Il catasto racconta… Cleulis nell’Ottocento

febbraio 4, 2012

Cleulis: le sue case, i suoi abitanti

Sperando di fare cosa gradita il Gruppo PMP vi offre uno scorcio di Cleulis risalente al 1813. La ricerca è nata dalla voglia di capire quale fosse – col minor grado di approssimazione possibile – la casa di origine delle casate cleuliane. E davvero (anche se a prima vista può non trasparire) ci abbiamo “dato dentro” con mappe, sommarioni, documenti, cartine, viaggi a Udine, visita di mostre in cui comparivano (incredibile!) impensabili cartine settecentesche della nostra zona e, tra una discussione e una foto, abbiamo prodotto questo lavoro che qui vi proponiamo, sperando di gettare nuova luce sul nostro paese, le nostre origini, le nostre famiglie.

Mi permetto qui di darvi solo due note per meglio comprendere il contesto – non solo della mappa riprodotta nella pagina successiva – ma in particolar modo della legenda che la integra. Essa riporta sia i proprietari alla data 1813 (periodo della mappa, chiamato anche napoleonico o del Regno d’Italia dal 1806 al 1813) ma anche quelli (spesse volte gli stessi) risalenti al periodo successivo (Regno Lombardo Veneto sotto la dominazione austriaca 1814-1866). I nostri lettori vedranno solamente una mappa e una serie di nomi ma mi sento di avvisarli che le due pagine seguenti sono frutto di decenni di notifiche, denunce, misurazioni, mappature che portarono alla formazione di quello che comunemente viene definito catasto. Ricordiamo che non sempre il possessore di un immobile lo abitava, spesso aveva “prestato” o “affittato” la casa a qualcun altro, per non parlare pure degli errori incorsi in fase di trascrizione (testimoniati dalle lamentele rinvenute in numerosi documenti, per cui tutti i dati qui riportati non sono da intendersi in maniera scientifica anche se – ci auguriamo – di averli verificati abbastanza per avvicinarli alla verità. Il controllo incrociato delle carte ci ha permesso pure di ricostruire la vita e le traversie di alcuni personaggi, di comprendere la formazione di alcuni soprannomi di famiglia, di scoprirne altri persisi nello scorrere del tempo (Nutul, Vanzat, Zine, Picin, etc) e pure stupirci di come alcuni di questi abbiano fatti giri strani passando da un cognome all’altro (Pantiani, Ninai).

Mappa Cleulis 1814
 
 

Due note sulla formazione del catasto

A partire dalla fine del ‘700 il governo austriaco mise in opera una complessa macchina burocratica al fine di introdurre anche nelle Venezie un catasto di tipo moderno, che permettesse un’equa ripartizione tributaria e l’eliminazione di antichi privilegi, ponendo fine al disordine che regnava nei vecchi estimi. Non fu certo un parto indolore per la nostra zona, stante che «la Carnia e molte altre località non solo erano esentate dall’imposta fondiaria, ma anche dall’accertamento catasticale 1». Provate dunque ad immaginare le resistenze che ci furono alla prima raccolta di dati indetta dal governo austriaco nelle nostre terre (decreto 14.01.1805), mirante a ottenere l’accertamento delle proprietà e la quantità e qualità dei terreni, la Carnia intera chiese l’esenzione dalle notifiche accampando antichi privilegi (naturalmente senza successo!). In sintesi l’operazione prevedeva una prima raccolta denominata “Censo provvisorio”, che era costituito dall’insieme delle denunce che ogni singolo proprietario era tenuto a rilasciare alla “Commissione principale per il censo”. Nel Dipartimento di Passariano si susseguirono diverse campagne censuarie dal 1807 al 1811. Un’operazione che richiese non pochi sforzi data la riluttanza e l’aperta ostilità dei proprietari a dichiarare i propri possessi, nel timore che la nuova riforma fiscale comportasse oneri fiscali più pesanti (rideterminazione della prediale). Né il nostro Comune si discostò dal sentire popolare, datosi che il 18 ottobre 1811 ricevette pure esso un tiratina d’orecchi dal vice-Prefetto del Distretto che lo sollecitava a consegnare le notifiche dei caseggiati. Il malumore, la raccolta approssimativa e gli errori compiuti in questa prima fase emergono chiaramente pure dalla documentazione degli anni successivi in cui (tra le tante) spiccano le controversie sorte tra Paluzza e Timau (lettere anno 1812 e anno 1813) per le presunte errate confinazioni tra i due Comuni e quella sorta tra il Comune di Paluzza e i privati di Cleulis riguardo al possesso della proprietà del bosco del monte Val Castellana. Tutte questioni che sarà interessante affrontare un’altra volta.

La caduta del governo austriaco e l’avvento delle truppe francesi non fermò la raccolta (seppur imprecisa e sommaria) delle notifiche ma anzi fu confermata dal Decreto del 1807 con cui i “francesi” dettero avvio (sfruttando la parte dei dati già raccolti dagli austriaci) alla formazione del catasto geometrico particellare con la stesura delle prime mappe e relativi sommarioni. A questo punto era necessario andare sul campo e a tale scopo venne prescritto che «i periti del censo si porteranno in ciascun comune colla mappa e il sommarione che li riguardano» a verificare, stimare, controllare i dati raccolti. Al Comune spettava pagare il vitto e l’alloggio al geometra, nonché provvedere ad assegnargli un assistente comunale (per Cleulis tal Bulcone Puntel). Pure in questo caso le missive ritrovate (fine 1811) ci narrano di un rapporto difficile non solo tra gli abitanti e il geometra (spesso colpevole di confinare “malamente”), ma pure tra il Comune e lo stesso. Il geometra, tal Cordenonsi (aiutante del geometra censuario Manzini) si lamenta dell’alloggio avuto nella frazione di Timau presso tal Tomaso Primus. Fu un lavoro immenso, di decenni, e pur tuttavia giunse a una conclusione

Sara MAIERON

1 – “Riforme fiscali e sviluppo agricolo nel Friuli napoleonico” di F. Bianco, Forum, Udine, 2003, p. 58

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Sguardo su gente, storia, cronaca di Cleulis e… dintorni

agosto 1, 2011

2 Aprile 2011. Assemblea donatori di sangue – Sabato 2 aprile, dopo la santa Messa delle 19, celebrata per i donatori di sangue vivi e defunti, si è svolta presso l’albergo al Cacciatore l’annuale assemblea e cena con annessa “pesca di beneficenza”. Il gruppo dei donatori di sangue di Cleulis, in proporzione agli abitanti, è uno dei più numerosi della regione anche perciò possiamo essere orgogliosi di far parte di una comunità che nel dono e nella solidarietà verso il prossimo fonda i suoi principi.

17 – 25 aprile. Feste pasquali – Il 17 aprile, domenica delle Palme, la processione degli ulivi partita dalla piazza del paese si concludeva presso la chiesa con la benedizione e distribuzione degli stessi. La via crucis del venerdì santo, quest’anno, si è potuta svolgere per le vie di Cleulis e Placis senza il timore di freddo o neve perché cadendo Pasqua molto tardi (24 aprile!) abbiamo beneficiato di giornate miti e soleggiate. Il giorno di Pasqua in una Chiesa gremita, si è celebrata la messa con la benedizione del pane e delle uova pasquali. Pasquetta quest’anno cadeva proprio il giorno di S. Marco, giorno in cui una volta si iniziavano le rogazioni, perciò dopo la messa ci siamo portati sul sagrato per le litanie e la benedizione della campagna circostante il paese.

30 aprile. Assemblea Giovins Cjanterins – Dopo l’assemblea ordinaria dei Giovins Cjanterins di Cleulis con la presentazione degli eventi per l’anno 2011, alle 20.30 organizzato dagli stessi presso l’albergo al Cacciatore, c’è stata la presentazione del libro di Ulderica Da Pozzo e Gian Paolo Gri. Il libro intitolato:”Fuochi, gioventù e rituali in alta Carnia” è stato presentato dal maestro Molfetta e dalla stessa Da Pozzo e tratta in maniera approfondita le ricche tradizioni dei fuochi rituali (trai las cidules e brusâ la vecje) in Val Degano, Val del Bût, Valcalda e Val Pesarina. Oltre alle belle foto al libro è corredato anche un dvd proiettato durante la serata contenente le interviste ai nostri anziani di Cleulis che raccontano la tradizione del lancio das cidulines in paese.

7 maggio. Inaugurazione agriturismo – Ha aperto i battenti in Aip l’agriturismo al “Borg” gestito dalla famiglia Giorgio Maieron. Il bel complesso agrituristico immerso nel verde della borgata di Aip offre piatti tipici della cucina carnica, escursioni a cavallo e una fattoria didattica per i più piccoli, inoltre, da settembre chi volesse sostare un po’ nella nostra valle ha la possibilità anche del pernottamento.

20 maggio. Passaggio del Giro d’Italia – Una delle tappe del 94/o Giro d’Italia, con partenza da Spilimbergo e arrivo sul Grossglockner in Austria, è passata anche attraverso la borgata della Gleria ai piedi di Cleulis. Ad attendere la maglia rosa, i bambini delle scuole di Cleulis e Timau e numerosi valligiani si sono riversati nei punti strategici per vedere da vicino i propri beniamini del pedale. All’entrata del paese oltre al classico striscione “Cleulis saluta il giro” un altro recitava eloquente:”Veiso volût la biciclete – Cumò pedalait!”.

3 giugno. Rogazine nella cappella di Laipacco – Venerdì mattina, si è celebrata nella cappella presso la borgata di Laipacco, la consueta messa con la benedizione rogazionale finale. Quest’anno ricorre il cinquantesimo anniversario di costruzione della cappella dedicata a San Giuseppe: è stata infatti edificata dagli abitanti della borgata nel 1961. La chiesetta che necessita di manutenzione passerà, entro l’anno, di proprietà’ della parrocchia di Cleulis.

5 giugno. Ascensione – Anche un gruppetto di compaesani si è recato di buon mattino a piedi con la croce astile infiocchettata di tutto punto presso la pieve di Zuglio, per il tradizionale bacio delle croci. Quest’anno visto l’inclemenza del tempo, il bacio e l’omaggio alla “croce madre” si è svolto all’interno della pieve e non sul “Plan da vincule”. Un grazie ai nostri compaesani che, seppur in condizioni meteo non ottimali, hanno risposto “sei achì” per la parrocchia di Cleulis.

19 giugno. Santissima Trinità – Per la festa della santissima Trinità è stata celebrata l’ultima messa nella Chiesa parrocchiale di Cleulis, prima dell’inizio dei lavori. I lavori, resi necessari visto lo stato degli intonaci interni, vedranno la rimozione degli stessi con il rifacimento con adeguato isolamento e pittura finale, il rifacimento del soffitto e la predisposizione di un nuovo impianto elettrico. Tempi di consegna dei lavori ultimati, nessuno vuole farli. Ma c’è la speranza di rientrare prima di Natale. Nel frattempo le celebrazioni domenicali verranno fatte presso la palestra del complesso scolastico della Gleria mentre le messe feriali saranno celebrate presso la cappella di Placis. Un ringraziamento particolare va fatto a tutti i volontari del paese che hanno effettuato il trasloco di tutto il contenuto della Chiesa.

16 giugno. Avvistamento orso – In località Enfretors, a Paluzza, nella notte tra il 16 e il 17 giugno c’è stata una razzia di miele presso delle arnie poste a pochi metri della statale 52bis da parte di un orso. Nei giorni successivi il plantigrado è stato filmato mentre tornava sul luogo del “misfatto”. Giuseppe, così è stato chiamato l’orso, è un “cucciolo” di tre anni e pesa quasi cento chili sembra che da un po’ di tempo ami bazzicare qua e là per le montagne carniche.

2 luglio. Serata sot da tei – Com’è ormai consuetudine da quattro anni si è svolta la serata “Sot dal Tei” organizzata dai Giovins Cjaterins con la collaborazione del Circolo Culturale, Ana Cleulis e Proloco TimauCleulis. La serata ha avuto come tema i 150 anni dell’Unità d’Italia. Il dott. Diego Carpenedo ha spiegato in maniera impeccabile le tappe che hanno portato il Friuli e la Carnia a passare dall’impero Austroungarico al Regno d’Italia. La serata è stata allietata dalle musiche dal corpo bandistico della val di Gorto. Sotto il tiglio di Placis (anche lui centocinquantenne?) ci si è ritrovati in tanti a cantare l’inno nazionale assieme ai bambini del paese e a passare qualche ora assieme, ascoltando buona musica e imparando qualcosa in più della nostra storia.

Luigi Maieron


L’Afghanistan di Giuseppe

agosto 1, 2011

E’ tornato dalla missione di pace in Afghanistan, dove il settore Ovest è stato, per sei mesi, sotto la responsabilità e il comando della Brigata Alpina Julia. Ora, l’alpino Puntel ci racconta la sua esperienza. E vuole condividerla con noi che lo abbiamo seguito con la nostra preghiera e il pensiero.

Giuseppe ha 24 anni; è figlio di Duilio e Maria Grazia. Da sempre lo sport è stata una sua grande passione, dati i risultati molto soddisfacenti. Gli è stato proposto di arruolarsi nell’Esercito per aver maggiori possibilità di crescita negli obiettivi. Ha aderito a tale impegno, consapevole dei doveri che questa scelta comportava, sicuramente non solo a livello sportivo. Così nel 2006, si è arruolato negli Alpini. Nel 2010 gli fu proposto di far parte di un contingente per una missione in Afghanistan. Con disponibilità ed entusiasmo ha confermato. E il 10 settembre è partito con il suo battaglione.

Ci racconta Giuseppe: “L’impatto con la realtà non è stato sicuramente senza sorprese, eravamo ben informati e ben addestrati, ma la pratica è tutt’altro cosa rispetto alla teoria. Abbiamo trovato una realtà totalmente diversa, lontana anni luce dalla nostra cultura, e solo allora abbiamo assaporato appieno la parola “democrazia” che viviamo nelle nostre nazioni occidentali. Il popolo afghano è composto da diversi gruppi etnici, non sempre condividono le stesse leggi, anzi alle volte si contrappongono e spesso vi è sopraffazione verso i popoli più deboli e poveri, appositamente oppressi e soffocati nella loro identità, per esercitare su di essi il potere. Ne sono un esempio i ben noti “talebani”, fanatici fondamentalisti islamici, che con le loro rigide leggi e con la violenza, mantengono volutamente la gente nell’ignoranza: non danno loro la possibilità di istruirsi e di confrontarsi con la civiltà occidentale e, segregandoli nei loro territori, non gli permettono di crescere, di evolversi. Specialmente alle donne, l’unica possibilità nella loro vita è servire, quasi sia una colpa nascere donna, mai ribellarsi a ogni tipo di violenza, sia fisica e ancor più psicologica. Le vedi passare quasi nascondendosi come ombre nei loro tradizionali burqa, coperte da capo a piedi, e guai incrociarne lo sguardo, tanto meno scambiare qualche parola. Per questo potrebbero anche rischiare la loro stessa vita”.

Il villaggio dove ho operato si chiama Bala Murghab, provincia di Herat, situato in un pianoro circondato da innumerevoli colline. Un paesaggio brullo e arido soggetto ad escursione termica di parecchi gradi. Il nostro compito era presidiare il territorio insieme all’esercito afghano per un raggio di circa 20 Km., a difesa e protezione della popolazione. I nostri pattugliamenti, dislocati sulle colline, erano molto insidiosi, poiché queste sono trapassate da parte a parte da gallerie e cunicoli che sono solo i ribelli a conoscere. Alle volte, quando ci attaccavano e noi ne avevamo individuato la postazione, loro come talpe sparivano sotto terra, per riapparire altrove. Difenderci era difficile. Alle volte avevamo anche il compito di distribuire alla popolazione aiuti umanitari di prima necessità: cibo, vestiario, medicinali, ecc. Ho visto veramente tanta miseria, quasi da sentirci in colpa quando non si riusciva ad accontentare tutti. Credo che sono talmente abituati a soffocare e a non lasciar trapelare i loro sentimenti, da non riuscire a dimostrarci eccessiva gratitudine o amicizia, per diffidenza o per paura di ritorsioni dai loro nemici. Solo i bambini, nella loro ingenuità spontanea, ci dimostravano fiducia e amicizia, talvolta anche rischiando la loro stessa vita, come quando ci portavano degli ordigni inesplosi o ci segnalavano residuati bellici dell’epoca dell’invasione sovietica conclusa nel 1989. Dopo di questi ci furono anni di anarchia, ed infine l’ascesa al potere dei talebani. Si può ben capire quanto questo popolo abbia sofferto e soffre ancora. Tra noi commilitoni c’era molto affiatamento, lontani dalle nostre famiglie, dal nostro quotidiano così diverso e dalla consapevolezza del pericolo, ci sentiamo molto uniti e fraterni, orgogliosi del nostro impegno di rappresentare la nostra Nazione in questa missione di pace. Abbiamo condiviso questi valori facendo al meglio il nostro dovere. Il mio periodo di permanenza in Afghanistan è durato 6 mesi, ma sono stati i mesi più intensi della mia vita, un’esperienza che certamente mi ha lasciato un segno”.


La nostra chiesa e le sue cappelle

agosto 1, 2011

Abituati come siamo a vivere in paesi dove il cristianesimo è stato per 2000 anni un punto di riferimento molto importante per i nostri antenati, non riusciremmo mai ad immaginarci un borgo, anche il più piccolo e sperduto, senza la sua chiesa. E la chiesa è la costruzione che prima di tutte incuriosisce il nostro occhio e quelle case che le stanno attorno sembrano i figli che si stringono alla loro mamma. La chiesa è la casa di Dio e, come dice la Sacra Scrittura, è il segno che Dio ha posto la sua tenda in mezzo a noi (Gv.1,14): Dio cioè è Colui che ci tiene uniti come una famiglia e ci accompagna nel viaggio terreno che ci porta alla meta. Un paese senza la chiesa è un paese senz’anima ed è per questo che i cristiani, quando hanno colonizzato le nostre montagne, dando vita a delle comunità di famiglie, con le case si sono premurati di costruire anche le chiese e nei borghi più piccoli le cappelle. Ora questo è successo anche a Cleulis.

La Chiesa parrocchiale. Ho già ricordato su un bollettino precedente come il nostro paese nei secoli XIII-XVI era una comunità troppo piccola per avere una chiesa propria. E’ solamente nell’estate dell’anno 1600, quando Cleulis contava una cinquantina di abitanti tutti stretti attorno alla fontana, che si intraprese la costruzione di una cappella, dove soltanto in alcune circostanze veniva un sacerdote a celebrare e già nel 1608 in incominciò pure a celebrare i matrimoni. Nel 1745 un tremendo incendio che distrusse una buona parte della villa, rese inagibile pure la chiesa che con grandi sacrifici venne di nuovo restaurata. Si trattava di una cappella non tanto grande anche perché la popolazione allora superava di poco le 150 unità. Allora si estendeva in larghezza dalla parte sinistra della attuale fino al corridoio compreso e in lunghezza non superava il gradino che ci introduce nel coro. Nel 1887 si è proceduto all’attuale ampliamento che doveva accogliere i 600 abitanti di quel tempo e che dunque oggi é più che sufficiente. Nei 28 anni di ministero di don Carlo, per ben 2 volte si è dovuto lasciare libera la chiesa per dei lavori di radicale trasformazione sia all’esterno che all’interno. Ora per la terza volta, e speriamo sia l’ultima, il 20 giugno scorso, siamo stati costretti a trovare rifugio nella Palestra delle Scuole Elementari, gentilmente concessaci dall’Amministrazione Comunale, per la celebrazione domenicale. E qui è necessario ringraziare prima di tutto il nostro Zuanut di Angjelina che con vera passione e amore per il suo paese si è impegnato a progettare e seguire l’opera e poi le persone che si sono prodigate a sgomberare la chiesa. E’ un importante intervento per l’importo di circa 200.000,00 euro ! Si tratta di rifare gli intonaci, cercando di salvare quelli antichi e ridipingerla, di collocare un soffitto a cassettoni in tavole di larice e un nuovo impianto elettrico. Certamente tale intervento non sarà l’ultimo. Ci ripromettiamo in seguito di rendere accogliente la nostra chiesa, arricchendola di tutto ciò che ci sembra bello e importante per una casa di Dio: ad esempio un organo che accompagni i canti liturgici, un bel lampadario come quella che noi adulti ricordiamo ecc. Non dobbiamo però dimenticare che la chiesa più bella e che piace al Signore è sempre quella che accoglie tanti fedeli che si incontrano a rendere lode al loro Creatore.

La Cappella di Placcis. Nel 1874 un violento incendio ha distrutto un’altra volta l’abitato di Cleulis. Allora si è incominciato a costruire a Placis. E, come ho detto sopra, anche il nuovo borgo si è premurato di costruirsi una cappella con un piccolo campanile e di collocare nel centro della piazzetta un tiglio che doveva simboleggiare l’unione delle famiglie della borgata. E’ da ricordare che tale cappella è stata costruita nell’anno 1898 ed è dedicata a Gesù nell’Orto degli Ulivi in quanto all’interno ospita le immagini del Gesù orante e dell’Angelo portate da Lienz da Primus Giovanni/Crovatut. La cappella è stata costruita sul terreno della famiglia Micul e Micolino Osvaldo soprannominato Micul (1864-1948) ha piantato, quando era un ragazzo, quel possente tiglio che ammiriamo oggi. Ora tale cappella è pure bisognosa di un intervento. Il nostro Sereno, pieno di buona volontà (e per questo gli siamo grati) è determinato al più presto possibile a compiere alcune opere di restauro soprattutto al campanile, nella certezza che non mancheranno dei volontari che presteranno gratuitamente la loro opera, anche perché la cappella non ha delle entrate proprie ed ora si può contare su un piccolo deposito bancario di 6.000 euro.

La cappella di S. Giuseppe in Laipacco. Laipacco, una borgata sorta a incominciare dall’anno 1836, dopo la famosa valanga, si era costruita due mainas: quella dei Shatis e quella di S. Giuseppe della famiglia Maieron/ Pacaia. Esattamente 50 anni fa (nel 1961) su iniziativa del compianto don Franco, la borgata all’unanimità ha risposto all’appello e ha costruito una nuova cappella accanto a quella antica di S. Giuseppe, l’ha dotata di un piccolo campanile a vela dove, nel 1964 ha trovato posto una campanella che oggi fa sentire il suo suono argentino nei funerali; all’interno la statua di S. Giuseppe opera di un buon artista di Artegna. Tale cappella è stata costruita però sulla proprietà di Puntel Pio /Cristof, emigrato negli Stati Uniti, senza l’accortezza di acquistare prima il fondo. Il proprietario in seguito ha venduto a Puntel Delfino (Ninai) sia la casa che il fondo adiacente e dunque la cappella è passata in proprietà al nuovo acquirente. Oggi gli eredi hanno già deciso di donare alla Parrocchia il tempietto e presto verrà firmata davanti al notaio l’atto di donazione. Per ora sono stati spesi 1.718,21 euro (donati dal parroco) per le perizie tecniche, ma ne occorreranno più del doppio per legalizzare la proprietà. Solo allora si potrà intervenire, sperando ancora nel volontariato, per rimetterla a nuovo.

E la nuova borgata della Gleria nella quale già risiede un quarto della popolazione del paese? Beh! Qualcosa dovranno pur fare anche quelli che vengono dopo di noi! Per ora pensiamo a tenere con decoro quanto i nostri antenati, con grandi sacrifici, ci hanno consegnato. Il futuro è nelle mani di Dio.

Vostro Siôr Santul, don Tarcisio


Vita sociâl dal paîs

agosto 1, 2011

Alpins, Proloco e Polisportiva. Cemût che Cleulas al è cambiât. Ultima puntada dal lunc viaç da nosta Silvia.

I alpins – Il nosti paîs, coma la gran part da nazion, a à un grant amôr pai alpins. Al era cuasi un disonôr, cuant che i zovins a lavin a fâ la visita di leva, se a no vignivin aruolâts tai alpins. Infati, il novanta par cent tal paîs, a àn passât ta naja o in vuera, granda part da lôr zoventût cui alpins. Encja se al era un cuarp dûr e fadious, cun esperienzas di campos estîfs o invernâi di crût freit in rifugjos di furtune, sot la neif a fâ manovras e marças, rampinadas su pai crets e d’estât sot las tendas, dut chest a cji faseva madurî e tirâ fûr il caratar. Cuindi se tu vevas fat l’alpin tu eras daventât un om serio e di fiducia. Al era a Paluça il grup dai alpins in congjedo, dulà che tancj clevolans a si erin agregâts e iscrits. Ma la famea dai alpins a cresseva e a si sentiva la esigjenza di stacâsi e creâ un grup nosti tal paîs. Cussì dal ’59 al è nassût il grup dai alpins di Cleulas. Encja chê zornada a è restada ta memoria dal nosti paîs. As erin invidadas dutas las autoritâts militârs e civîls, un pichet di alpins “in armi” di rapresentança, la fanfara da Julia, gagliardets e sostegnidôrs di ogni paîs vizin e dopo duta la pussission dai nostis alpins cui cjapiei e la pena biela dreta cun ornaments dai colôrs da bandiera. La zoventût a veva preparât arcs, bandierinas, manifescj inegjants ai alpins e flodrât il paîs. In chel dì las fantatas si erin vistidas a la vecja, cui scarpets das rosas e fazolets colorâts cu las pinias. Tant di messa al è stât benedet il gagliardet e dopo a è tacada la vera fiesta. Sunadôrs e cjants pardut il paîs fin sera, una zornada movimentada in buina compagnia e scleta alegria. Il prin president al è stât Cesâr. Encja i alpins di chê volta ogni tant ai organizzava cualche gjita.

Pro Loco e Polisportiva – Dopo i agns Sessante, Fredo da Temau, ch’al era denti ta mignestra da politica e ta Comunitât Montana al veva simpri il desideri di unî i paîs di Temau e Cleulas. A je vignuda la ocasion cuant che al à savût che la Regjon a vorès dât contribût as novas associazions a pro da comunitât. Cussì, tirât dongja cualchi persona disponibil e di buina volontât dai doi paîs, al à formât la Pro Loco Timau-Cleulis e la Polisportive Timau-Cleulis. Plui socios a erin e plui fuarça a voressin vût pal intarès da nosta int. A è començada cussì la “Sagra dai Cjalsons” di Sant Svualt a Cleulas, il concors dal “balcone fiorito” che ta zuria al era Gjiso Fior da Verzegnas, poeta di granda fama pal so amôr pal Friûl, pa nosta lenga, pas nostas tradizions, il concors dai cuadris murâi su cualchi façada e atas ativitâts, cussì encja a Temau, la sagra da Madona d’Avost, la mostra das cjaras, e v.i. E la Polisportiva tal so campo a era in granda ativitât in plui specialitâts. No podìn però pensâ che al fos stât propit dut biel e ducj dacordo in chê volta. Vin det che a fasevin encja cualchi barufa e cjocas i oms, e las feminas ogni tant tu las sintivas a berlâ, cavinlantsi par piçulas roubas: un passaç, un troi, un confin o pai fruts. A si era costrets a tocjâsi prin o dopo, vivint cussì “comedon a comedon”, no simpri a vevin pazienza e i marums prin o dopo ai saltave fûr, al era il lôr mût di dialogo. Dopo la sfuriada tal zîr di puoc ai tornave come prin, forsi encja par necessitât, ch’al era impussibil vivi par conto so. E ogni tant dispiets ch’a no erin simpri par scherç. Ma coma che disevi tal ben e tal mâl si viveva ducj insiema. E s’a nus era restât cussì tant tal cûr, che incjemò nus emoziona a ricuardâ, a vûl dî che al era plui ben che mâl. Ma diseimi se dut chest nol era vita, solidarietât, agregazion, cultura, istruzion, umanitât, semplicitât, amôr pal paîs e fra la int, encja se doma picjâts ator dal tor.

Silvia Puntel


Donatori sempre più giovani

agosto 1, 2011

Sabato 2 aprile, la locale sezione dei donatori di sangue ha tenuto la sua annuale assemblea; la serata è iniziata alle 19, con la S. Messa – presenti i labari delle sezioni dell’Alto But – per poi proseguire con i lavori dell’assemblea. Le relazioni, morale e finanziaria, lette dal presidente e dal segretario di sezione sono state entrambe votate all’unanimità. Per la serata ci ha onorato della sua presenza il presidente Afds, Peressoni, il quale è rimasto gradevolmente impressionato dalla giovane età media dei donatori, e nel suo discorso ha elogiato questa partecipazione, auspicando un prosieguo così entusiasmante anche per il futuro, spiegando l’importanza e il significato che il Dono del sangue con il passare degli anni e l’incalzare della tecnologia sta assumendo e il bisogno sempre in crescita, che lo stesso comporta. Si è poi passati a premiare i benemeriti: Claudio Bellina, Michela Kofler, Giordano Maieron, Fabiano Puntel, Wally Puntel. Un grazie unanime dei presenti per i nuovi donatori (9), per le donazioni annuali, che sono state 109, e per le donazioni in autoemoteca (36): una buonissima media per un piccolo paese come Cleulis. La serata è poi proseguita con un convivio condiviso insieme ai rappresentanti delle sezioni limitrofe e dei nostri donatori a cui va il grazie del consiglio direttivo Afds di Cleulis.

Sereno Puntel, pres. Afds Sezione Cleulis


Fruts lontans das fameas

agosto 1, 2011

Storie di Lucilla, Marisa, Feo, Teresina, Vito e Nora. Che per qualche mese furano adottati dalle famiglie della Bassa.

Di recente abbiamo riscoperto un tassello della storia del nostro paese che molti di noi hanno solo sentito raccontare. Ci ha incuriosito l’avventura vissuta da alcuni nostri ragazzi del dopoguerra, quando nel 1946 sono stati accolti per un periodo dalle famiglie del Basso Friuli. Questi i nomi di cui siamo a conoscenza: Beppino (Aip), Vito, Albano, Feo, Ada, Nora, Marisa, Stefania, Lucilla, Teresina e Firmina. Nel 1996, un giornale – “Voce Isontina” – ha pubblicato un articolo, raccontando la testimonianza di Feo (si veda anche Gleisiuta Clevolana n.122, Natale 2010). Anche noi dopo 65 anni abbiamo raccolto i ricordi di alcuni di loro, per doverosa riconoscenza che ancora alberga nel cuore verso questo generoso atto di solidarietà, di cui furono oggetto. Alcuni, purtroppo, ci hanno già preceduto nella Casa del Padre (Vito, Beppino e Lucilla). Di altri, non abbiamo recenti notizie (Albano e Stefanina in Svizzera). Pubblichiamo quello che abbiamo raccolto:

Bianca ci racconta della sorella Lucilla. Non mi ricordo più il nome del paese e della famiglia dove Lucilla ha soggiornato. So che la trattavano molto bene, ma aveva nostalgia della mamma e di casa. Un giorno sono andata a trovarla e quando dovevo lasciarla, piangendo con disperazione, mi si è attaccata alle gonne e non mi ha più lasciata. Così ho dovuto riprenderla e riportarla.

Marisa. Si ricorda il nome del paese, Crauglio (frazione di San Vito al Torre, ndr). Dice di essersi trovata molto bene; soprattutto ricorda il buon e abbondante cibo.

Feo ha fatto conoscere la sua storia grazie a un giornale. Il nostro parroco, don Celso Morassi, comunicò alla popolazione che la POA, sotto l’egida delle curie arcivescovili di Udine e Gorizia avevano accertato che diverse famiglia della Bassa erano disposte a ospitare bambini bisognosi di età fra gli 8 e i 12 anni e per un periodo di 4-5 mesi. Ci comunicò che le famiglie che avevano intenzione di mandare i proprio figli dovevano comunicare a lui i nominativi. Da Cleulis, partirono una decina di bambini e tra questi c’ero anche io. Verso gennaio – febbraio, furono fatti confluire da diverse località della Carnia, a Udine, presso un capannone. Lì ci dettero da mangiare e nel pomeriggio ci fecero salire su un camion, non ricordo se era militare o meno. Partimmo per una destinazione a noi ignota. L’unica consolazione fu quella che noi di Cleulis eravamo tutti insieme. Mentre fummo in viaggio nessuno di noi aveva la voglia di parlare, di dire qualcosa. Silenzio totale. I miei pensieri e credo anche quelli dei miei coetanei furono questi: “Dove saremo destinati? Le famiglie che ci ospiteranno saranno come le nostre? Più severe? Ci faranno lavorare?”. Arrivati davanti alla canonica fummo accolti dal parroco di San Vito al Torre, che con un elenco in mano cominciò ad assegnarci alle famiglie. L’impatto con le rispettive famiglie fu improntato in un primo momento sulla tristezza e chiusura su se stessi poi però tutto cambiò. Ci ospitarono dandoci affetto e amore come se fossimo di famiglia. Mentre i miei compaesani dopo poco tempo rientrarono presso le rispettive famiglie, io rimasi a San Vito al Torre, fino all’età dei 20 anni, quando vinsi un corso nella Pubblica Amministrazione. E lì feci la mia strada” (Testimonianza tratta da “Voce isontina” del 19 ottobre 1996).

Teresina di Tobia ci scrive quanto segue. Dopo la guerra del 1945, come tanti ragazzi di Cleulis siamo stati “sfollati” affidati alle famiglie del Friuli. Eravamo “sfollati” perché c’erano tante miseria e fame nell’Alta Carnia. Venivamo dai paesi di Cleulis, Timau, Paluzza e giù fino a Tolmezzo. La mia mamma mi ha portato fino a Paluzza dove ci aspettava un camion militare. Tutti piangevano e si attaccavano alle mamme. Io, invece, ricordo di non aver pianto. Ero molto curiosa. Durante il viaggio sul camion dei militari pensavo: “Chissà dove ci portavano e cosa trovavo là. In che famiglia andrò?” Tutte queste situazioni mi solleticavano molte curiosità. Ci portarono a Tolmezzo per aspettare tutti i ragazzi. Abbiamo mangiato tutti insieme. Poi ci hanno diviso e ci hanno sparpagliati dei paesi della Bassa. Noi di Cleulis, sul camion, eravamo in 5. Io Alfeo, Beppino e Stefania e Albano. Ci fecero scendere di fronte alla chiesa di San Vito al Torre. E lì ci schierarono come una parata di poveri cristi e davanti ci passavano i paesani. Ci osservavano e ci guardavano e sceglievano chi per loro era adeguato. Mi ricordo che Beppino era un ragazzetto ben messo e fu il primo a essere scelto da un uomo piccoletto, con un pizzetto quasi bianco ed appuntito (Chissà perché mi è rimasto impresso). In mezzo al gruppo dei paesani, c’erano due ragazze e scelsero me e la Stefania e una signora grande e grossa si portò via Albano. Poi ricordo che la padrona mi preparò una scodella di latte e pane bianco e per me quel pane era meglio del panettone e lo mangiavo di gusto. Mentre lo gustavo, arrivò un prete e per mano teneva un ragazzetto piangente, che nessuno voleva. Era di Tolmezzo. Il prete era insieme a una signora, che si mise a discutere con la padrona di casa della famiglia cui ero stata assegnata. Alla fine, dovetti lasciare là la scodella di latte e mi portarono in un’altra famiglia, da sola. Era la famiglia Menon. Era composto dal padre, due figli e una matrigna. Il padre che si chiama Guglielmo, un figlio Bruno e l’altro Aldo, e la signora proprio non mi ricordo. Intanto era venuta la sera. Un signora mi accompagnò per andare dalla Stefania. La Stefania era un po’ più grande di me. Quindi, forse capiva. E soffriva. Era anche ammalata, piangeva e nessuno riusciva a fermala. Era aggrappata allo spolert di casa dove l’avevo lasciata. Quella stessa sera si era aggravata e la portarono in ospedale. Nel paese, le case erano tutte allineate e avevano un cortile interno separato da un alto muro. Mi avevano preparato una branda nel corridoio e lì dormivo. Quando la mattina mi sono alzata, sono corsa fuori per guardarmi attorno. Vicino a quell’alto muro c’era una fontana e nel muro, c’era un foro. Più curiosa che mai, ho sbirciato. Attraverso quel foro chi ho visto? Il mio compagno di avventura: Alfeo. Sono rimasta circa 8 mesi e il mio ricordo va sempre con affetto al signor Guglielmo, che mi voleva molto bene. Quando sono ritornata a casa mi veniva spesso a trovare. Mi raccontarono che mio padre il giorno in cui sono partita, si era appartato in un luogo, intas Fontanes, a piangere per non aver un lavoro che gli permettesse di mantenere la propria famiglia.

Luci ricorda il racconto del fratello Vito. Era il 1946 e mio fratello Vito era uno di quei ragazzi destinati a emigrare nella Bassa friulana: per noi erano tempi duri, c’era fame e miseria. Aveva 12 anni ed è partito assieme a tutti gli altri da Tolmezzo, in pullman. Ricordo che mio padre l’ha accompagnato in bicicletta. Io non so come sia stato il viaggio, né come sia stato scelto. So solo che la sua destinazione era Carlino e che dei suoi compagni di viaggio non ha saputo più niente. La famiglia che lo ha accolto era benestante, formata dai genitori e da una figlia che faceva l’insegnante. E’ stato accolto bene ed è stato trattato bene. Certamente c’era una grande differenza nel vivere, ma almeno là aveva da mangiare, anche se doveva essere molto rispettoso nel chiedere qualsiasi cosa, anche una fetta di polenta. Mio fratello raccontava che non gli hanno mai fatto mancare niente, lo hanno mandato a scuola e la figlia l’ha sempre aiutato a fare i compiti. Si era inserito bene sia in famiglia che a scuola. A Carlino è rimasto alcuni mesi, so che è tornato alla fine dell’anno scolastico. Parlava sempre bene di queste persone, tanto che aveva un gran desiderio di ritrovarle. Diceva: “Vorrei tanto sapere se sono ancora vivi e come stanno”. Poi ai fratelli diceva: “Dovete portarmi una volta a Carlino”. Però quel desiderio non l’ha potuto mai realizzare, prima per il lavoro all’estero, poi per la prematura scomparsa.

Nora. Ricordo la partenza in corriera da Tolmezzo, dove mi aveva accompagnata mia madre. C’erano numerosi bambini dai circa 10 ai 14 – 15 anni, fra questi anche dei paesani. La mia destinazione fu Latisanotta, nei pressi di Latisana. Non ricordo il nome della famiglia che mi ha ospitato. Ricordo solo che avevo due figli. Era una famiglia di contadini, gran lavoratori e anche io ho dovuto con loro dividere le fatiche dei campi, dall’albeggiare del mattino fino al crepuscolo. Sono loro riconoscente perché mai mi è mancato il cibo, e anche abbondante, ma devo pur dire che me lo sono sempre guadagnato. Dormivo in un “cjamarin” su una branda. Dal soffitto pendeva ogni sorta di salume (prosciutti o salami ecc.). Alla sera, ci si riuniva nella stalla, come “in fila”, ognuno aveva un lavoretto o un compito da fare. Io avevo un fiasco di vetro senza impagliatura con dentro della panna, che dovevo agitare affinché diventasse burro. Un giorno è venuta a trovarmi mia sorella Lina: le ho detto che volevo tornare a casa con lei, ma mi rispose che non potevo perché non c’era cibo sufficiente a sfamarci tutti. “Almeno qui non patisci la fame”, mi disse. Io rimasi in silenzio a pensare come potevo convincerla a riportarmi con sé. Quella notte dividemmo la branda, appena lei si è addormentata profondamente, ho cominciato a preparare le mie cose. Sono rimasta poi seduta tutta la notte sull’angolo del lettino, per paura che se ne andasse senza di me. Alle 4 si svegliò e quando mi vide, disse: “Cosa fai?”. Risposi: “Ho deciso, parto con te. Quello che mangi tu a casa lo divideremo. Se sarà una patata, faremo metà per uno”. E così fu.