Sguardo su gente, storia, cronaca di Cleulis e… dintorni

dicembre 27, 2011

4 – 7 agosto 2011. Festa e sagra di Sant’Osvaldo. La festa del santo patrono è iniziata giovedì 4 agosto con la proiezione sotto il tendone posto nel piazzale del bar Pakai, del cortometraggio “Dut al fâs mistîr: un sabide d’estât in mont” edito della nostrana casa cinematografica PMP. Il filmato racconta in maniera spassosa e divertente i lavori e la vita tranquilla che si svolge in montagna. Interpreti sono dei nostri compaesani che si sono calati nella parte in maniera esemplare e, a sentire gli applausi e le risate del pubblico, sembra veramente che tutto ciò debba avere un seguito. Il giorno dopo, festa di Sant’Osvaldo, la messa è stata concelebrata da tre sacerdoti presso la palestra delle scuole di Cleulis. Nel pomeriggio dopo il canto dei vespri in latino si è svolta la processione per le vie della borgata della Gleria. Questa celebrazione verrà ricordata dai valligiani e dai numerosi emigranti, giunti come ogni anno da ogni dove, come un avvenimento storico ed eccezionale perché non era mai successo nella storia pluricentenaria di questa festa che Sant’Osvaldo venisse portato in processione nella borgata della Gleria. Gli abitanti di questo borgo si sono premurati con orgoglio e passione per accogliere degnamente il passaggio del Santo nelle “loro” strade con bandierine e festoni. La serata è proseguita sotto il tendone della sagra con gli immancabili “cjalsons”. La serata di sabato, visto l’enorme successo dell’anno scorso, è stata dedicata al country e anche quest’anno ha fatto il tutto esaurito grazie anche alle nostre compaesane che si sono esibite nel ballo in maniera fantastica. Domenica si festeggiava Sant’Osvaldo a Sauris e come accade da alcuni anni un nutrito gruppo di Clevolans si è recato nella vai Lumiei con il gonfalone del “nostro” patrono per parteci¬pare alla messa e alla processio¬ne a lui dedicata. L’ultima serata della quarantacinquesima sagra dei “Cjalsons” si è conclusa con l’esibizione nostalgica e sentita del mitico trio Pakai.

21 agosto. Festa alpina sul Cuel da Mude. Anche quest’anno gli alpini hanno organizzato sul Cuel da Mude, sopra il paese, la festa alpina sempre molto partecipata. Dopo la messa celebrata da don Santo è stato servito il rancio alpino che è letteralmente andato a ruba.

12 settembre. Messa nella Cappella di Placcis. Come è ormai consuetudine gli abitanti della borgata di Placcis hanno organizzato una serata assieme al compaesano acquisito mons. Pietro BrolIo. Dopo la messa celebrata dal vescovo emerito è stato servito il rinfre¬sco “soi dal tei” condividendo cosi in maniera semplice e genuina una serata di fine estate.

26 settembre. Lavori Pecol. A quasi un anno dalla sua chiusura per caduta massi (19 novembre 2010) sono iniziati i lavori del Pecol. I lavori consistono nel rifacimento dei muretti di sostegno, nella pulizia del sottobosco soprastante e nella predisposizione di due nuovi punti luce oltre a quello esistente. La via Pecol è sempre stata la via pedonale per eccellenza per raggiungere l’abitato di Cleulis ed è per questo che la sua sistemazione e conseguente riapertura erano attese con una certa impazienza.

2 ottobre. Tratôr Day. Presso il piazzale del bar Pakai si sono ritrovati i “migliori amici meccanici” di chi vive e lavora in montagna, ovvero i trattori e le “Api”. Questi macchinari sono un aiuto indispensabile per il trasporto di legna, letame, fieno, ecc. quasi ogni famiglia del paese infatti è provvista di questo aiuto perciò un gruppo di amici ha pensato di organizzare un paio d’anni fa questa festa a loro dedicata. Dopo la sfilata dei mezzi agricoli si è servito il pranzo per tutti i partecipanti tra racconti e aneddoti riguardanti le imprese fatte con tali mezzi.

30 ottobre. Presentazione libro. Nel pomeriggio dell’ultima domenica di ottobre si è svolta presso la sala dell’albergo al Cacciatore la presentazione del libro di Gianni Oberto e Albina Srizzai “Sui sentieri di Carnia…orme di religiosità”. Questo volume ricco di oltre quattrocento pagine racconta con l’aiuto di bellissime fotografie i segni di religiosità sparsi nei Comuni della Carnia. Anche l’abitato di Cleulis, ricco di ancone votive, è citato nel libro con las maines di Cuel das Cidules, di Leon, di Micul, da Mestin, dal Tuc e il Sign6r dal Puint e l’arcagnul Rafaêl di Teu dal muini.

20 novembre. Madonna della salute. Questa festa datata 1905 è stata istituita dai nostri emigranti ed è molto sentita nella nostra parrocchia. Infatti la palestra era gremita di fedeli per la messa solenne. Nel pomeriggio, dopo i vespri cantati in latino la statua della Madonna della Salute, come accaduto il 25 settembre per san Antonio, è stata portata in processione per le vie della borgata della Gleria.

30 novembre. Si rientra in Chiesa? E’ una domanda che molti a Cleulis si pongono in questi giorni, visto che i lavori sono in fase di completamento. Dopo essere stati rifatti gli intonaci, anche il soffitto a cassettoni e l’impianto elettrico stati ultimati da alcuni giorni perciò la comunità di Cleulis dopo più di cinque mesi fuori dalla propria chiesa (ultima Messa il 19 giugno) anela di poter celebrare il Santo Natale nella propria Casa. Mentre andiamo in stampa le notizie su quando si rientrerà sono ancora vaghe ma da parte degli addetti ai lavori serpeggia un certo ottimismo che ci fa sperare di poter cantare “Lusive la lune” sotto il nuovo soffitto della nostra chiesa.

a cura di Luigi Maieron

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Un cjant par Cleulas

dicembre 27, 2011

Ci siamo. Dopo un anno di lavoro è finalmente pronto e sarà presentato ufficialmente du¬rante le festività di Natale (date e luoghi ancora da definire). Il Cd che raccoglie le esperienze musicali dei “Giovins Cjanterins di Cleulas” arriverà come una strenna. Ci sono i loro cavalli di battaglia: “Gleisiuta Clevolana”, “Lancio das cidulas”, “L’emicra¬nia dal emigrant”, “Un cjant a Cleulas”, “Aiar di fieste”, “Inno a San Osvaldo”, “Osvaldo ritorna”, “Fasìn un cjant a la cjargnela”, “Las penas da Clevolana”, “Fûr fûr nuvice”, “O gran Mari da Salût”, “Sint dal cîl”, “Biela not”, “Lusiva la luna”, “I Re Magi”. 16 tracce musicali a raccontare un paese, le sue tradizioni, le sue memorie musicali. Sarà proprio “Un cjant a Cleulas” a dare il nome a tutta la raccolta. Il titolo segna il coinvolgimento di una comunità, l’amore, l’attaccamento al canto. C’è di più: al supporto audio si abbina un Cdbook, una guida a libro che accompagna l’ascoltatore, spiega, illustra. Un riassunto efficace e pensato, ragionato del repertorio canoro dei “Giovins”. E, parimenti, un racconto, in note, del paese. Una commissione artistica formata da cinque “Giovins” ha avuto il compito di dettare il passo, fin da gennaio: coinvolgere le persone che avrebbero costituito il coro (attingendo non solo tra i giovins) e scegliere i brani da incidere (prima seguendo un aspetto temporale cosicché fosse rappresentato ogni momento della vita del paese – matrimonio, tradizioni, feste, partenze ed arrivi degli emigranti – poi perché ne uscisse un giusto, equilibrato mix tra canti sacri e profani. I primi mesi del 2011 si sono spesi, soprattutto, per chiarirsi le idee e stendere un piano di lavoro. Da marzo (con una breve interruzione per la solennità di S. Osvaldo) a novembre, il coro si è trovato settimanalmente per provare i canti e quindi per registrarli. Questa fase si è svolta periodicamente, con 4-5 brani per volta, e con l’aiuto di Roberto Frisano, musicologo, esperto di canti tradizionali, che da alcuni anni segue con interesse la crescita del gruppo. Le registrazioni si sono svolte nella Chiesa di S. Geltrude di Timau e in parte in quella di Santa Maria di Paluzza. Cd e libretto hanno visto il supporto e la collaborazione di molti paesani e paesane appassionati del canto. Lo stesso Cd-book è stato un lavoro a più mani: Silvia Puntel per la stesura dei testi, Sandra Puntel per la consulenza artistica, Renè Puntel (assieme a tante altre persone) per il materiale fotografico. Perché è proprio vero quanto si legge nell’introduzione: “In ogni moment, in ogni dada di timp, si cjantava par slizerî chê vita cussì dura, butant fûr il propri sintî. La stessa rouba a sucedeva in ogni ati lûc di incuintri. E nol era nencja râr sintî, sui cantîrs, las vous dai puems. In ore presint dut chest al è lât sparît, ma par fortuna vin il grup dai “Giovins Cjanterins di buina volontât che, oltri a amâ il cjant, la compagnia, la tradizion, Cleulas, noi vûl lassâ muri chest patrimoni lassât dai nostis vons e cumò ai son lôr a passâ il testemoni as novas gjenerazions”.

 

 


Artisti per Pakai

dicembre 27, 2011

A tutt’oggi il Trio Pakai è ricordato come l’ensemble folkloristico più rappresentativo della cultura musicale friulana. La storica formazione carnica capitanata dal leader indiscusso Amato Matiz, noto a tutti come “Pakai”, ha fatto ballare e sognare un’epoca. Pakai alla fisarmonica, Genesio Puntel al contrabbasso, Paolo Morocutti alla chitarra e la voce di Stefano Paletti. Il loro irresistibile e personalissimo stile musicale, ancora oggi amato e stimato ben oltre i confini regionali, è stato dalla fine degli anni Sessanta agli inizi degli anni Ottanta uno dei leitmotiv più seguiti nel panorama del fisarmonicismo mitteleuropeo. Da un po’ di tempo avevamo il forte desiderio di organizzare un evento che rendesse omaggio e celebrasse le gesta di questo memorabile trio. L’idea era quella di indire un concorso per fisarmonicisti e si è potuta concretizzare in particolare grazie all’intervento dell’Associazione Musicale della Carnia. La proficua collaborazione tra quest’ultima e la nostra Associazione e il fondamentale sostegno del Comune di Paluzza, di Carniarmonie e altri sponsor hanno permesso che il 24 settembre 2011 tosse organizzato il Primo Concorso Internazionale Fisarmonicistico “Trio Pakai”, al quale hanno partecipato ben 25 fisarmonicisti provenienti da diverse parti della regione, dal Cadore, dalla Slovenia e dalla Carinzia. Il concorso ha visto la partecipazione di 4 categorie: Junior, Giovani, Senior-repertorio Folk e Senior-repertorio classico-varieté. Le selezioni si sono svolte durante tutto il pomeriggio presso la sala della parrocchia di Timau, dove i candidati si sono esibiti sotto lo sguardo attento di una giuria formata da affermati musicisti e quello entusiasta del pubblico presente. Prima delle premiazioni, presso l’albergo “al Cacciatore” i concorrenti hanno avuto modo di degustare i cjalsons nella variante cleuliana. Infine, l’appuntamento al bar Pakai (e dove se no?) per l’ultimo atto: le premiazioni. Evidente il dominio degli sloveni che in tutte le categorie hanno occupato almeno uno dei tre gradini del podio. Al giovane carnico Bruno Tavoschi è stato invece assegnato il premio della critica: il suo talento ricorda un certo Amato Pakai! La serata è poi proseguita in un’atmosfera di amicizia e di allegria, proprio nello stile che Pakai amava. Il grande apprezzamento che tutti hanno espresso al comitato organizzatore ci lusinga ed è uno stimolo a ripetere l’evento negli anni a seguire. Un grazie alle tante persone, enti e associazioni che ci hanno offerto il loro disinteressato contributo affinché la manifestazione potesse avere il maggior successo possibile. Infine un ringraziamento particolare va al maestro Giovanni Canciani per aver fin da subito appoggiato con entusiasmo l’idea e ad Alessio Screm, instancabile direttore artistico del concorso, assieme con il quale abbiamo condiviso ogni fase di questa sorprendente avventura.

I Giovins Cjanterins


Tacio è diacono

dicembre 27, 2011

Mentre mi accingo a stendere alcune riflessioni sul momento così intenso vissuto dalla nostra comunità nell’estate scorsa come è stata la consacrazione diaconale di Tacio, il pensiero va a quel ormai lontano 29 giugno 1972, quando l’arcivescovo Zaffonato mi consacrava diacono nel duomo di Tolmezzo. Era presente un gruppetto di compaesani e tutto si è svolto in tono dimesso.

Eravamo più di cento persone accorse dalle parrocchie del nostro Comune, con in testa il sindaco con la fascia tricolore, in quel pomeriggio del 4 settembre scorso nel duomo di Udine. Le persone presenti in cattedrale in quel giorno sono rimaste profondamente emozionate dai vari momenti che quel rito di consa¬crazione ci ha offerto e soprattutto dalla scelta così singolare di spendere la propria vita per il Vangelo da parte di quei due giovani (uno era il polacco Boguslaw Kadela). E’ difficile per me esprimere la mia gratitudine al Signore. In quei momenti ho avuto la netta sensazione di come Dio opera in modo misterioso e talvolta per noi incomprensibile nella storia di ogni uomo. Tutto è incominciato in quel mese di aprile del 1986 quando don Carlo, don Danilo e il sot¬toscritto sono andati ad incontrare i più lontani e anche i più sconosciuti discendenti di quei cleuliani e timavesi emigrati in Brasile nella seconda metà dell’ ‘800. Giornate indimenticabili, festa grande per quel popolo che ritrovava le proprie radici e la propria identità, e le foto con tante, tante famiglie… tra queste c’era anche una giovane coppia con due bambini: Tacio di 6 anni e Marindia di 4. Diciannove anni più tardi sono tornato là e ho incontrato il giovane Tacio che mi ha subito espresso il desiderio di essere sa¬cerdote nella terra dei bisnonni Lorenzo (Falcin) e Pasqua Primus (Leon). Incomincia così l’ “avventura” italiana del giovane. Entra in seminario, impara in brevissimo tempo la lingua italiana e anche quella friulana grazie alla sua prodigiosa memoria, si impegna nello studio della teologia, dando sempre puntuale gli esami e, nonostan¬te resti sempre molto legato alla sua terra “gaucha”, si integra nel nostro mondo friulano. Ora è là, disteso a terra in segno di totale offerta della sua vita a Dio, mentre noi invochiamo lo Spirito San¬to e tutti i Santi che dovranno essere per lui un modello per il suo ministero. Lo vedo accostarsi all’Arcivescovo per ricevere da lui il “Grande Libro” della Parola di Dio che dovrà proclamare al popolo. Ascolto la sua promessa di celibato e obbedienza. Tocca a me, come suo parroco, imporgli la stola e la dalmatica che sono le vesti liturgiche proprie del diacono. L’ arcivescovo gli ricorda infine uno ad uno i suoi doveri a servizio del popolo di Dio. Guardo papa Gilson, mamma Marta e la sorella Marindia con gli occhi lucidi di commozione incollati sulla sua persona.

Tacio carissimo, il tuo cammino verso il sacerdozio non è ancora terminato. Fra non molto sarai sacerdote e allora le nostre chiese vedranno finalmente dopo 40 anni un altro giovane accostar¬si all’altare per “cantare” la sua Prima Messa! In tempi come i nostri in cui la figura del sacerdote è una presenza sempre più rara, un nuovo sacerdote è una Grazia davvero speciale. Rendo lode la Signore per questo dono. Vorrei aggiungere che quella del sacerdote è una esperienza che vale la pena ad essere vissuta. Molti hanno paura di scelte cosi forti come la nostra, ma Dio è fonte di felicita, e forza, e amore. Hai iniziato il tuo ministero pastorale a Lignano. Tre giorni alla settimana in parrocchia e quattro ancora in seminario per terminare gli studi e la tua preparazione al sacerdozio.

Auguri vivissimi, Tacio, per questo primo passo che già ti impegna per la vita. Noi ti accompagnamo con la preghiera e il nostro affetto. Dona tutto l’entusiasmo dei tuoi anni giovanili, ama le persone che incontrerai, porta loro il Signore del quale hanno bisogno più del pane quotidiano allora capirai quanto è bello ed esaltante vivere la tua vita con il Signore e per la Santa Chiesa.

Il vostro Siôr Santul don Tarcisio


Thomas e i suoi alpaca

dicembre 27, 2011

Prima di farmi entrare a casa sua, in ta Glerie, per l’intervista, Thomas mi fa vedere con orgoglio i suoi amici alpaca che brucano tranquilli nel prato attiguo alla stalla. Appena lo vedono arrivare con il mangime in mano questi animali dallo strano aspetto e dal muso dolce gli si avvicinano facendogli le feste. Thomas li accarezza e parla con loro: si vede che c’è un bel feeling tra lui e gli alpaca.

Quando e perché è nata questa tua passione per questi animali?

«Mi trovavo con gli amici nel bar da Pakai e guardando una trasmissione televisiva vidi per la prima volta questi strani ani¬mali che mi incuriosirono pa¬recchio. Dopo di che venni a sapere che mia cugina Noemi (figlia di Didi di Laipacco) la¬vorava presso un’azienda agri¬cola in Umbria dove allevano proprio gli alpaca, quindi dopo averla contattata, mi sono recato a Umbertide per incontrare da vicino i miei nuovi amici. Ap¬pena li vidi rimasi colpito dalla loro dolcezza e curiosità, veder¬li pascolare liberi sulle colline umbre è uno spettacolo. Così, dopo aver frequentato un corso per conoscerli meglio e per sa¬perli gestire nel miglior modo possibile, due anni fa ho portato a Cleulis una coppia di alpaca».

A Cleulis animali del genere non si sono mai visti. Chi sono gli alpaca?

«Gli alpaca sono originari del Perù e sono presenti in tutta la regione Andina oltre i 4000 me¬tri di altezza. Sono come i lama, le vigogne e i guanachi. Sono ruminanti e appartengono alla famiglia dei camelidi. Visto che vivono a una temperatura anche di meno quindici sono provvi¬sti di un vello denominato fibra che ha la peculiarità di avere un potere calorifico sette volte superiore a quello della lana di pecora. Il colore del loro manto varia dal marrone scuro al marrone chiaro; al bianco o al nero passando per il grigio. È una fibra non infiammabile e da essa si ricavano indumenti di ottima qualità perché uniscono il potere calorifico del filato a una leggerezza sorprendente del capo.

In Europa non è commerciata la carne di questo animale ma in Perù e in Cile è molto apprezza¬ta (vero Ivan e Raf?). Il cuccio¬lo di alpaca è chiamato “cria”. Mangiano sia erba fresca che fieno o mangimi tradizionali».

Sputano come i lama?

«Sì, ma molto raramente alle persone. E questo accade solo se si sente in pericolo. O, fra di loro, per difendere il proprio cibo».

Quanti alpaca hai?

«Ne ho quattro. L’ultimo è nato il 18 settembre. Il papà si chiama Sansone, la madre Dalila il loro piccolo Adam e l’altra femmina acquistata in marzo Eleonora».

Qual è il tuo rapporto con loro?

«ll mio rapporto con questi ani¬mali, come hai potuto vedere, è molto buono, sono molto schivi e vanno avvicinati con movimen¬ti cauti ma decisi. Se mi fermo per qualche istante in un punto qualsiasi dei prato essi, essen¬do molto curiosi, si avvicinano spontaneamente a me per vedere perché mi sono fermato. Dalila e Sansone li ho acquistati nel settem¬bre di due anni fa e hanno qua¬si otto anni. In media l’alpaca vive fino a quindici anni. Sin da piccoli con un po’ di addestra¬mento, possono essere abituati ad andare in giro con la cavezza imparando così a seguire chiun¬que».

Quanto tempo impieghi ad accudirli?

«Cinque minuti al mattino e cin¬que alla sera infatti quando hanno la mangiatoia piena e l’acqua nel secchio l’animale non chiede altro. A differenza delle mucche e delle capre, l’alpaca non deve essere munto e nemmeno ripulire la stalla in quanto scelgono come un unico punto per fare i propri bisogni. Possiamo inoltre pascolare in ogni periodo dell’anno anche in pieno inverno essendo abituati a resistere a temperature estreme».

Hai degli aneddoti sui alpaca da raccontarmi?

«Vedere la nascita del primo cria è stato molto emozionante, mi ricordo che era il 12 febbraio, una giornata serena, è stato quasi inaspettato perché l’alpaca in gravidanza non presenta un ventre diverso da quello solito. A questo evento, il primo alpaca nato a Cleulis, ho voluto rendere partecipe l’intero paese affinché mi venisse proposto un nome adeguato al nascituro. Tra le molteplici proposte fattomi il nome che mi è piaciuto di più è stato quello di Gedeone. Un altro simpatico avvenimento mi è capitato quando sono andato a prendere la coppia di alpaca. Quando arrivò il in caricarli sul furgone, il maschio vi salì senza alcun problema mentre la femmina faceva difficoltà a salire tanto che ho dovuto sudare un bel po’ per caricarla. Ad operazione avvenuta rivolgendomi a Dalila, l’alpaca ribelle, le ho detto: «Tu pos vegni propi nome in Cjargne, gjau di un roc!».

Luigi Maieron