Sguardo su gente, storie, cronaca di Cleulis e … dintorni

aprile 28, 2014

25 dicembre 2013. Santo Natale. Anche quest’anno abbiamo avuto un Natale privo di neve e non particolarmente rigido infatti alla messa serale della Vigilia una leggera pioggerella ha accompagnato i numerosi fedeli in chiesa. Alla messa del giorno di Natale la comunità di Cleulis ha potuto finalmente ascoltare la “voce” del nuovo ed imponente organo. Le note dello strumento, suonato in maniera magistrale da Miriam, ha accompagnato i “Giovins cjanterins” nei bellissimi canti della nostra tradizione natalizia. Nel pomeriggio com’è consuetudine si sono cantati i vespri in latino e sul far della sera babbo natale in persona, accompagnato per l’occasione dalle babbe nataline e dalle “renne di fiducia”, ha distribuito regali e allegria a grandi e piccini. Il giorno di santo Stefano i nostri bambini guidati dalla maestra Miriam hanno offerto al numeroso pubblico intervenuto (genitori e nonni in prima fila) un concerto talmente bello ed emozionante da lasciare più di qualcuno a bocca aperta e meritandosi ampiamente i fragorosi applausi.

Il primo giorno dell’anno a Cleulis è la giornata dedicata per antonomasia ai coscritti. Quest’anno ad intonare il canto “la stella” per le case dei vari borghi del paese c’erano i sei coscritti della classe del 1994. Come per il primo giorno dell’anno si inizia festeggiando la gioventù e l’esuberanza dei coscritti così per il giorno dell’Epifania la messa è dedicata alle nostre penne nere e alla benedizione dei nostri fanciulli e dell’acqua santa. Anche questa giornata che chiude le festività del santo Natale è molto sentita in paese perchè l’altruismo e la disponibilità che contraddistinguono il gruppo Ana di Cleulis è merce rara di questi tempi. Anche la benedizione dei bambini, saggiamente introdotta da don Tarcisio al suo ingresso nella nostra parrocchia, ci ricorda che i nuovi nati sono una vera e propria benedizione per i nostri paesini di montagna e che la loro crescita morale e spirituale sono un “investimento” per il nostro e il loro futuro.

30 gennaio 2014. Nevicata record. Se, come già accennato sopra, le feste natalizie sono state avare di neve non così si può dire da metà gennaio fino a fine febbraio. In particolare nelle giornate del 30 e 31 gennaio, notoriamente i giorni piu’ freddi dell’anno, una fitta nevicata ha interessato tutto l’arco alpino carnico interessando anche i centri posti a fondovalle. Venerdì 31, Cleulis si è svegliata sotto una coltre nevosa di un metro di neve. La parte alta dell’ abitato è rimasta isolata per parecchie ore causando notevoli disagi tant’è che perfino il pane è stato trasportato presso il punto vendita dell’ albergo al Cacciatore da volenterosi muniti di gerla! In quota la neve ha raggiunto anche i quattro metri di altezza schiantando alberi e uccidendo parecchi animali selvatici. Era da almeno quarant’anni che non si vedeva così tanta neve nelle nostre vallate; se è vero il detto “sotto la neve pane” quest’anno non dovremmo avere problemi di carestia!

3 febbraio. Candelora. La distribuzione delle candele benedette nella messa della prima domenica di febbraio che ricorda la presentazione di Gesu’ al tempio è una tradizione molto radicata nel nostre zone. Anche nella nostra comunità almeno un rappresentante per famiglia si è recato alla celebrazione per ritirare il cero benedetto e per soffermarsi sul significato di questo rito che ci invita a guardare all’ unica Luce Vera e non alle mille luci abbaglianti che ci propone la realtà di ogni giorno.

2 marzo. Carnevale e Quaresima. Domenica 2 marzo le maschere di ogni età di Cleulis si sono unite a quelle timavesi facendo festa tutte assieme per le vie del paese di Timau. Martedì grasso invece l’allegra compagnia mascherata è partita da sot il tei di Placis per raggiungere festanti la piazza di Cleulis ove tra coriandoli, stelle filanti e crostoli per tutti si è dato l’addio al carnevale. Come si sa terminati gli “eccessi” del carnevale ecco arrivare la quaresima periodo dedicato al digiuno e alla riflessione.Questo periodo di quaranta giorni che ci porterà alla domenica delle Palme si apre proprio con l’imposizione delle ceneri segno di umiltà e di consapevolezza da parte dell’uomo che dalla polvere è stato plasmato e in polvere ritornerà.

15 marzo. Cidules. Di solito le cidulines vengono lanciate tradizionalmente il 19 marzo giorno di san Giuseppe ma cadendo la data durante la settimana si è anticipato l’evento a sabato 15. Già ben prima delle otto di sera il falò sul “Cuel das cidules” era visibile dal paese sottostante. Le cidules (pezzi di legno di faggio quadrati) iniziavano ad “arrostire” al fuoco del falò sotto un cielo trapuntato di stelle e con la luna piena. Il lancio delle cidulines si è protratto per piu’ di un’ora con tutti gli innamorati a scrutare la traiettoria che questo magico pezzo di legno infuocato disegnava nel cielo sopra Cleulis.  Alla fine, mentre il fuoco man mano si spegneva, i giovani del paese che hanno dato vita a questo spettacolo si sono ritrovati a far festa tutti assieme all’ albergo al Cacciatore.

a cura di Luigi Maieron

 

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Non lasciatevi rubare la speranza

aprile 28, 2014

Venerdì 14 marzo il Duomo di Paluzza si è riempito di 250 giovani, un fatto che non accade tanto facilmente soprattutto in questi tempi un po’ magri dal punto di vista religioso. Cos’è successo? Da alcuni anni la nostra forania di S. Pietro- Paluzza invita, durante la quaresima, i suoi giovani ad una veglia di preghiera anche per abituarli a dare un significato al tempo liturgico che stanno vivendo in preparazione alla Pasqua, ma anche per offrire loro dei mezzi e momenti per avvicinarsi a Dio. Dietro a questa importante iniziativa certamente si colloca il lavoro preziosissimo dei nostri catechisti che si impegnano nell’educazione alla fede dei nostri giovani. In questa occasione  bisogna riconoscere che sono stati capaci di  creare un’atmosfera di grande spiritualità che ha attirato l’attenzione di tutti. All’inizio abbiamo ascoltato, in una proiezione, le parole di papa Francesco che invita i giovani a non lasciarsi rubare la speranza; sono seguite le riflessionidei giovani delle varie parrocchie della forania, la lettura del brano del Vangelo di Luca (Lc.8, 1-8) che riporta la parabola del seminatore e una breve meditazione. Il Coretto composto dai nostri bambini e da alcune mamme ha animato l’assemblea con dei canti adatti al momento. L’adorazione e la benedizione eucaristica ha concluso la Veglia dopo aver consegnato a tutti un piccolo segno: un sacchetto con dei semi che dovrebbe ricordare a coloro che vi hanno partecipato il dono che Gesù ha seminato nel loro cuore e che dovrà dare i suoi frutti. Per un sacerdote che si adopera soprattutto alla evangelizzazione, una esperienza come questa è di grande conforto perché sa con certezza che solo il Signore e non altri potrà sostenere il cammino di vita che una persona è chiamata a percorrere.

Papa Francesco e la Speranza. Penso che tutti ce ne siamo accorti come il papa Francesco nei suoi discorsi tocchi spesso il tema della Speranza, anzi io lo definirei il papa della speranza e non solo per i suoi messaggi, ma soprattutto per quello che lui rappresenta per l’umanità in questo momento. Se folle sempre più numerose guardano a questo uomo di Dio, trovano in lui quel pane che stanno affannosamente cercando, si fidano di questa persona perché soprattutto il suo stile, la sua vita convincono, ciò significa che la gente oggi sente forte la necessità di trovare dei motivi per guardare avanti con fiducia e credere nel proprio futuro. Oggi infatti viviamo momenti di profondi cambiamenti in tutti i settori della vita sociale che non sappiamo dove ci porteranno, inoltre vengono messi in discussione dei valori che la Chiesa chiama non negoziabili cioè che non possono essere messi in discussione e tutti quanti viviamo un profondo disagio per la grave crisi in cui sono cadute quelle istituzioni che da sempre hanno sostenuto le nostre società. Di tutto ciò stiamo soffrendo le conseguenze e la conseguenza peggiore è quella che porta alla perdita della speranza di poter costruire un futuro migliore. Ci troviamo ad essere disorientati, sfiduciati, rassegnati e non troviamo più la strada per uscirne. Il santo Padre ci ricorda che gli Idoli che il mondo continua ad offrire come punto di riferimento per una società più felice (le ricchezze, il sesso, il successo, il potere, l’egoismo….) non potranno mai rispondere in pieno alle vere attese dell’Uomo e neppure indicargli il suo futuro.   

La Speranza… quella di Gesù Cristo! Ma il Santo Padre non si limita ad indicare una Speranza qualsiasi. Egli sottolinea : Non lasciatevi rubare la speranza… quella di Gesù Cristo!Qui mi pare di sentire Pietro che, alla domanda del Maestro:” Volete andarvene anche voi?”, risponde: “Da chi andremo, Signore, Tu solo hai parole di vita eterna” (Gv. 6, 66-71). E ancora possiamo aggiungere le parole di Gesù: ”Io sono la Via, la Verità e la Vita”(Gv. 14,6). Ecco ora Gesù ci offre i mezzi e ci indica il senso della nostra esistenza. Ciò che dà speranza all’umanità è l’Amore. L’uomo deve imparare ad amare come ha fatto Cristo. L’Uomo può inventare le leggi più moderne che si vuole, può buttare per aria il mondo intero per costruire il nuovo, ma senza l’Amore l’uomo sarà sempre quel povero che brancola nel buio in cerca della felicità che non incontrerà mai.

E’ Pasqua. La più grande solennità dell’anno è un canto alla vita! Dopo i giorni tristi della Passione l’annuncio pasquale è un inno alla resurrezione di Cristo, primizia di coloro che sono morti! (1Cor. 15,20). La Pasqua è il fondamento della fede cristiana e il messaggio cristiano ci ricorda che ci attende la vita. E allora…non lasciamoci rubare questa speranza che Cristo ci ha portato; con l’aiuto del Signore camminiamo in questo mondo con lo sguardo sempre rivolto in alto! Il Signore è risorto, non abbiate più timore…  BUONA PASQUA !

Il parroco Don Tarcisio Puntel

 

 

 


Una nuova cantoria

aprile 28, 2014

Un altro tassello della ristrutturazione della nostra chiesa di Cleulis è stato sistemato a dovere ovvero il rifacimento della cantoria. La cantoria, come recita il cartiglio ritrovato al suo interno (cfr. bollettino numero 130), venne costruita nel febbraio del 1926 su disegno di Antonio Puntel Toniz da Leopoldo Puntel di Antonio Toniz, Santo Puntel di Pietro Sati e da Matteo Bellina fu Pietro. Ora a distanza di quasi novant’anni la cantoria causa l’umidità e altri fattori (legname, usura ecc) versava in condizioni pietose. Così si è pensato di restaurarla dov’era possibile e rifarla dove si presentava più rovinata mantenendo il disegno originale. I lavori sono stati affidati a Sereno Bellina, nipote del progettista dell’epoca Antonio Toniz coadiuvato da Beppino Puntel. Mi sono recato presso Sereno Puntel per farmi spiegare le fasi e le procedure del lavoro svolto, così ne è uscita una chiacchierata molto interessante che propongo all’attenzione del lettore.

In cos’è consistito il restauro effettuato? In pratica è stato rifatto completamente il pavimento, l’inginocchiatoio e la seduta lasciando inalterato solo lo schienale della cantoria di destra (lato sacrestia). Per quanto riguarda la cantoria di sinistra (lato campanile) oltre a tutti gli elementi sopra indicati, è stato rifatto parzialmente anche lo schienale mantenendo in essere solo i montanti. Tutto ciò è stato reso necessario causa il deterioramento del legno dovuto all’umidità di risalita che si manifesta marcatamente verso via S.Osvaldo.

Quali materiali sono stati usati per eseguire i lavori?La cantoria preesistente era completamente costruita in legno d’abete. Ora, aumentando anche lo spessore del manufatto, si è optato per il legno di larice russo. La particolarità di questo legno sta nella quasi totale assenza di nodi e nella fibra lignea molto fine data la sua provenienza infatti, nei paesi con climi particolarmente rigidi, la crescita è molto più lenta rispetto alle piante delle nostre latitudini perciò il legno non presenta modifiche e spaccature nel tempo.

Ci sono state delle modifiche rispetto alla cantoria precedente?Il disegno originale di Puntel Antonio Toniz, le misure e le sagome sono state rispettate in toto. L’unica modifica apportata è stata nella cantoria di destra per far posto all’organo.

Quanto è durato il lavoro di rifacimento delle cantorie?Il rifacimento delle cantorie si è sviluppato non continuativamente per quasi tutto il 2013 ma il lavoro vero e proprio è durato circa due mesi e mezzo con l’utilizzo di tre cubi di legname e settanta chilogrammi di ferramenta (barre filettanti, bulloni e viti). 

Raccontaci del ritrovamento del cartiglio.Mentre stavamo togliendo lo schienale della cantoria di sinistra con nostra grande sorpresa è comparsa nel muro perimetrale una nicchia con all’interno una bottiglia. L’emozione è stata enorme quando dentro di essa abbiamo visto il cartiglio e quanto don Celso, parroco di allora, aveva annotato. I nostri avi hanno voluto lasciare una traccia ai posteri dei lavori svolti nel lontano febbraio del 1926. 

Cosa ha trasmesso e lasciato dentro di te questo importante lavoro? Questo restauro a me, ma penso anche a Beppino Puntel che mi ha coadiuvato, ci ha accresciuto professionalmente in quanto non sempre ci è capitato di lavorare ad un’opera di tale importanza e visibilità. In secondo luogo è stata una soddisfazione personale perchè mi ha dato la possibilità di dare continuità al lavoro svolto all’ epoca da mio nonno riallacciando così il filo della storia tra passato e presente.

 

Luigi Maieron


Cuant ch’a si faseva “la Festa degli Alberi”

aprile 28, 2014

Si sta scuvierzint tas scuelas la impuartancia didatica ch’a à la “Fiesta dai arbui” pai scuelârs das elementârs, siguramenti a à tant da insegnâ ai fruts di vuei che no àn tantas ocasions di jessi a contat cu la natura, come che a era par chei di una volta, simpri par prâts e par boscs. I gjaulets tecologjics a ur rouba il timp par chescj interès, cunsiderant che oltri a passion a richieit encje fadia e chest no ur garba trop.

Par nou a era veramenti una zornada da no dismenteâ.
Ai partecipava chei di cuarta e di cuinta. Naturalmenti si faseva di primavera, una das poucjas ocasions di una lezion al aperto. Si sa che vevin scuela dut il dì, cun la pausa di dôs oras dopo di miesdì. Ma in che zornada fasevin duta una tirada. I maestris cu la forestâl a stabilivin la zornada e il lûc dulà che a sji veva di lâ a fâ la fiesta, jo sei stada in Busadors e di chê banda sot la Cantoniera.
Sji partiva in fila, cjantant di lunc, rivâts sul puest, a erin za doi, trei forestâi che vevin preparât tantas busâs tancj che ai erin i scuelârs. Dopo vei pousât, nus davin un arbulut paron, a podeva jessi un peç, una dana, un larisj o un fau.
Judâts dal forestâl, vevin di implantâ l’arbulut ta bûsa, cuvierzintlu cu la cjera benon, ator ator, dopo pescjuriâlu ator par fisâ la cjera, butâ sora un cop di aga e fata l’opera, intant ch’al rivava il to turno erin ducj intor a asisti a l’operazion. A voleva un biel pôc di timp parce che erin un bon pousj di fruts in chê volta.
Intant al rivava miesdì, sentâts cuietuts, spietavin il panin cu la mortadela e una tacia di aranciada, cun tun mêl par ogniun. Erin plens di fan e mai marinda a era plui buina.
Dopo mangjât il forestâl nus dava lezion di botamica dal vêr, nus spiegava i nons das plantas, la lôr diversitât e carateristica, las rosas e las lôr varietâts e dut ce che a compuartava chesta materia, devûr ce che cjatavin sul teritori.
Infin, simpri cjantant, contentons, tornavin a cjasa. Cualchi volta si faseva encja una foto di grup, pal che al fos restât un ricuart di chê biela zornada. Il plui dai viaçs a finiva prin dal solit orari di scuela, cussì, oltre che biela a era ancje una zornada plui curta.
No par ducj però al era compagn, cui che sji impensa che inveza a ur davin un arbul da puartâ a cjasa e implantâlu dulà che tu volevas; di solit chest al era un cocolâr o encja chei perârs che a son dongja la strada, via par Faeit ch’a fasin pêrs Martins bons doma par fâ il most, encja chei plantâts da fruts di scuela ta “Fiesta dai arbui”.
I scuelârs che vuei a àn una cincuantina di agns a contin che la maestra Lionilla da Palucia ch’a faseva scuela a Tamau a à ravuelt encja i fruts di Cleulas par fâ fieste insiema ai siei, coinvolzint il so om Rino (ex Sindic) a fâ da autist cu la sô machina (una citroen) par traspuartâ i fruts fin tai paragjos da “Casetta in Canadà”. L’à scugnût fâ plui viaçs fûr e denti cu la machina cjamada al massim. Aventi dopo avei implantât i arbui, dopo i Alpins ur vevin preparât la pastasciuta. E ce mangjada, contents come una pasca da bielza zornada. Cualchidun inveza a sji impensa di jessi stât a fâ la fiesta ta Pocia.
Cumò però mi samea ch’a è difarent, mi pâr ch’a van cu la forestâl a fâ un zîr pal bosc, dulà ch’a ur spieghin la conformazion dal teritori, ce ch’al prodûs, las varietâts di plantas e di rosas, il rispiet pa natuta e via indevant e par finî a plantin un pâr di arbuluts magari tal curtîl da scuela. Un brâf maestri di Darta al tol un troput di fruts, chei plui granduts e van propit a fâ una cjaminada in mont, insiema ai forestâi, par dâur chestas lezions e dopo cun lôr a durmî encja una not fûr, tai rifugjos o tas casermas. Par un pâr di dîs a tocjin cun man, come ch’as sji dîs, ce ch’al è la mont ce ch’a da e cemût che si po doprâ chestas risorsas, come par esempli creant ativitâts turistiches come in Premôs o Lavareit… dulà ch’a sji prodûs ducj i derivâts dal lat (formadi, spongja, scueta frescja e fumada), che cun chei passjons incontaminâts ad alt, a àn sigûr un lat ch’al da il miôr dai savôrs. E po tu pos encje asisti a lavorarazion. A jodin cussì sperimentâ la fadia che a costa la mont, ma ancje la sodisfazion ch’a sa dâcji che no tu cjatas in nissuna ata banda, coma la variazion dal panorama, che tu as par devant apena spostancj di pouc: i riùts di aga glaciada, cualchi volta un lât di aga cristalina, come in Premôs, Zuplan… concjas e distesas verdiscinas, trats di bosc, plantas inturcitadas che il vint las à modeladas in forma strana, crets, gravons, trois.
Sintî scivilâ las marmotas, jodilas enfra i clapons ch’a cji stan a spiâ dretas in pîts a seguî ogni piçul rumôr coma saetas a cori tas busas e galarias sot cjera das lôr tanas e tancj aitis anemai al è chei che di dì al è râr podei jodi, ma tu jouts las lôr ombras, encja viparas tu pos incuintrâ cjaminant e tal cîl voltegjâ falcs e falchets e se tu âs fortuna, parfint l’acuila.
E po rosas di ogni forma e colôr unicas e raras, pensa doma ai plaçâi di rododendros ros, as stelas alpina d’estât e plui in alt e raras las regjinas e i giglios di mont, las scarputas da Madona (o orchideas di mont) las genzianas blu, i botons zâi da la arnica e tantas âtas che no san i nons. Po las jerbas oficinâls, usadas tant in erboristeria, par curâ encja i malans. Chestas a son lezions di vita che sui bancs di scuela no tu pos imparâ e cji restin tal cûr par simpri. Biâsj chei fruts di citât che no podin vei chesta fortuna.
E un’ata biele inziativa, ch’al à il sindic simpri di Darta, cuant ch’al nas un frut, dopo un pouc, lui insiema al fruts e ai gjenitôrs a tolin un arbul (ch’al pos jessi di cualsiasi varietat) e a van a implantâlu (di solit via par Alzars), metint su una targuta cul non dal piçul e la sô data di nasita. Dopo al sarà lui che plui indevant al varà di vei cura dal so arbul. Gno nevout al veva un cocolâr, ogni tant lu lava a cjatâ e al era simpri plen di furmias ch’a lu tudavin e no lu lassavin cressi e lui a butâi spray par copâlas, chei altri arbuis dongja a veignivin su a voli vidint. Ogni volta che passavin pa strada al vosava su par incitalu: “Dai, dai, cres!” e finalmentri al è cressût e al à cjapât chei aitis. Chest atom i nostis fruts no an podût fâ chesta fiesta par via dal maltimp che al era simpri freit e di ploia. Mi pâr che i àn cambiât encja il non: cumò no è plui la “festa degli alberi”, ma “giornata ecologica”.

Silvia Puntel


2013 – Relazione anagrafica Parrocchia di Sant’Osvaldo Re

aprile 28, 2014

 

BATTEZZATI:  n° 4  (nati n.° 4)

MATRIMONI: n° 1

DEFUNTI: n° 10

DEFUNTI fuori Parrocchia:n° 4

CRESIMATI:n° 07

 

SS. MESSE CELEBRATE:n°  189

 

SS. COMUNIONI DISTRIBUITE : n° 7.200  

 

ABITANTI PRESENTI IN PAESE  al 31.12.2013 sono  390.


Dalla forania. Tavola rotonda sui problemi della montagna

aprile 28, 2014

In occasione del 20° anniversario dell’ approvazione della L. 31.1.1994, n. 97 “Nuove disposizioni per le zone montane” la Forania di S. Pietro in Carnia- Paluzza ha organizzato una tavola rotonda per analizzare i risultati, le problematiche, gli impatti ed il ruolo che essa ha avuto nei territori della nostra Montagna. Oggetto esatto dell’incontro, tenutosi il 24 gennaio scorso, era: “L. 31.1.194, n. 97 “Una prima speranza”. Ospiti della serata sono stati Diego Carpenedo, relatore al Senato della Legge medesima e che ne ha illustrato l’iter parlamentare e le sue modalità di approvazione, l’Arcivescovo emerito di Udine Mons. Pietro Brollo e Leopoldo Coen, docente di Diritto Amministrativo presso l’Università degli Studi di Udine. L’occasione è stata offerta dal fatto che l’Arcivescovo mons. Mazzoccato  ha chiamato le comunità ecclesiali diocesane a riflettere, durante questo anno pastorale, sul tema della Speranza, della speranza in senso lato e particolarmente della speranza cristiana. La Chiesa popolo di Dio non può restare confinata dentro le mura rassicuranti di  una chiesa edificio di culto, deve camminare sulle vie degli uomini e i credenti laici in modo particolare debbono occuparsi, con quella speciale sollecitudine che deriva non solo dalla loro etica personale ma dalla loro fede, anche dei problemi sociali e politici delle comunità. I fatti ci dicono, tutti li possiamo toccare con mano, che la montagna carnica ha subito in questo ultimo ventennio un ulteriore, profondo arretramento. Non giova molto, nel complesso, che si dica che ci sono centri che si sono evoluti, che hanno saputo creare benessere ed economia, un certo “business” che sembra tenerli a galla agevolmente, per ognuno di essi ce ne sono altrettanti e molti di più che sono votati al declino, ridotti a dormitori o poco più, residenze di emigranti di ritorno, situazione che potrebbe anche avere un suo lato positivo se parallelamente si fossero potuti sviluppare servizi adeguati di supporto. Già il sociologo Gubert, in occasione del Convegno Diocesano sui problemi della montagna organizzato a Tolmezzo nel 2000 dalla Diocesi fece una semplice domanda: “Interessa ancora a qualcuno in Italia, oggi, il problema della Montagna?”.  Se era lecito porsi allora questa domanda lo è a maggior ragione ora, in tempi di crisi economica, ma ancor più sociale e politica. Un ascoltatore anche attento dei notiziari non ci capisce molto di come va evolvendosi la situazione, si sente solo e semplicemente  impotente. Tutto ci induce a ritenere che il problema della Montagna sia diventato una bazzecola, un argomento che non interessa più a nessuno. Eppure dovrebbe interessare a più d’uno il fatto che, in Italia,  su un territorio definito montano pari a più del 54% del totale insista una popolazione inferiore al 20% di quella totale e per di più molto più anziana della media, dovrebbe interessare a più d’uno la insostituibile funzione di presidio territoriale svolto dalle popolazioni che vivono in montagna, dovrebbe interessare a più d’uno che aree naturali fragili, fortemente antropizzate nei secoli passati come quelle montane, si orientino verso una deriva disordinata e perciò stesso fatale anche per quei territori che montani non sono. Se la decrescita, nell’economia di questo secolo, è un fatto inevitabile, quasi strutturale per la montagna, non dovrebbe interessare a più d’uno che questa debba essere adeguatamente e con lungimiranza governata?

Forse che ai montanari non resta che ripetere, sommessamente, l’ultimo verso di una poesia del 1944 di Pier Paolo Pasolini dedicata al Friuli : “ Dut il tô vivi al è un spietâ la muart”?. Eppure l’art. 44 della Costituzione, (e questo lo dobbiamo al carnico Gortani) facendo chiaramente riferimento alla Montagna, recita “La legge dispone provvedimenti a favore delle zone montane”. Provvedimenti che negli anni  si sono succeduti in varie fasi fino all’emanazione della legge 1102 del ‘71 che istituiva le Comunità Montane. Straordinario fervore ideale e intellettuale e grandi aspettative avevano accompagnato la sua approvazione non solo da parte delle comunità di montagna ma anche da giuristi di fama. Si accarezzava allora l’utopia che le Comunità di Montagna potessero essere l’espressione di un nuovo modello di Organizzazione Amministrativa incentrata sul cittadino, le sue fondamentali libertà e sulle esigenze della società nelle sue varie espressioni, una sintesi tra libertà e responsabilità individuale e collettiva. Ma già alla sua prima applicazione, con l’elaborazione degli Statuti, si manifestarono le prime avvisaglie dell’incapacità di far seguire una prassi virtuosa ad una elaborazione normativa di principio che avrebbe potuto aprire nuovi orizzonti. Quasi uno snaturamento, seguito poi negli anni con ostinata pervicacia, divenute progressivamente quasi esclusivamente pletorici centri di spesa, fino ad oggi quando se ne ventila la soppressione (in alcune regioni peraltro già avvenuta e sostituita dalle più anonime e meramente strumentali Unioni di Comuni). Successivamente analoghe grandi aspettative suscitò l’approvazione della legge sulla montagna n. 97 del  ’94 il cui relatore al Senato fu Diego Carpenedo, anch’essa, venne con atti successivi modificata, snaturata e disapplicata e se lo è stata in qualche misura, di certo non se ne sono visti gli effetti. Più di un millennio di storia avrebbe dovuto insegnare che la montagna, soprattutto la montagna alpina,  può essere governata vantaggiosamente per tutti, solo attraverso la concessione di autonomie e “deregulation”  adeguatamente calibrate; ma evidentemente, come recita un antico proverbio cinese ”L’esperienza è un pettine che la natura dona ai calvi”. La tavola rotonda si è sviluppata con interessanti spunti offerti dai relatori in risposta alle domande loro rivolte dal moderatore Claudio Cescutti, Direttore del Consiglio pastorale Foraniale, particolarmente stimolante l’intervento di Coen che ha fatto rilevare l’attualità della legge e le sue possibilità applicative che, anche a distanza di tempo, permangono. Importante anche il rilievo mosso da Mons. Pietro Brollo riguardante la necessità di una meno ambigua definizione normativa di ciò che si intenda per territorio montano. Numerosissimi gli intervenuti e vivaci, interessanti e appassionati i contributi offerti anche dal pubblico nell’approfondimento dell’argomento. La gente di montagna c’è ancora, ma c’è ancora qualcuno che l’ascolti veramente?


Gjelmo, l’uomo del fotofinish

aprile 28, 2014

Per i suoi 25 anni di attività all’interno della Federazione Italiana Cronometristi, è stato premiato con un diploma il nostro Guglielmo Puntel (Gjelmo di Meassa). “Ho iniziato questa attività nel gennaio 1986 presso l’Asd Cronometristi Giuliani Trieste – ci racconta – e dopo due anni di studio con corsi teorici e pratici sul campo-gara, sono diventato Ufficiale Cronometrista con la responsabilità di avere e designare colleghi nei vari compiti per le diverse discipline di gara, mi sono subito entusiasmato specialmente per lo sci, dove ho potuto conoscere tanti atleti sia nelle gare regionali, nazionali (giovani di Cleulis nella specialità fondo e biathlon). Ho preso parte anche alla Coppa Europa di sci, come pure nei vari rally, per non parlare della piscina (…ancora un po’ mi cresceranno le pinne). Il cronometrista si occupa del tempo nelle varie discipline, certifica il tempo dell’atleta nel prosieguo della gara, stilla le classifiche delle varie manifestazioni. Siamo presenti in tutte le discipline dove il tempo fa da padrone, come: sci, alpino, sci da fondo, biathlon, motociclismo sia in pista che in sterrato, enduro, trial, rally, nuoto, atletica leggera in pista come gare in salita corse campestri ecc., sci d’erba, skiroll, corse ad ostacoli per cavalli come in pista, pallamano, box, bici gare a cronometro, ecc. Il nostro lavoro può cominciare un’ora prima della gara o il giorno precedente la gara per impostare tutta l’apparecchiatura occorrente. Ora, quasi alla fine della carriera, mi è giunta questa bella riconoscenza da parte del Coni – Federazione Italiana Cronometristi, ho sempre svolto il mio lavoro con Associazione Provinciale Cronometristi di Trieste collaborando in regione con i colleghi di Udine, Gorizia e Pordenone”. Da tutto il paese di Cleulis, congratulazioni a Gjelmo per l’importante traguardo raggiunto e per tutte le future soddisfazioni.