Un paese fuori dal comune

marzo 9, 2009

Iniziamo un viaggio nel paese delle dimenticanze e delle buone intenzioni. Delle noncuranze e delle tante promesse, dette a voce o mai evase. Iniziamo un viaggio in un paese che nessuno vorrebbe mai vedere o raccontare. Che ci auguriamo di non vedere né raccontare mai. Ma che – purtroppo – c’è. Lo vediamo e lo ripassiamo ogni giorno. Ci siamo talmente abituati all’idea, che ormai non ci si fa neppure più caso. In questa inchiesta, raccontiamo con immagini e parole forti la situazione di degrado di cui soffre Cleulis. Vogliamo – e siamo sicuri di fare cosa grata ai nostri amministratori – fornire un promemoria delle urgenze e delle emergenze, delle priorità che il paese presenta. Il nostro giornale ha raccolto l’invito fatto da molte persone. Anche il Consiglio Pastorale parrocchiale, proprio nell’ultima seduta, ha avallato la stesura di questo articolo. Per carità, la nostra intenzione è avulsa da polemiche, non vogliamo tirare le orecchie a nessuno. Piuttosto solo fornire consigli propositivi. Il dialogo è sempre stato un punto vincente. Dopo le elezioni del 12 e 13 giugno, si sono insediati nuovo sindaco e consiglio. Forniremo al tavolo del nuovo primo cittadino un piano dettagliato delle nostre priorità. Perché si pongano subito in essere i rimedi necessari. Non c’è tempo da perdere. Qui non conta la politica, non conta il comune, la Provincia o la Regione. Contano solo i fatti. Che parlano da soli. Da questi, parte il nostro viaggio.

Qui borgo Somlavila

Emergenze: viabilità interna e case pericolanti

Purtroppo la verità è dura da accettare, ma le strade di Calcutta sono meglio di quelle di Somlavila. E’ vero: manca una strada percorribile in macchina fra le viuzze e le case e questo non si può certo pensare di realizzare, ma un miglioramento della viabilità interna al borgo pare invece richiesta più che legittima. Basta farci una passeggiata, per accorgersi che la pavimentazione è sconnessa, oppure coperta da materiale estraneo, detriti e sporcizia. Inoltre, a tratti c’è, a tratti no. Per esempio lasciando Piazza della Vittoria e proseguendo verso la parte più alta, la ciottolata termina al punto di immissione fra via Val Castellana e via Postetto. Perché non proseguirla? D’accordo che quel sentiero è logorato dai secoli e dalle scarpe, ma pare proprio di stare nel medioevo! In questo caso, al posto del ciottolato, un troi di terra battuta è l’unica viabilità esistente. Non osiamo pensare come siano d’inverno o con la pioggia autunnale quei sentieri. Ci è stato segnalato, inoltre, che anche le fognature non siano proprio in ottimo stato in quella zona. Sebbene alcuni lavori di ripristino siano stati fatti, nei pressi della fontana le fogne scorerebbero ancora su lastroni di pietra (anziché nei tubi). E’ decisamente migliore infine – questo va detto – la pietrata che riprende per condurre davanti alla Chiesa di sant’Osvaldo. Peccato giovino del servizio solo la zona più bassa di Somlavila. Quelle più alte, sono invece completamente escluse. La viabilità non è l’unica piaga di Somlavila. Ci sono anche le case pericolanti. Un esempio si può osservare proprio di fronte all’albergo “Al cacciatore”, la “Cjase di Drêa” (Andrea Puntel Repil) giace lì. E’ uno spettro, senza tetto e senza ritegno. Un pugno in un occhio. Sarebbe opportuno pensare ad una nuova sistemazione: abbatterla oppure ristrutturarla e lasciarla al servizio della comunità. Il sindaco aveva anche già ventilato queste possibilità, come avevamo riportato in queste pagine, ma poi non s’è fatto più nella. Non fosse altro perché pericolosa per le altre case lì vicino. Stesso discorso vale per la “Cjasa da Tinga”. Questa è proprio un pericolo per tutta la borgata. Poggia completamente su quella vicina, presenta segni di decadenza sul tetto e sui muri. Bisognerebbe trovare anche in questo caso una soluzione, che noi proponiamo drastica: l’abbattimento. Tirando le somme, Somlavila pare la borgata più malmessa del paese, proprio per la fatiscenza di strutture e infrastrutture interne. Ci sarebbe in realtà anche un’altra questione in sospeso: i locali del vecchio ambulatorio, ma per non inflazionare ulteriormente Somlavila, solo per questa volta, racconteremo questa vicenda nella sezione dedicata al borgo di Cleulis.

Qui borgo Cleulis

Vecchio asilo: che fare?

Il vecchio asilo, probabilmente, non sarà più utilizzabile. Dentro e fuori, crepe e spaccature stanno distruggendo quello che è stata la culla di tutta una generazione di ragazzi. Peccato. Oggi versa in condizioni deplorevoli: gli scantinati sono stracolmi di rottami e immondizia; dentro è inagibile. Dicono che non si potrà recuperare perché un movimento franoso se lo sta portando via: di qui la presenza delle crepe. Dunque ogni ipotesi di un suo utilizzo per il bene della comunità non è percorribile. Probabilmente su di esso si abbatteranno le ruspe. Resta comunque un locale in stato di abbandono. E pensare a quanti soldi hanno buttato via per “trasformarlo in un opificio produttivo”?? Se deve essere abbattuto, allora che le ruspe facciano il loro dovere. Se si può recuperare il recuperabile, si faccia qualcosa. L’ambulatorio è una vicenda a parte. In primo luogo, non si trova in buono stato, almeno esteriormente. Poi, va aggiunto, che un’ipotesi di ripristino è stata già fatta. Il vecchio ambulatorio del paese è stato promesso in comodato al Circolo Culturale Ricreativo, perché lo ristrutturi e ne faccia la sua sede. Il problema è che sebbene l’idea sia almeno della scorsa estate, non esiste a tutt’oggi un atto formale del passaggio di consegne. Ci permettiamo di suggerire che la soluzione di Zanier (l’affidamento al CCR, appunto) non può che essere la migliore delle percorribili. Ma ci premuriamo pure di suggerire al neosindaco la necessità di un’accelerata dei tempi di affidamento. Una delibera scritta, insomma, che possa permettere l’avvio dei lavori. La situazione dei due locali ci permette di tracciare due considerazioni importanti, che andremo adesso ad elencare. In primo luogo, il fatto che il paese è attraversato da un fonte franoso, magari micromillimentrico, ma che c’è, altrimenti non si spiegherebbero i cedimenti di alcune strutture. Sul fronte geologico dunque la situazione non è affatto tranquilla. Per questo motivo, chiediamo che il comune di Paluzza interessi la protezione civile, affinché siano stanziati i fondi per la messa in sicurezza dei punti più critici. Esistono delle leggi, le stesse di cui usufruiscono per esempio Salârs e Ligosullo, che dispongono finanziamenti per il miglioramento dell’assetto geologico di un territorio. Non sappiamo se fanno anche al caso nostro; ma chi è competente lo può accertare. In secondo luogo, lo stesso asilo ma anche l’ex ambulatorio ci suggeriscono che il paese non ha – unico caso in tutto il comune –una struttura adibita agli incontri della comunità. Supponiamo che si debba fare una riunione. Dove si va? Anche questa è un’esigenza molto sentita. E che segnaliamo come fondante per il tessuto sociale di Cleulis.

Qui borgo Laipacco

Il ponte che non c’è

Quanto costa a “Poste italiane” mantenere una rossa, metallica e scassata cassetta per le lettere? Supponiamo poco o nulla, solo il servizio per il ritiro. In tutto Cleulis basso non esiste una buchetta per le lettere, bisogna salire al paese per spedire una lettera. Tolta quella fuori dalla latteria e tolta anche quella fuori Pakai. Visto che il costo per il ritiro in questo caso non ci sarebbe (i postini ci passerebbero comunque davanti, per andare a ritirare la posta a Cleulis alto), non sarebbe un buon servizio al cittadino tornare a mettere una cassetta anche a Cleulis basso? In fondo il problema della posta è il meno grave. C’è un ponte che porta a Cleulis, il ponte di Laipacco, e ogni volta che piove forte, specie d’autunno, sono rogne. L’acqua arriva anche a toccare l’arcata. Ma ‘sto ponte nuovo si fa si o no? Il progetto è pronto. I lavori dovevano iniziare la scorsa primavera, ma a tutt’oggi di ruspe e di “guadi” annunciati-imminenti, neanche l’ombra. Chiediamo: Qual è lo stato di avanzamento dei lavori? C’è stato almeno l’appalto all’impresa? Un’altra questione, già che si è parlato del ponte, è lo stato piuttosto malconcio delle sponde e degli argini del torrente Bût. C’è un punto in particolare a sud del paese dove il torrente nel suo percorso tange e rode il piede della montagna, sopra la cui altura c’è tutto il paese. Il percorso del Bût dovrebbe reso più sicuro, con argini e sponde più consistenti. Non semplici massi incastrati. Lì, in futuro potrebbe davvero scattare un’altra emergenza idrogeologica. L’acqua continua a rosicare. Chiediamo al sindaco e alla sua nuova giunta di verificare di persona, basta recarsi nei pressi del depuratore e “guardare giù”. Infine, la precedente amministrazione comunale ha realizzato una bella pista lastricata per salire verso la parte alta del paese. A parte che d’inverno potrebbe tranquillamente diventare una pista olimpionica di bob, vista l’estrema scivolosità che la rende impraticabile al pedone, il lavoro – come abbiamo già più volte sollecitato – dovrebbe essere completato, almeno con la realizzazione di un paramassi o almeno di un parapetto, per garantire una protezione minima al passante o gitante a rischio di “capogiro” quando si sofferma a guardare il panorama. Sotto c’è lo strapiombo.

Qui borgata Gleria e Aip

Fiat lux

Tralasciamo la questione “appezzamenti demaniali”, anche se ce ne sarebbe da scrivere su com’è stata gestita tutta la faccenda. In ogni caso, in entrambe le borgate ciò che manca è una consona illuminazione notturna. In via Canale e in via Aip sarebbe da riprogettare completamente, mentre sul Pecol manca del tutto.  Via Aip e via Martiri di Promosio sono tutte sconnesse: le due strade sono rattoppate “alla buona” in più punti. La sensazione a percorrerle è quella del safari, solo che non ci sono gli animali. Infine, una considerazione che ci sta molto a cuore. Abbiamo un cimitero, noi di Cleulis, che dividiamo con quelli di Timau. Il cimitero è composto da 6 terrapieni ove vengono sepolte le salme dei nostri cari. La matematica non è un’opinione e 6 diviso 2 fa 3. A ogni paese toccherebbero tre settori. La realtà, però, non è questa. Cleulis, a oggi, può seppellire i suoi defunti solo su una piazza e mezza, le altre quattro e mezza sono riservate a Timau. La questione non è di campanilismo ma di buon senso. Soprattutto da noi dove ancora è molto sentita la sacralità della morte e del ricordo del defunto. E’ giusto – caro Consiglio comunale, cara giunta e caro sindaco – che dobbiamo seppellire i nostri defunti uno sopra l’altro, quando una più equa distribuzione degli spazi riequilibrerebbe tutto?; è giusto che continuiamo ad arrabattarci per seppellire un nostro caro defunto perché non troviamo un posto? E’ giusto che ci accolliamo anche l’ingombrante imbarazzo di dover recapitare lo sfratto ai familiari di altri defunti, per avere un misero loculo?

Conclusione

Caro sindaco e cara amministrazione, questi sono i mali di cui soffre il paese. Confidiamo in risposte concrete e tangibili a queste situazioni di disagio.

 Oscar Puntel

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SESSANT’ANNI DALL’ECCIDIO DI PROMOSIO

marzo 9, 2009

Signore, perdona i fratelli che hanno ucciso i fratelli”.

Questa frase scritta nella parete posta dietro l’altare della cappella di Malga Promosio era difficile da comprendere per un bambino di sette anni come me nel 1950, quando mi sono recato lassù per la prima volta. Mi sembrava contraddittoria, senza senso, ma con il tempo e le varie testimonianze che sentivo, pian piano ho capito che era una frase piena di significato cristiano e mi sono convinto che è tuttora una delle frasi più forti che siano state scritte nella nostra vallata. Ricorre quest’anno il sessantesimo anniversario dell’eccidio della Malga Promosio, avvenuta il 21 luglio 1944, un orribile sfregio alla nostra comunità, perché è stata una strage contro gente innocente ed inerme, contro gente semplice e laboriosa. Riportiamo in sintesi la testimonianza di una persona che visse, in parte quei giorni terribili e che è stata riportata sul “Bollettino Parrocchiale di Treppo Carnico “La noste Valade” nell’agosto 1984 n°19. “ La mattina del 21 luglio una banda di 25 armati composta da tedeschi e militi repubblichini, irruppe verso le 10 nella casera di Promosio; essi volevano vendicarsi di alcune azioni compiute dai partigiani oltre confine. Ivi si trovava il padrone Andrea Brunetti con i suoi pastori e due donne di Paluzza andate a prendere il formaggio: totale 17 persone. Quello che avvenne non si sa di preciso, perché delle 17 persone neppure una sopravvisse. Si sa solo che nel pomeriggio il pastore delle capre con un bambino di Timau, quando rientrò dal pascolo, vide le vacche ancora legate nelle stalle e la casera chiusa a chiave. Meravigliato, va ad aprire e trova tutti orribilmente massacrati ed ammonticchiati nel mezzo della stanza in un lago di sangue. Il padrone al di sopra di tutti portava al collo un cartello con la scritta:”Ecco la morte dei traditori”. Nella casera si lasciò intatto il formaggio, venne preso però il tabacco e il denaro del padrone e dei pastori. Il capraio ed il ragazzo impauriti corsero a Timau a portare la triste notizia. Infatti tra i pastori c’erano 5 di Timau e due ragazzi di Cleulis, uno di 14 e uno di 16 anni. La sera stessa volontari di Timau e Cleulis salirono in Promosio a prendere i morti e trasportarli nelle loro famiglie. Il gruppo di banditi, compiuto l’eccidio, scesero verso la vallata…”. Segue la descrizione di tutti gli eventi delittuosi avvenuti nelle ore successive. La cappella in ricordo di questi martiri è stata eretta dalla famiglia di Andrea Brunetti, il proprietario della malga ed è stata inaugurata nel 1947 con la presenza del poeta friulano Chino Ermacora. Già nel 1951 subì la prima distruzione causata da una valanga scesa dal pendio soprastante. Fu ricostruita nello stesso posto, ma nel 1978 fu nuovamente distrutta sempre da una valanga. L’Amministrazione Regionale che, nel frattempo aveva acquistato tutta la proprietà dei Brunetti, decise di costruirla in un sito più sicuro. Ogni anno, in data 21 luglio, si celebra la S. Messa in suffragio di quelle persone innocenti. Nel 2002 il presidente del Consiglio Regionale Antonio Martini, indirizzò la richiesta ufficiale al Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi perché malga Promosio fosse proposta come Monumento Nazionale.  Sarebbe inoltre opportuno sensibilizzare le persone che lassù vi accedono nel giorno della commemorazione perché evitino manifestazioni non adatte alla circostanza.

Lele Plazzotta


«Nus àn roubât la spensierateça dal jessi fruts»

marzo 9, 2009

L’odi e la violenza a son une component da natura umana che a àn tant che cuintri-peis l’amôr e il rispiet. Ma cuant che i prins a àn il sopravent su la resjon, l’om al sji trasforma inta bestia plui crudêl. No sai parcè, ma a ondadas ca e là pal mont ogni tant chest mostro al sji plata, par po’ saltâ fûr cul non di vuera. Il nosti paîsj al à ben vût mût di socombi tal secul a pene passât, ta prima e ta seconda vuera mondiâl. Da prima ormai a son restâts pousj par contâla, ma da seconda a ‘nd è incjemò ch’a sji impensin benon o encja ch’a la àn vivuda su la lôr piel; in combatiment, in prisonia, la miseria e dutas las conseguenças che una vuera sji tire devûr. Îr razisim, deportazions, cjamps di concentrament, fors crematoris e cussì via, che nencja la plui prolifica fantasia no sji podeva insumiâ i tancj orôrs patîts ta realtât di milions di personas. Dut chest nol à insegnât nuia, stant che vuei a sji ripet tal Orient e in atas bandas dal mont. Fintramai chei che a predicjin la democrazia e ch’a vuelin scombati i tirans, i ditatôrs, i teroriscj e via indavant a doprin i stes mûts e mieçs che a peraulas a condanin. Jo no sai cui ch’al à reson, ma la besteata da violenza a no mûr mai. Naturalmenti nencja i fruts no son stâts sparagnâts, e fin dopo che la vuera a era finida sji cjatava ca e là a sbarai bombas e aitisj gjauleçs di chê famea incjemò da esplodi, che cualchidun crodint ch’a no fossin periculousj a ch’a fossin mateçs ur son scopiât d’intor puartant par duta la vita las conseguenças senò adiritura rimetint la vita. Benedet, fradi di Cinto dal Nac, dopo la prima vuera, in Cuel das Cidulas, mateant ch’al veva di provâ a fâla scopiâ al è muart, cussì Dolfo di Titin inta gleria là ch’ai veva il stalut; e dopo Renato fradi di Susanna e la Rita da Braida ch’ai veva pierduda una man, e par ultin che jo mi impensi di vei sintût contâ di Edoardo di Nenon e Franco di Pio (dopo deventât Bonsignor don Franco) ch’a àn vût las sclesjas ficjadas ta lôr cjarn. Alora sei lada dal Doardo a fâmi contâ ce ch’al sji impensa; plui voltas ingropât mi à contât cussì:

«Al era dal Cuarantacuatri, il paîsj al era ocupât dai Cosacs. La cjasa di Ten dal Forn e da Marga (di là da strada, sot di chê da Vira e da Bre che cumò no è plui) a erin ocupadas dai Cosacs, ch’a vevin parât fûr la int di cjasa. D’Atom par via da vuera no ‘nd era scuela e nou fruts (jo sei dal ’37 e vevi 7 agns) erin simpri tal mieç di chescj Cosacs parcè che a vevin i cjavai e i cjars e nus montavin sù encja nou ogni tant, e par nou al era il plui biel divertiment. Il riu di Aip in chê volta al vegniva jù propi devûr là che cumò a è la cjasa di Jacun da Braida e nou canaia lavin ducj i dîsj a mateâ jù da l’aga. In chê dì a buinora (mi pâr ch’al era il 19 di Dicembar dal ’44) vin cjatât una bomba propi dongja da l’aga (ai savût dopo ch’a era di fabricazion taliana e cença la sicura). La ai cjapada sù jo e volevi puartâla a mostrâ ai Cosacs. Rivât dongja la cjasa di Ten mi à di jessi sbrissjada (jo no mi inpensi benon) e colada abàs a è scopiada. Un lamp, un ton, fum, confusjion, spavent, dolôr, dut insanganât, ducj vosjava, ducj fuiva. Cosacs, int ator di nou, e jo e Franco ch’al era il plui dongja di me i plui colpîts das sclesjas in plui bandas dal cuarp, jo plui ta gjamba diestra. Mi àn cjapât sù e puartât da Marga, e dopo a cjasa mê poiât sul plancum di cusina e simpri tanta int e confusjion intor. Intor miesdì me e Franco nus àn metûts su di un cjar dai Cosacs e puartât fin a Paluça, e dopo su di un casson dal camion fin a Tumieç tal ospedâl. Coma un sum dal viaç mi impensi di vei viert i voi e adalt jodût la gleisjia di S. Florean; ogni volta che passi sot di Dimponç e la jout no posj dismenteâmi di chel moment…..e ringraziâ il Signôr. Tal ospedâl nus àn dopo dividûts, e mi àn metût tuna stanzuta plui piçula bessol, parcè che eri plui grâf e a vevin da decidi di taiâmi la gjamba, trei dîsj sei stât aì. Cul aiût di Diu e forsi da mê buina scussja sji à tacât a jodi un miorament ch’al è lât indevant fin a salvâmi la gjamba. Tornât ta stanza granda ai cjatât indevûr Franco, e sin stâts incjemò un pouc insiema a chei aitisj malâts. Po’ i è tocjât a Franco di lâ in isolament parcè che al veva cjapât il ‘grip’ (infezion tal cuel ch’a sji cjapava). Sei restât plui o mancul 15 dîsj tal ospedâl e no mi posj mai dismenteâ di chel infermîr Jacun di Paulâr (Diu lu veibi in gloria) ch’al era simpri dongja di nou che erin i plui piçui. Un dai moments plui biei che mi impensi, al è cuant che al è vignût a cjatâmi da Gjemania, gno pari. Mi veva puartât in regâl, las fritules. Mê mari però a pensava che a Tumieç al era plui pericul par via dai bombardaments dai aereos, e a voleva menâmi a cjasa, che seconti jei eri plui al sicûr; il miedi nol voleva, al disjeva ch’al era massa adora, e che vevi bisugna di jessi curât e seguît, ma jei una dì a à fat di dut par tolimi, sigurant il miedi ch’a vorès ben cerît jei cui che a cjasa mi vorès curât benon. Metût denti dal zei a pît sji è inviada in sù. Insom Tumieç la àn fermada i Cosacs e jodint chest frutut jù pal zei cu la gjamba duta fassjada la àn lassjada lâ subit. Mi impensi encja che sji erin fermâts a pousâ dal Fuartin sot Alzars, dulà ch’a era una fontanuta. Tornâts a inviâsi (simpri jo jù pal zei) sin rivâts insom Testeons, a son dadas dongja un groput di feminas che sintuda la nosta storia as àn clamât un om che cuntun caret nus à menâts fin a cjasa. Intant Franco al era simpri tal ospedâl. A cjasa dopo ai avût una convalesjenza un grum lungja, forsi encja a causa che sei jessjût massa adora dal ospedâl, e a cjasa no vevi sigûr simpri dut ce ch’a mi coventava par curâmi, al era un grum dificil procurâsji i medicaments. Una sclesjuta mi era saltada encja intun vouli; inta cjasa ch’al sta Tonino a era di cuartîr una dotoressa Giorgiana, ch’a era femina di un graduât, e a era jei ch’a mi curava, mi impensi che ogni volta che i vevi da lâ da jei mê mari a veva di puartâ una lampadina ch’a fasjès la lûsj fuart. Las punturas inveza mas fasjeva Luziuta di Pio; a pena toranât da vuera Natale, che in chel timp al veva fat l’infermîr e ch’al lavorava tal bosc a chenti, i lavi incuintri cuant ch’al tornava dal lavôr, via pa straduta: volevi ch’a mas fasjès lui, mi pareva ch’a mi fasjès mancul mâl. A Natale par chest simpri la mê riconossinça. Dal 1952 d’Atom sei lât in colegjo a Buri par fruts mutilâts a causa da vuera. Al esjisteva za dal ’49 ma par podei entrâ sji veva da paiâ un tant, e cussì fin dal ’51, ma i miei gjenitôrs no vevin la pussjibilitât di mandâmi, par chest ai pierdût trei agns. A pena entrât mi àn det che no podevi lâ indevant cui studis stant che i vevi pierdût chei trei agns di scuela di seguit, e cussì ai imparât un mistîr. In colegjo erin in 80 fruts ducj segnâts tal spirit e tal fisic da vuera. Ai vegnivin dal nord Italie e i plui dal Trivenit parcè che aitisj a erin doma di Milan, Torin e Parma. Erin doma mascjos, fra i tancj un da Temau ch’al era za dal ’49 e un da Val e Rualp. Cui era plui e cui era mancul menomât: a ‘nd era cença una gjamba, cença un braç, cença un vouli, cença i deits dai pîts o das mans; un sol al era cença dutas dôs las gjambas dal zenoli in jù e al era dal Bassa Furlana. Jo eri un dai fortunâts e chei coma me a vevin da judâ i plui biâts. Cun lôr mi sei simpri cjatât benon, encja se a vevin in comunion una cussì trista esperiença ch’a nus à segnâts par simpri. Franco dopo al è lât in seminari. Lavi simpri a cjatâlu, sji sin simpri tegnûts in contat e amicizia. Fintramai al veva organizât una partida di balon a Cjasteleris fra nou e i seminariscj.Par tancj agns ai lavorât dopo a Udin. Però ben o mâl las feridas dal cuarp a son vuaridas cul timp, ma chês da l’anima a son incjemò plaias vivas che i ricuarts a fasjin sanganâ a mi coma a tancj aitisj. In tancj mûts nus àn roubât la spensierateça dal jessi fruts: la vuera e chel spavent e chel grisûl mi è restât vîf denti il cûr. E tantas domandas cença rispuesta: par esjempli ducj i dîsj i erin une sgrumiada di fruts a zuiâ ta chel puest dongja da l’aga e no vevin mai viodût chê rouba aì, e propi cença sicura, cemût era rivada in chê dì? Ma! Però encja no dismenti l’afiet e il calôr di duta la nosta int ch’a mi à judât a superâ chei bruts moments»

Volìn nou ringraziâ Doardo par veinus permetût di entrâ tal so cûr. Vin capît ch’a i à costât pa sô dignitât e pa risiervateça da sô intimitât. Ma lu vin fat doma par capî che la sô soferença no è che una gota tal ocean da violenza che ogni dì tancj fruts inocents tal mont a scuegnin patî.


Diamo i numeri Placcis, a 130 anni dalla sua fondazione

marzo 9, 2009

16

I pionieri che costruirono le prime case in questa località: 3 fratelli Rampon ( Pietro, Lorenzo e Giobatta Puntel); 2 Micui (Svualdinut e Giobatta Micolino); 2 fratelli Pantian ( Giovanni e Giobatta Primus); 1 Primus Cristoforo (Cloume); 2 fratelli Reit ( Giovanni/Mandrian e Matteo/Stela Puntel); 2 fratelli Ian ( Giacomo e Antonio Puntel); 1 Primus Giobatta Pul; 1 il Guerç (Puntel Osvaldo Antonio Surizzi); 1 Puntel Giovanni “pagnoca” (Comeli) 1 Puntel Osvaldo (Griff)

45

Le case oggi esistenti, delle quali ben 17 disabitate e adibite a case per ferie.

90

Gli abitanti attuali suddivisi in 28 famiglie.

 


Nonna Gilda si racconta

marzo 9, 2009

Sono in casa della nonna materna, nella borgata di Laipacco, dove abita nonna Gjilda; il ricordo di questo luogo mi riporta al periodo in cui, da bambina, le facevo spesso compagnia e lei, sempre calma e paziente, mi raccontava aneddoti, storie passate, poesie e filastrocche che aveva imparato sui banchi di scuola. Come sempre è disponibile al dialogo, le piace raccontare a chi è più giovane ciò che lei ha vissuto affinché, mi spiega, conservi dentro di sé una parte del passato; questa volta però la consapevolezza dell’età adulta mi consente di intuire, dall’espressione e dai gesti della nonna, una certa difficoltà nell’esprimere il proprio pensiero, quasi volesse trovare parole dolci e delicate…eh già! poiché si tratta di ripercorrere con il pensiero le tappe più importanti della sua vita; non erano tempi facili si sa e non è facile neanche raccontare esperienze vissute in periodi di guerra e di miseria, senza lasciar trasparire un velo di amarezza.

L’infanzia

La nonna inizia a parlare dicendo di essere nata il 24 luglio 1915 a Cercivento perché la sua famiglia, come molte altre del paese, era sfollata a causa della prima guerra mondiale in seguito all’occupazione tedesca e di essere poi rientrata nella propria piazza a Cleulis, vicino alla piazza attuale. Al ritorno di alcuni zii, anch’essi profughi in Piemonte, essendo penultima di otto figli, andò ad abitare con loro nella borgata di Placis. Dopo aver frequentato la scuola elementare fino alla quarta classe, cominciò ad accudire i figli dei figli di questi suoi zii e a sbrigare le faccende domestiche come, aggiunge, sono solite fare le bambine che hanno un po’ di buona volontà. Nel frattempo, all’età di circa otto anni, rimase orfana del padre e successivamente, a quattordici anni, perse anche la mamma mentre gli zii erano ormai tutta la sua famiglia.

Il marito Alessandro

A diciotto anni, morì anche lo zio che l’aveva accolta in casa sua e così, mi dice, andò a Milano al servizio di una famiglia, come molte giovani facevano per guadagnarsi denaro utile a preparare il corredo nuziale. La permanenza in questa città durò cinque anni, interrotta da due brevi visite ai suoi cari, che, precisa, l’avevano sempre accolta con gioia. Inevitabilmente il discorso ci porta agli anni del rientro definitivo in paese, al suo matrimonio con il nonno Alessandro e alla nascita dei figli; la nonna a questo punto si sofferma su un momento doloroso della sua vita esprimendo prima parole di grande affetto nei confronti del nonno che si rivelò sempre buono con lei e molto rispettoso e poi rammarico per la prematura perdita del suo compagno: «Morì giovane, aveva cinquantasei anni e ora sono già trentanove anni che io sono vedova – mi dice – il tempo mi pare che scorra più lentamente senza di lui e io conservo un buon ricordo del nonno che mi ha sempre trattata bene». Ascoltando quelle parole, nella mia mente riaffiora l’immagine di un uomo che ho sempre chiamato nonno e che mi pare realmente di aver conosciuto e ammirato per la sua bontà nonostante il destino non gli abbia concesso di conoscere i suoi nipoti e ora anche pronipoti.

La scuola

Chiedo alla nonna di tornare indietro nel tempo e di cercare nella sua memoria per rivedersi bambina sui banchi di scuola. «Eravamo in tanti, per le prime tre classi c’era solo una sala adibita ad aula nella casa di ‘Toniz’, invece la quarta, che all’epoca era l’ultima classe, l’ho frequentata nell’edificio scolastico del paese. Avevo undici anni quando ho terminato la scuola, ricordo di aver avuto diverse maestre: Rina Craighero, Nicolina Sancetta, originaria dell’Italia meridionale, Pia Magi e altre ancora. Le lezioni però occupavano una parte della giornata di noi bambini, ci rimaneva anche il tempo da dedicare a qualche lavoro in casa o all’aperto; si facevano anche due ore di scuola al pomeriggio e il giovedì, giorno di vacanza, veniva solitamente dedicato al lavoro nei campi o laddove richiesto a seconda della stagione». La nonna non mi parla di giochi fatti con i suoi coetanei, né di bambole o di regali, mi parla di un’infanzia giudiziosa, di bambini che intuivano da soli le necessità della loro famiglia che bisognava cioè aiutare i genitori, il tempo dei divertimenti era troppo breve e forse ci si sapeva divertire con piccole cose.

Durante la guerra

La mia curiosità si sofferma ora sugli anni del secondo conflitto mondiale, anni in cui la nonna si era sposata e stava allevando i suoi figli; mi spiega che non era facile sapere ciò che succedeva al fronte o negli altri stati coinvolti nella guerra, i mezzi di comunicazione non erano così diffusi e pertanto si veniva a conoscenza di molti avvenimenti in tempi molto lunghi, in particolare quando alcuni soldati rientravano a casa, portando messaggi o notizie ai compaesani; in paese erano rimaste per la maggior parte donne, bambini e anziani, gli uomini adulti e i giovani erano stati richiamati alle armi, molti di loro, tra cui il fratello minore Lino, non fecero più ritorno. La fame e la miseria di quegli anni, costrinsero molte donne carniche a percorrere a piedi lunghissimi tratti di strada, giungendo fino alla pianura friulana in cerca di grano per sfamare i figli e i propri cari. Accadeva spesso di bussare alla porta di numerose case prima di trovare il ‘sorc’ e molte volte ci si sentiva rispondere: “Eh ma seis simpri culì su lis puartis!”. La nonna rammenta di aver percorso quelle strade per tre volte e di aver raggiunto Basiliano e Codroipo. Questi erano anche gli anni dell’occupazione cosacca: i mongoli, armati di mitra, entravano prepotentemente nelle abitazioni e si impossessavano di cibo, animali o di qualche raro oggetto di valore; talvolta capitava persino che volessero alloggiare nelle case, a questo proposito la nonna fa riferimento a un episodio vissuto in prima persona: «Due di loro volevano pernottare in casa mia, – racconta- allora io chiamai mia suocera (la nona Sjina,) una donna assai coraggiosa, la quale mi disse che li avrebbe allontanati subito, fortunatamente arrivò un compaesano che riferì astutamente di aver visto dei partigiani che stavano cercando proprio i due cosacchi, questi ultimi, presi dal panico dopo aver creduto alla notizia del tutto improvvisata, se ne fuggirono a gambe levate».  Mentre la nonna parla penso alla lontananza degli uomini, impegnati o in guerra o al lavoro lontano dal paese e a come le donne erano costrette ad affrontare ogni giornata, contando sulle proprie forze fisiche e morali; la nonna riflette ad alta voce: «La miseria accomunava un po’  tutti ma lo spirito di solidarietà era maggiore rispetto ad oggi, il mondo è cambiato parecchio, le persone si aiutano, i giovani salutano anche l’anziano ma la gente è meno disponibile al dialogo».

Il senso della vita

Chiedo ancora alla nonna di riassumere in un pensiero il valore della sua vita e lei riferisce di provare un senso di malinconia per non essere più in grado di fare i lavori pesanti poiché gli acciacchi della vecchiaia glielo impediscono; la sua giornata comunque incomincia al mattino presto, quando viene celebrata la messa infrasettimanale ci tiene ad essere presente poi si impegna a sbrigare tutte quelle faccende domestiche abituata a svolgere da una vita, precisa che i lavori sono sempre gli stessi e talmente ordinari che non si accorge neppure di portarli a termine; prepara quindi il pranzo anche per il figlio che vive con lei, al pomeriggio cerca di fare un riposino e poi, dal momento che il tempo le pare scorrere più lentamente, lo impiega leggendo soprattutto la “Famiglia Cristiana”, la sera, dopo cena, va a letto presto, a volte le capita di vivere qualche giornata di malinconia e allora, per farsi coraggio, pensa a coloro che possono vivere situazioni simili alla sua e poi con saggezza aggiunge: «Se a ciascun l’interno affanno si leggesse in fronte scritto, quanti son che invidia fanno ci farebbero pietà».  Alla fine, con un tono di tristezza, afferma di essere stata poco fortunata perché, fin dalla nascita, non ha avuto una fissa dimora e di aver desiderato un tempo maggiore da poter condividere con sua madre. Ai giovani si sente di dire che è importante camminare seguendo il “Timor di Diu” e di essere d’esempio ai più piccoli. Pensando ai più piccoli le domando ancora una volta di raccontarmi una delle sue storielle e frugando nella sua sorprendente memoria comincia: «Una nonna fa contento il nipotino che sorridendo tace, – dice la nonna – dunque Michelino va per il bosco pieno di paura finché vede un lontano lumicino che splende chiaro nella notte oscura, si fa coraggio allora e il passo affretta, tra le spine che ingombrano il cammino, alfin là giunto picchia ad una casetta: -Chi è ? – dice una vecchia. – E’ Michelino. -Non posso aprir né a grandi né a piccini ché questa è la casa dell’orco, un gran bestione che è ghiotto specialmente dei bambini, guai se li trova ne fa un sol boccone. Piange il ragazzo, piange e si dispera perché lasciato si vede in abbandono, in quella notte tempestosa e nera in cui guizzano i lampi e mugge il tuono. -Uhi,… uhi, uha,- arriva l’orco – sento un odore, chi è nascosto qua ?- e gira per tutta la casa. -Non c ‘è nessuno – gli dice la vecchia e gli porge dinanzi, lesta lesta, una gran secchia di carne; mangia e beve la bestia finché pensa di andare a rovistar nella cantina, se alcun non trova si guarderà in dispensa oppur dentro l’armadio di cucina. Mentre la vecchia dorme l’orco prende le chiavi e il lumicino, apre la porta e la scaletta scende finché non giunge all’ultimo gradino e un gatto, con un balzo, gli si avventò addosso, lo graffiò negli occhi e lui non poté più camminare; il gatto così divenne un folletto gallonato, con la tuba, gli stivali ed il frustino». La storia si conclude con un lieto fine in cui, come si conviene nei racconti di una volta, è la forza del bene a trionfare ed io, saluto la nonna, portando con me il ricordo delle sue parole proprio come facevo da bambina.

 Renza Puntel