di Paulo Luigi Puntel di Giosuè (Cimeli) e le altre da Francesco Augusto Puntel (Franz) per pregare il rosario nel pomeriggio delle domeniche, raccontare delle storie e giocare a bocce sul prato. Questo divertimento è il primo sport praticato a Campestre.  In una di queste domeniche si cominciò a parlare della possibilità di raccogliere delle offerte per erigere la cappella della comunità. Iniziarono anche le prime discussioni. Alcuni volevano la Cappella nella terra di Paulão, altri in quella di Franz. Furono i primi a prendere l’iniziativa, costruendo una tettoia e chiamando un sacerdote a celebrare la Messa. Nel 1918, si registra invece il primo passo concreto, con Pietro Peccin che pone fine alle rivendicazioni, donando un terreno di due ettari per erigere la cappella. Giovanni Maieron (Bisest) e Patrizio (Dandul) furono i muratori che si adoperarono per costruirla, mentre Italia, figlia di Patrizio, fu assistente muratore. Solo Fiovo Pasqualini aveva dei buoi da tiro e per questo fu incaricato del trasporto delle pietre. Dopo tanto lavoro e parecchi sacrifici, la cappella fu realizzata. Cominciarono quindi le trattative per la scelta del patrono della Cappella. La gente si era divisa in gruppi, a sostegno di tre Santi. I carnici volevano Sant’Osvaldo, i veneti Sant’Antonio, altri volevano la Consolata. A questo punto intervenne nonno Lorenzo (fratello della Falcina) e propose di procedere ad una votazione, chiedendo che gli sconfitti avrebbero accettato il verdetto. Vinse la Consolata e da allora è nell’altare centrale della nostra cappella. La festa inaugurale avvenne nel 1919, con don Gulherme Muller a presiedere la cerimonia. Furono padrini della Cappella: Luiza Puntel Cremonese (di Giosuè) e Giovanni Maieron. La prima fabbriceria era composta da: João Ruoso, Lorenzo Puntel, João Salotti. I fondatori della comunità furono: Lorenzo Puntel, Enrico Puntel, Paulo Luis Puntel, Francesco Augusto Puntel, Patrizio Maieron (friulani), João Ruoso, Pietro Peccin, Fiovo Pasqualini, Ricardo Roso, Luis Miotto, Silvestre Frnaceschet, João Miotto, João Burin, Henrique Turcatto, João Toltoti, Vittorio Cremonese, Angelo Burin (veneti). Gli immigrati italiani, anche se la maggioranza di essi erano muratori, si dedicavano all’agricoltura e alla vendemmia. Le proprietà italiane si riconoscevano proprio per la presenza della vendemmia. Toccava ai friulani, assieme ai veneti, insegnare come fare il vino. Da noi, l’esperto era Clemente Setti, venuto da Caxias do Sul ed era il secondo vicino del nonno Lorenzo. La prima scuola comunitaria nacque nel 1928, con il maestro Agostino Cerretta che insegnava le preghiere a scuola, in lingua italiana. Finché i miei nonni erano vivi, ogni sera prima di andare a letto, si recitava il rosario in lingua italiana («Fruts, anin a preâ Rosari» diceva mia nonna Pasqua). Questa ricerca è stata svolta da Arlindo Cella e Zilda Burlin nel 1969, sentendo le testimonianze dei più anziani del paese all’epoca: João Ruoso, Italia Maieron, Placido Maieron, Pedro Puntel. E’ stata inoltre presentata al primo “Festival del vino” a Campestre, il 21 luglio 2001. I fatti sopra riportati sono da considerarsi attendibili.

Cambuquira – MG, 29.11.2002                                     

Candido Puntel

 


VOT DI MARÇ, FIESTA DAS FEMINAS

marzo 8, 2009

Lâ a sarvî

Vot di març, fiesta das feminas: plui just dî “fiesta da rivendicazion dai dirits das feminas”, encja se vuei a à dut un ati significât, ch’al po jessi una zornada o serada da passâ insiema, se no (coma ch’a sji usa al dì di vuei) una scusa par trasgredî. Cert che di dirits vuei las feminas and’àn otegnûts tancj rispiet a cemût ch’a vivevin las nostes maris il lôr stât, par no dî po di chel das nostas nonas e vavas. Pensâ che noma dal ’46 pa prima volta as àn vût dirit dal vout al parlament. Las feminas par una certa mentalitât, a erin cunssjideradas al di sot da l’om; za in famea da piçulas sji las educava a sotomissjion, in pratica a siervas e chesta cundizion la vevin da puartâ par duta la vita. Se dopo tu eras la plui granda e magari di famea numerosa o di miseria, tu vevas incjamò il pisjin bagnât ch’a ti tocjava di fâ la femenuta di cjasa a judâ la mari intai lavôrs e a baiâ i fradis plui piçui. Tu rivavas viers i vot-dîsj agns e za a ti çarivin a baiâ ta chês atas fameas.

A sarvî a 11 agn.

Agna Tuta (lôr a erin in cuatri cence ne pari e ne mari e a ju veva tirâts su agna Luzia) a vorà avût 11 agns cuant che la vevin çarida par lâ jù a Paluça da Vanino, “chê int ch’a veva il bufet, a dîsj iei, là ch’a era la stazion dal trenin”. Cu la sô çaculuta das biscas a sji è inviada jù pal Moscjart bessola. Da pît a à cjatât Bocjute (Toni di Bulcon) ch’a i à domandât dulà ch’a lava. Cuant che al à sintût ch’a lava a sarvî, cu las agrimas intai voi e menant il cjâf al è stât a cjalâla devûr fin cuant che a è sparida. Rivada jù, a à incuintrât Velina ch’a era aì di Gjulio, encja jei a sarvî. La fruta a sji è rimpinada su pa filiada ch’a faseva da clutori e a la à clamada:”Velina, Velina!”. “Indulà vâstu, Tuta?”. “Voi a sarvî achì dongja”. “Sêstu bessola?”. “Sì”. “Po ben, ven jo a compagnâti”. I lavôrs a erin i solits di cjasa: lavâ, freâ…jodi dal vecjo ch’al era zuarbât, baiâ il piçul di 5 meisj, lâ a rezi la vacja (a i era sparagnât il molzi), lâ a passjon e toli encja il frutut devursji. Dut jei, parcè che la parona a veva il so lavôr intal bufet. Naturalmenti a no podeva mai vegnî a cjasa, ne nissun a no la vegniva a cjatâ. Una dì, ch’a veva plui peta dal solit, sji è inzenoglada da pît da scjala e a à preât il Signôr ch’a la fasjès malâ par podei tornâ a cjasa. Da aì a cualchi dì a i è vignût da rompi jù pal cuel, duta sglonfa la musa e tant mâl. Par câsj a è vignuda la sûr Rita a cjatâla e, vioduda ch’a era in chês cundizions, al à menada a cjasa. A no era incjamò finida di scjapâ che sji è presentada Taresin da Picotina a çarîla par lâ a baiâ aì da se.

E chês atas?

Chê ch’a à spindût la vita a vuadagnâ pan di paron a è stada la Velina. A mi contava jei e la Nena di Çarilo di cuant che as ere a Milan cuntun troput di clevolanas: Maria e Sjulin di Cena, la Vira, Angjelina da Filizita, Pierina dal Picot, Nena da Celesta, Silvia dal Vordean, Rosa di Viti, la Gjilda, la Livia da Sjina, la Sjulin di Coletai… A Nena a i veva çarît il puest sô cusina Maria, a era lada a sjietâla aì dal treno, a la veva prin puartada inta cjasa dai siei parons e l’indoman menada inta famea dulà ch’a era destinada. As cjapava sui 50 francs al meis e as veva dôs oras libaras la domenia intal dopodimiesdì. A sji lavin a toli l’una cu l’ata e a la passavin ai zardins o a visitâ il Museo, al zoo o a cjalâ las vetrinas dal Centro (noma par ingolosîsji, ch’as veva di mandâ dut a cjasa) e raramenti sji concedevin un cine. Mi àn contât ch’al era un pieçut che la Silvia no la jodevin, a vevin savût che inta famea indulà ch’a era a sarvî al era un frut cul tifo. No lu vevin puartât a curâ intal ospedâl, ma ch’a lu veva di badâ noma jei. Sji sa che chesta malatia a è contagjosa e a la fin il frut al è muart, ma subit dopo sji è malada encja jei. Velina alora a è lada a jodi di jei; a i àn det ch’a era intal ospedâl. Al à cjatada no trop ben e a à passât vousj a dutas chês atas. I veva puartât un chilo di zucar, ma la muinia ch’a fasjeva da infermiera a i à det: “No sai s’a rivarà a doprâlu”. Cuant che la Velina a è tornada, no la à plui cjatada intal jet: a era muarta. La àn mandada inta cjamara mortuoria. La biada Silvia a era sul taulaç invuluçada intun bleon, sot a era cença nua intorn. Il so paron, un graduât dalesercit, a nol saveva nua parcè che a la veva bandonada al so destin. A è stada la Velina a visâ a cjasa e a i veva fat encja i santuts in sô memoria. Al so funerâl a erin lâts via Tubia (so barba), Catin di Pierinut (sô agna) e Catin dal Tuc (sô madrigna). A era nassjuda dal ’18 e a è muarta intal meis di zugn dal ’39, a 21 agn, su la flôr da zoventût, cença ne pari ne mari e la plui granda di cuatri fradis di prin jet. Pousj agns dopo a i son lâts devûri encja Pieri e Sanzio di 23 e 25 agns. Cussì a è restada noma la Maria. La Nena a dîsj che i siei parons a i veva dât il permès di lâ noma a messa dal funerâl, ma jei a è lada fin tal simiteri ch’al era a Musocco.  A sji las à sintûdas pulît cuant che a è tornada a cjasa! Agna Gjilda inveza a ricuarda che cuant che a contava a sô agna Tunina dal Min cemût ch’a era la vita a sarvî a Milan e ce ch’a fasjeva par cjasa, e la vita dai parons e ce ch’a i mangjava e a spiegava ch’ai mangjava parfint la frutta, la biada vecja duta sbarlumida a i à rispuindût.” Oh, cemût? Mangjaiso encja frutas?”.

Al dì di vuei

La cundizion di sierva plan plan a è lada meorant. Vuei al è cambiât, oltra al mût plui uman, plui familiâr, encja il non. Guai a dî sierva, cumò a son colf o badanti e tuteladas justamenti cun ogni dirit, tant che, nonostant dut, a nol è cusjiderât un lavôr gratificant encja se ben paiât. Al dì di vuei a son cussì dutas dal Est o das Filipinas o da aitisj paîs dal Tierç Mont ch’a àn cjapât il puest das nostas fantatas di una volta. Pensi propit che vuei la femina a no veibi plui motîf di rivendicazions, vint otegnût il just rispiet da sô dignitât.  Ai vulût ricuardâ chês biadaças ch’a no àn pudût gjoldisji un tic di zoventût: sfrutadas cença remissjion e che la storia a no ur dedicarà mai una pagjina intai siei libris.

Silvia Puntel


1930: E A CLEULIS SORSE UN ASILO

marzo 8, 2009

Molte volte nella nostra esperienza quotidiana si è sentito discutere sulla necessità o meno della istituzione dell’asilo come luogo in cui poter lasciare i nostri bambini mentre i genitori sono al lavoro. E molto spesso si sentono delle discussioni tra coloro che dicono che i piccoli dovrebbero stare a casa con la mamma e chi invece sottolinea l’inevitabilità dell’asilo come luogo indispensabile per chi ha i genitori impegnati tutto il giorno. Sembrano temi recenti, problemi legati al mondo moderno, ma in realtà non è così. Nel nostro paese la creazione del primo asilo risale addirittura agli anni venti. Un’ istituzione principalmente voluta dal parroco di quel periodo, Don Celso, che si premurò di seguire tutto l’iter burocratico per la sua creazione. Nella primavera del 1930, egli riuscì ad ottenere dal direttore didattico di allora l’utilizzo di una sala nella scuola elementare. Il Podestà di Paluzza, Brunetti, concesse un contributo di 500 lire, poi elevate a 800. La scuola materna nacque tra il consenso di tutti e le testimonianze raccolte ci dicono che la maggior parte delle famiglie di Cleulis furono ben felici di lasciare i loro bimbi tra quelle mura. Non bisogna infatti dimenticare che, a quel tempo, la stagione della fienagione era lunga e indispensabile era trovare un luogo ove lasciare i propri figli troppo piccoli per i lavori stagionali. Il nuovo asilo trovò sede nella vecchia scuola di Cleulis e accolse i bambini tra i 3 e i 5 anni di età, per un periodo che partiva dai primi giorni del mese di maggio per terminare ad ottobre (in concomitanza con l’inizio dell’anno scolastico). Due ragazze del paese erano le maestre del tempo, che così oltre ad avere un lavoro, imparavano anzi tempo il difficile mestiere di madri. Non dovete pensare che esercitassero senza alcuna preparazione, in realtà esse prima dovevano recarsi per un periodo di una settimana circa presso le suore di Sutrio, dove svolgevano quello che in termini moderni potremmo chiamare “stage”. Le insegnanti pioniere a Cleulis furono Rina di Luzie (da Lince) e Menie da Cavol (quest’ultima fu anche presidente dell’Azione Cattolica di quel tempo), seguite da Maria Puntel Re e Mariute di Tela.  All’asilo i bambini giungevano intorno alle 8 del mattino fino alle 16 del pomeriggio. Qui, appena arrivati, recitavano le preghiere e venivano pure lavati (sia all’inizio della giornata, che prima del ritorno a casa) dalle maestre che per tale operazione dovevano recarsi a prendere l’acqua “cul buvinç” nel lavatoio. La giornata si svolgeva poi all’insegna dei giochi, delle passeggiate, ma anche della didattica, soprattutto quando si avvicinava l’ora del ‘saggio’ di chiusura della stagione. Per saggio s’intendeva una recita che si svolgeva all’interno dell’asilo e a cui partecipava numerosa la popolazione. Tale recita poteva anche svolgersi in occasioni particolari, come ad esempio quella svoltasi per l’onomastico di don Celso. A mezzodì i bambini mangiavano quello che le mamme premurose avevano preparato loro “tal condil”, mentre più recentemente (negli anni ’34 -’35) il parroco si premurava di dare ai piccoli ospiti un po’ di pane e miele con del latte. Il pomeriggio tutti a dormire fino all’ora di andare a casa. C’è da sottolineare che negli anni Trenta si parla di ben 52 bambini sotto le cure di due sole maestre! Che differenza con i tempi d’oggi! Oggi, che perfino l’asilo inaugurato negli anni ’50, è ormai chiuso da alcuni anni! Oggi, che le strutture materiali non mancherebbero (mentre agli inizi suddetti, non solo l’aula, ma anche i banchi erano in comune con la scuola), manca la “materia prima”, quella masnada di figli che riempivano con i loro schiamazzi l’aria di un cielo cleuliano di settant’anni fa. Tra le urla, che i vecchi ricorderanno, c’erano quelle “dai leipadins” quando “in som da strada” il pomeriggio, tornavano al loro borgo. Certo i tempi oggi sono cambiati e sembra che addirittura i bambini sembrino più tristi di una volta, ma noi ci auguriamo che sia solo una nostra impressione,  che la loro allegria sia sempre la stessa dei loro coetanei di tanti anni fa, che la dedizione delle maestre sia rimasta invariata col trascorrere degli anni, perché ci sono cose che non debbono cambiare neanche col passare del tempo.

S. M. e O.P.


NONNO VITI

marzo 8, 2009

 

Nato sul Cronouf, classe 1910, il 13 dicembre, da papà Pietro Reit e mamma Letizia è il primo di quattro fratelli. Quando gli chiedo di parlarmi della sua vita, racconta spesso della sua esperienza nella seconda guerra mondiale. Un evento che, come giustamente mi fa notare, lo ha profondamente cambiato nel bene e nel male. Ma la storia si comincia a raccontare dall’inizio e così pian piano emerge la sua infanzia e anche qui una guerra. I ricorsi della prima guerra mondiale sono, nonostante i tanti anni passati, molto vividi. D’altronde la vita quotidiana era condizionata dalla guerra; prima la scuola interrotta dai bombardamenti: “par fâ 3 agns di scuele, a nus an fat bailâ par 7 agns”. Infatti, mi spiega, che quando nel 1917 i tedeschi entrarono in Italia le scuole furono sospese, e lui che aveva appena iniziato la seconda classe dovette interromperla. E non è che poi finita la guerra, finito il disagio. No. Si presentò poi il problema di organizzare la scuola e poi di trovare maestri, dato che una volta “a nol era miga coma cumò, che andé plui maestris che fruts”. Così per conseguire il diploma di terza elementare (necessario per poi andare a lavorare) ha dovuto frequentare la scuola serale di don Celso; anche perché gli esami della scuola normale erano alla fine di giugno, e lui (come tanti altri) che andava in malga doveva partire prima. Per farmi capire la lungaggine di questa storia mi mostra il suo diploma, conseguito a 14 anni. Della sua vita di bambino ricorda le condizioni di sfollato prima ospitanti per alcune famiglie di Timau e da ospite poi, presso una famiglia di Rivo, dove per altro sua madre ha partorito. Questa a grandi linee la sua giornata: sveglia al mattino e poi via alla Messa, subito dopo la dottrina e poi la colazione: “simpri sjûf ca mi jesceva pa lûs dai vôi”. E poi la giornata si snodava tra scuola, fieno, legna e rosari. E tempo per giocare? “Ogni tant sci lu çiatava, giuavin a peitara, il giuc da purcitâ e il salt dal paserot”. E così gli anni vanno avanti, l’infanzia finisce e comincia a lavorare. La sua prima esperienza, dice ridendo, è un po’ disastrosa. Quando aveva 14 anni, a Cleulis iniziarono i lavori dell’acquedotto e l’impresario assunse tutti quelli che avevano bisogno. Nel primo giorno di lavoro, a lui e ai suoi coetanei, toccò il compito di ‘pulire’ la strada dove dovevano passare i tubi. Alla sera l’impresario constatò il pessimo lavoro fatto e li licenziò tutti! Sua madre però saggiamente gli disse: “an d’è simpri bisugna di un frut sun tun cantîr! Doman tu tornas a lâ”. Così l’indomani ebbe un’ altra mansione e si tenne il lavoro. Alcuni anni dopo comincerà a coltivare la sua passione: la musica. Imparerà a suonare l’organo e l’armonica. Diventerà cantore in chiesa e a tal proposito mi racconta un aneddoto: “Durante il Bacio della Pace, per movimentare un po’ la Santa Messa suonavo sempre una canzone religiosa su una base di valzer, che inventavo io”. E poi tutto orgoglioso mi rivela che ha insegnato lui a suonare a Pakai, che ha inserito nel suo repertorio una canzone “La sunada di santul Viti”. La musica, racconta, ha avuto un ruolo di primo piano nella sua vita. “Andavamo a suonare dappertutto. Sempre. Quando partivamo per festeggiare l’ultimo di carnevale, capitava di tornare il primo giorno di Quaresima, così una volta siamo tornati due giorni prima, ma siamo ritornati lo stesso il giorno di Quaresima”. Ride. “Quante ramanzine abbiamo ricevuto da don Celso. A sentire lui non si poteva mai suonare, quasi quasi nemmeno a carnevale; ma sunavi distes“. Per alcuni anni lascerà Cleulis per andare a fare il manovale a Milano e Pinerolo, poi comincerà a fare quello che diventerà il mestiere della sua vita: il fedâr. “Per farlo o frequentato una scuola a Piano Arta e ho fatto gli esami a Tolmezzo. Eravamo io e mio fratello Olivo, ci hanno dato anche il diploma”. Verso i 30 anni dunque la sua vita inizia a dividersi fra latterie e monticazioni varie. “Tempo dopo ho cominciato a tenere un toro e sono entrato a far parte dell’ Associazione Allevatori. Questo mi ha fruttato un altro diploma e pochi anni fa mi hanno onorificato del Cavalierato della Repubblica per il mio impegno verso l’agricoltura e la montagna”. Gli chiedo di parlarmi della nonna. Mi racconta: “ho subito notato quella bella ragazzina e nel ’40 ci siamo sposati. Io avevo premura perché era già iniziata la guerra e volevo sposarla prima di partire anche se lei aveva solo 17 anni. Non c’ero quando nel ’41 è nata Danila e quando, un paio d’anni dopo sono tornato a casa in licenza, la bambina, che non mi conosceva, aveva paura di me e per un paio di giorni si nascondeva alla mia vista dietro sua madre. Un’altra guerra… ma questa volta ero soldato in Grecia, Albania e Jugoslavia. Prima soldato poi prigioniero dei partigiani slavi. Ho rischiato più volte la fucilazione, ma per qualche ragione e con tanta fortuna, me la sono sempre cavata. Scappato dai partigiani dopo il settembre ’43, io e il mio gruppo cademmo prigionieri dei tedeschi; però mi è andata bene, mi hanno mandato a lavorare presso un contadino, perciò facevo un lavoro che mi piaceva e avevo sempre qualcosa da mangiare. Finalmente la guerra finisce nel ’45 e la vita piano piano riprende. La famiglia si ingrandisce: Tullio, Laura, Anna Rosa ed Elisabetta. “Ma cosa vuoi, io ero sempre poco a casa, o ero in malga o nelle latterie anche dei paesi vicini o a far baldoria in giro”. I lavori e la stalla tante volte toccavano a mia moglie. Nel ’69 perse tragicamente l’unico figlio maschio: “i genitori non dovrebbero mai sopravvivere ai figli” mi dice. La sua vita trascorre tranquilla sempre con l’agricoltura in primo piano. “Andavamo a comperare mucche in tantissimi posti e sempre a piedi – mangjavi la vacja cul viaç! – però erano sempre dei buoni esemplari e più di una volta mi hanno dato un premio per la qualità. Gli chiedo un bilancio della sua vita e mi dice che “tutto sommato mi è andata bene, ho avuto anche tanta fortuna, e cosa vuoi, la miseria una volta era più o meno per tutti, perciò…”. Vorrei concludere approfittando di queste pagine per ringraziarlo di tutto quello che mi ha dato. Quando lo guardo vedo una persona serena, appagata, senza rancori e in una società dove c’è sempre qualcosa da recriminare non è poca cosa. A lui devo un grande insegnamento, che nella vita bisogna sempre accettare le cose ineluttabili e accettarle con serenità e tranquillità, perché è inutile cercare di cambiare cose che non si possono cambiare. Grazie nonno Viti.

Milietta Puntel