CHE ‘PACCO’ CARA REGIONE!!

marzo 9, 2009

Rischiamo, cari lettori, di trovarci sotto l’albero un pacco regalo niente male. Anzi. Più che un pacco dono, è proprio un “pacco” vero e proprio. E che pacco! Leggere per credere, a pagina 3, l’articolo che illustra gli sviluppi della questione elettrodotto. Lo so, qualcuno sarà anche stufo di vedersi servito su queste pagine, sempre il solito pastone dell’elettrodotto. Il motivo è uno e semplice: lo avete visto che succede in Val di Susa? La Tav scatena gli animi, fiumi di parole e di carta ne raccontano sviluppi e forme di protesta. Da noi invece no. Si mette tutto a tacere. Si mette il bavaglio.  Esiste un diritto all’informazione, e noi, al contrario degli altri, siamo fieri, orgogliosi di esercitarlo. Ci arrabbiamo e ci indigniamo. Io mi arrabbio quando vedo una maggioranza di governo regionale – che comprende i “verdi”, fior fiore di assessore locali, e anche quei consiglieri di sinistra-sinistra che in piazza a Paluzza si spellavano le mani applaudendo chi urlava la sua contrarietà – che dice, attraverso le sue veline, di essere favorevole al progetto. Io mi arrabbio quando vedo i manifesti del centro destra, che non si capisce bene dove voglia arrivare. Sta forse cavalcando slogan demagogici? Oggi è “contro”, ma all’inizio la sua posizione non era proprio, per nulla, scontata. Quel tentennamento lo ricordano tutti. Suvvia, non prendiamoci per il naso, questi giochetti politici li conosciamo molto, fin troppo, bene. Sento già odore di campagna elettorale. Nella prossima primavera, arriveranno le politiche, le provinciali, il referendum. Il pacco “elettrodotto” è una scatola a sorpresa, dalle inesauribili provvidenzialità. Senza fondo. Vincente. Sarà un Natale fatto di promesse, promesse, promesse e voti elettorali. Come dire: panettone e democrazia. Ma per i carnici sarà l’ennesimo boccone amaro. Auguri!

Oscar Puntel

Annunci

In centinaia al museo di “Pakai”

marzo 9, 2009

Nel Moscardo fisarmoniche, dischi, foto e medaglie raccontano le imprese del terzetto di Amato Matiz. A venti anni dalla morte il ricordo è vivo tra i suoi estimatori.

Per più di dieci anni sono stati gli ambasciatori della musica, della melodia carnica nel mondo. Suonando “pai fogolârs furlans”, nelle sagre di paese, nei matrimoni e nei locali. Non solo in regione ma anche fuori dai confini italiani. Cantando l’allegria della loro terra, il loro modo di vivere e vedere la vita. Un suono che si sente ancora all’ingresso del paese, l’inizio del borgo “Muses”, dove lo storico bar, che prendeva il nome dal gruppo, adesso è chiuso. Qui tutto fa pensare, riporta indietro nel tempo agli splendori degli anni Settanta. Gli anni di Amato Matiz, l’anima del “Trio Pakai”. Arrivavano da tutto il Friuli, il piccolo piazzale del locale straboccava di automobili. Non le conteneva. Ogni domenica suonava e ogni domenica era una piccola sagra paesana. Un nome, un marchio. Venivano per ballare e divertirsi al suono delle sue note, le signore col vestito da ballo e l’acconciatura all’ultima moda, anche gli uomini non erano da meno in fatto di vestiti adatti all’occasione.  In casa di Josette Ortis, vedova di Pakai, il tempo si è fermato anche sul calendario che segna il 20 settembre del 1985. Venerdì. Il terzetto perdeva il suo fondatore. E con lui, il cuore del gruppo cessò di battere.  Venti anni dalla sua morte. Venti anni che hanno segnato una svolta nella produzione musicale folk friulana. La memoria non è morta coi ricordi, ma ritorna a quegli anni attraverso le foto, i poster dei concerti, i ricordi delle tournee, medaglie e diplomi di partecipazione. Josette nella mansarda di casa sua ha creato un museo, che racconta l’epopea e le imprese del gruppo, raccogliendo gli oggetti, gli strumenti musicali, i dischi, le cassette e anche i due cd, fatti più tardi, versione rimasterizzata dei vecchi vinili. Ogni anno arrivano in centinaia a vederlo questo scrigno di memoria. Corriere di curiosi, per riscoprire il mito di Pakai. «Cinque anni fa – racconta – io e mia figlia abbiamo dovuto risistemare la mansarda. Avevamo tanti ricordi di Amato. Scatole e scatole di roba. Tutte le sue fisarmoniche. Ho pensato: Perché non fare un museo aperto a tutti i suoi ammiratori? Ho chiamato Enzo, per rivestire in legno tutta la sala, chiedendogli che mi facesse anche tanti scaffali e ripiani. Lui pensava che non riuscissi a riempirla tutta, ma quando l’ha vista finita e rimasto a bocca aperta. Da quella volta mi chiama “architetto”». Josette non abita più nella casa sopra lo storico bar di Cleulis. Dopo la pensione ha chiuso e si è ritirata nella casa della figlia Gina Matiz nel Moscardo, poco lontano dal ruscello dove – secondo la tradizione cantata anche dal Carducci – frana il materiale smosso dal dannato Silverio. Leggenda che si mescola a leggenda. La storia di Pakai ne ha create tante: quella del “fischiosauro” – il mostro fantastico che viveva nelle paludi di Timau, arrivata perfino a meritare la copertina della “Domenica del Corriere” – quella dei viaggi per il mondo, dall’Australia al Canada, dagli Stati Uniti ai paesi dell’Europa, quella degli sketch con i compagni del terzetto (Genesio, Paolo e poi Stefano): cabaret allo stato puro. Maestri dell’improvvisazione e dell’entertaiment. Le loro non erano solo “sunadis”: erano dei veri show, dove si iniziava ma non si sapeva come sarebbe finita. Trenta, forse quarant’anni di storia. «Queste erano tutte cose sue, ricordi che portava dai suoi viaggi, oggetti che avevamo nel bar, fotografie delle tournee. Per raggruppare tutto, un lavoro di un mese e mezzo» spiega Josette. Sulle pareti della stanza, anche la storia dei loro spettacoli. Pippo Baudo quando stava facendo i primi passi e non era ancora nazional-popolare, è in posa con loro ad un festival ad Ancona nel 1972. La foto col cantante Wess. Le registrazioni per la televisione canadese; poi quelle negli studi di Capodistria. Le riprese per Telefriuli, per la Rai tv e per il cinema, nel film “Maria Zef”. Poi le copertine dei dischi, i vecchi quarantacinque giri, addirittura una partitura a ideogrammi di una lingua asiatica. I gagliardetti delle città visitate, le medaglie e i diplomi di tutti i concorsi a cui il terzetto aveva partecipato e la divisa ufficiale, in costume carnico, indossato ad ogni esibizione. I ritratti di pittori e i componimenti commemorativi fatti dai suoi amici. «Quando – fa sapere Josette – dopo la paralisi non riusciva più  suonare, ma cercava di riprendere, la domenica venivano a suonare per lui, ad aiutarlo, i musicisti di tutta la Carnia. Lui, per ognuno, ha scattato una foto. Tanti sono morti, tanti non si ricordano, io li ho messi tutti in un quadro, vicino a lui. Chi non conosce Pakai? Tutti sanno chi è stato e che cosa ha rappresentato». Il museo che celebra Pakai e la sua musica è sempre aperto, basta cercare la casa di Josette nel Moscardo. Non è difficile trovarla. Ancora oggi si possono sentire, tra gli arbusti e il malinconico autunno, il suono dell’acqua e del vento, quelle note e quelle atmosfere che hanno ispirato la sua musica. Lì troverete la sua casa.

Oscar Puntel


VE LA RACCONTO IO, L’AMERICA …

marzo 9, 2009

 

Il taxi giallo e mezzo scassato si perdeva nel caos di Manhattan, un autentico groviglio di strade, persone di ogni razza ed estrazione sociale, vincoli a fondo cieco, teatri, fondali pubblicitari e luci al neon, fetori e profumi. Regole zero. Città dei tombini fumanti. E del delirio: i pedoni l’attraversano con il rosso, con il giallo, con il verde, gli automobilisti non si fermano davanti a nulla. «Thanks, I’ve to go to Penn Station, grazie devo andare alla stazione» dissi al tassista, mentre caricavo la valigia. «You’re welcome, prego» mi rispose. Ultimo giorno a NY. Ultima corsa. Ci volevo andare a piedi, a Penn station, dove mi attendeva un treno per ritornare a casa. Solo così potevo costeggiare ancora una volta la frenesia di Broadway, l’appariscente viale del lusso e della povertà, della realtà e della finzione di quella grande commedia americana che si chiama New York. Il problema era il mio trolley: non riusciva a reggere l’asfalto sconnesso, i rattoppi dei marciapiedi, sicché strada facendo mi sono arreso e ho fermato un taxi. E qui son cominciati i dolori. Il tassista, saputo che ero italiano, ha cominciato con la litania del “Ma lo sai che…”, tartassandomi le orecchie con un cd tarocco di canzoni italiane e con frasi del tipo «quanto sono belle Venezia – Firenze – Roma», «pensa che coincidenza arrivi a New York e senti musica italiana». Cercavo di non badarlo. Ma lui, niente da fare. Un quarto d’ora di racconti, storie, aneddoti, su «cantanti italiani che sono venuti a cantare qui e io sono stato al concerto». E giù affondi di «spaghetti, pasta e mandolino. Napoli e Sorrento». Camionate di «They were so beautiful, città bellissime». Intercalate di «Ma quanto è bella la musica italiana!». Per poi andare a parare su un: «E tu dove abiti? Vicino Venezia, che bella la laguna e le barche». Blah, blah, blah. Decisamente logorroico, il poveretto. Tant’è che dev’essersi accorto da solo di aver passato il limite ed ha riparato, di fronte alle mie non risposte, che erano più che loquaci, e al mio volto oscurato da altri centomila pensieri, con uno sconto di 1 dollaro e 50. Senza troppi preamboli, lo ringraziai ed entrai in stazione, mentre il suo «You’re welcome, prego. Mi saluti l’Italia. Mi saluti Venezia» veniva inghiottito dai suoni meccanici delle auto in transito e dalla cappa di smog che asfissiava Manatthan. Sono stato in America, per un mese. Ma non voglio raccontare nulla, né annoiare nessuno su ciò che ho visto e fatto. Piuttosto vi racconto l’America delle tante persone che là ho conosciuto, legate in un modo o nell’altro al nostro paese. Perché allora ho cominciato con l’aneddoto del taxista? Perché l’Italia è un marchio che resiste nel tempo, una moneta anche ben spendibile, a quanto pare. Fa business. Se il governo italiano mettesse una tassa su tutte quelle occasioni in cui il nome “Italia” venga usato e svenduto in America, a quest’ora altro che buco nelle casse dello Stato! Non servirebbero tutti quei tagli, manovre e correttivi alla finanziaria. Il vero è che se oltreoceano continua a resistere il mito di casa nostra, allora qualche merito ce l’avranno anche gli emigrati italiani che a cavallo del secolo hanno lasciato case-terreni-averi qua, per cercare fortuna là. Oggi sono presenze invisibili, in un’America, che – ci piaccia o no – è sempre in prima pagina. Le storie di persone che non fanno notizie, in un Paese che è sempre dentro la notizia.

L’America di Loretta e Arlene

Mi ha riconosciuto dai wristlebands, dai polsini che indossavo, fra migliaia di persone. Loretta Primus è la persona che mi ha ospitato per una settimana, nella sua casa di Burtonsville, vicino a Washington, mi ha fatto conoscere la città e mi ha procurato un appartamento in cui trascorrere il resto delle vacanze. E’ lei la prima americana che ho incontrato appena ho toccato il suolo americano. Figlia di Silvio Primus (di Giobatta e Giovanna Puntel), emigrato in america nel 1924, Loretta è una religiosa, appartiene all’ordine delle “Sorelle per le comunità cristiane”, non indossa alcun velo e lavora molto in parrocchia, dedicandosi a programmi di catechismo, di avvicinamento e conversione al cattolicesimo. Programmi durissimi, con tanto di esame finale. In più è insegnante di inglese presso la “St. Peter’s school”, una scuola cattolica. Sui muri del suo salotto, sopra il pianoforte, passavano i secoli: foto sbiadite, in bianco e nero, antenati, luoghi e memorie. L’epopea di questo ramo cleuliano negli States parte da Philadelphia. Il cuore era un quartiere chiamato Germantown. Lì visse anche Loretta con la famiglia, per poi trasferirsi nel Maryland.  Loretta è molto orgogliosa delle sue origini. Ha richiesto anche, ottenendo però risposta negativa dal Consolato, la cittadinanza italiana. Ha poi un sogno: quello di mangiare di nuovo i cjalsons. Da bambina glieli preparava la nonna paterna, anche lei emigrata in terra yankee. Erano gli anni ’60. Da allora non li ha mai più assaggiati.  La famiglia di Loretta si chiama Arlene Primus: sorella maggiore e anche lei religiosa dell’ordine della Cabrini. Vive e lavora presso uno dei tanti ospedali di Philadelphia e cura il corso “Clinical education”, riservato a volontari laici che desiderano fornire un aiuto psicologico e spirituale, di supporto a quello medico, per i degenti. Arlene è molto divertente, perché si ricorda ancora qualche parola carnica che diceva il padre in casa. Sa a memoria la filastrocca “Ursula, padursula”. Ed è una cosa spassosissima sentir parlare un americano in friulano.

L’America di Luisa e Ciro

Nell’oasi felice del Delaware, dove le tasse sulla spesa non si pagano, ho incontrato Luisa Primus e Ciro Poppiti. La loro casa di Wilmington ha fatto da cornice a un momento di american convivio, in salsa little Italy – little Cleulis, di tutto riguardo. Ospiti attesi, oltre al sottoscritto: Loretta, Feliciano e Iside, e tutti i figli e nipoti della coppia. Luisa è discendente della famiglia di Santo da Bionda ed ha visitato nel maggio scorso Cleulis. Nipoti grandi e piccoli arrivati alla spicciolata, le hanno riempito subito il confortante salotto affossato al pianterreno, coperto di soffice moquette. Due curiosi particolari. L’ultimo figlio, Ciro Poppiti, si è sposato in Vaticano durante l’anno del Giubileo, ha due figli, e collabora con la Niaf, The national italian american foundation, associazione che mantiene contatti culturali fra America e Italia. Laureatosi a Princeston, con esperienza di studio anche in un’università toscana, la più antica e prestigiosa università americana, cura i rapporti commerciali, anche con l’Italia, della Nks, distilleria e casa vinicola. Il figlio Cristopher, invece, a un certo punto della sua vita, ha deciso di cambiarsi il nome – in America si può. E in onore della madre, oggi, sul biglietto da visita della “WhittmanHart”, azienda ipertecnologica, ha scritto Primus Poppiti.

L’America di Maddalena, Licia e Mary

Dalla mia stanza, la 805 del Club Quarters Hotel, una piccola finestra mi sbatteva in faccia il mastodontico, gigantesco grattacielo della Liberty Place, simbolo di Philadelphia e cuore economico della città. Non si riusciva a vedere la punta, così troppo a ridosso, ma i suoi vetri a specchio scintillavano anche di notte. Qualcosa di sorprendente, impressionante. Philly è l’America degli italiani. Quando ci arrivai, non feci neppure in tempo a curiosarmi la città, – per altro ero appena rientrato da Warmister dove avevo rivisto, dopo 10 anni, la mia amica Mary Ann, figlia di Marino, e sua zia Isa, sorella di Anita – che la spia rossa della segretaria telefonica lampeggiava la presenza di messaggi. Maddalena Bellina era allarmata perché non avevo dato mie notizie. Non sapevamo nulla l’uno dell’altro, se non il fatto di essere cugini. Così dopo averla richiamata per tranquillizzarla, ci accordammo per una mia visita. Detto, fatto. Zaino in spalla e ticket per la metro, fino a Tacomi. E’ lì che è avvenuto il primo incontro. Lei era molto emozionata. Un po’ anch’io, poi parlare di nuovo in friulano dopo tre settimane di solo inglese è stata una boccata d’ossigeno. Mi ha accolto con un: «Ma dulà che tu vâs, bessol, atôr par l’America?». In cucina, Maddalena e il marito Michele Grimaldi tengono molte foto della loro famiglia. Mi hanno raccontato la storia di tutta la discendenza, figli e nipoti. Dopo un giro nei meandri di Ditmal street e una passeggiata vicino al grande fiume che bagna la città, per la cena, a noi si sono unite le altre due sorelle di Maddalena: Mary e Licia. Figlie di Placido Bellina e Paolina Micolino, della famiglia di Pieri “Tela”, Mary abita con il marito John Gast, a Levittown. Licia invece, con il marito Bob Hanf vivono a Bensalem. Hanno anche una quarta sorella: Toni (Antonietta), che abita in Virginia, a Roanoke. La serata si è chiusa tra gli abbracci generali, foto di rito e torta buonissima. Almeno per una volta ho mangiato italiano.

L’America di Feliciano e Iside

In America, a Philadelphia, è una specie di mito. Tutti clevolani trapiantati in America hanno il suo numero di telefono in agenda. Chi non conosce Feliciano e la moglie Iside è completamente out. Il tour di rito per la città, con lui diventa una scorribanda divertentissima. Mi ha portato anche a Germantown, culla di molti emigrati oggi inaffidabile baulieues di neri e diseredati. «Era impossibile restarci» mi confidò. Non gli ho dato tutti i torti. Nell’agosto del 1974, Felix ha perso il padre Felice Maieron, in un tragico fatto di sangue per il quale la garantista giustizia americana, paladina dello Stato di diritto, non ha commissionato la giusta pena. Con Felix, Iside, Franca e Mary Ann, c’è stata anche la sorpresa del party finale. Ho conosciuto gran parte della loro famiglia, proprio in occasione della festa di compleanno della moglie. “Happy birthday”, canzoni, cin cin e torte. Il fratello di lei, Remo Puntel, parla un carnico perfetto, mi ha chiesto di inviargli una foto del lago di Pramosio. Una giornata memorabile, anche per Felix cui ho ricordato, prima di prendere l’ultimo treno per Penn Station, che dobbiamo assolutamente organizzarlo questo «big, big party, with a lot of stars, drinking and dancing, una grande festa per tutti i clevolani che ci stanno in America». Gliel’ho ricordata di continuo questa cosa, a Felix, il boss di Philly. Alla fine, è diventata il tormentone della mia visita. Lui mi rispondeva, divertito: «Yes. Big Party. Big time and taxido». Una festa – a big party, appunto – per tutti i discendenti di prima e seconda generazione. Quale spazioso locale riuscirà a contenerci tutti? Mi ci metto anch’io nella combriccola americana. Una grande famiglia, che ancora vive di ricordi e memorie. Non dimentica la sua lingua e la sua storia. Tiene accesa la sua identità, fra milioni e milioni di yankee. Un amore, che ha saputo trasmettere ai suoi figli. E che ha contagiato anche me. Thank you. You’re welcome.

Oscar Puntel


UNA CJASA VIERTA PAR DUCJ

marzo 9, 2009

 Maria, Rina Da Bruna, Velina: storie da famea “Jan”. Un destin segnât dal fûc: chel che a furnivin al turibul da gleisia, chel che al scjaldave la int prima di lâ a Messa. Ma encje chel che ur à brusât la cjase. E che tal 1959, in Francia, al à copât Toni.

Io pensi che ognun di nou al veibi un debit di riconossinça a famea di “Jan”, par chel ch’à simpri fat pa nostra gleisia e pa disponibilitât viers la nosta int: las sôs puartas as erin simpri viertas a ducj. Si po ben dî ch’a è vivuda tal passât a l’ombra dal tor, no doma parcè che a era vizina a gleisia, ma a è stada simpri presint di fat, a ogni necessitât, sia pa l’andament, che soredut pal fûc. A lu san ben chei fruts che a lavin a rispuindi Messa: aì di Jan, par dutas las funzions da l’an, seti stât d’estât che d’invier, a erin simpri prontas las boras par meti tal turibul ch’a dopravin pa l’incens. Cuant che a sunava la paria, prin di tacâ funzion, la mularia a toleva la “copa dal fûc” e a lava aì di Jan a toli las boras ch’a vevin di jessi zà biel imbastidas. Chest imprest al era una specie di cjaçute di fier cun tun mani lunc, fat a rampin, che al si podeva encje distacâsi. A puartavin las boras devûr da l’altâr tal cjanton su un trei-pîs di fier fat a concja, dulà che poiavin la copa, doi trei a vevin l’incaric di soflâlas par tegjilas vivas, zontant ogni tant cualchi tocut di cjarvon. S’a jodevin che si distudavin a tacavin il mani e tal mieç dal curidôr davûr da l’altâr, cjal fassevin zirâ (come cu las cidulinas, prin di tirâles), svuelts svulets, par che cu l’aria tornassin las boras bielas rossas. Una volta Albano, che al era zà grandut: cui pîs ben plantâts al si è metût a zirâ chest fûc. Cu la foga no aial tocjât sul sofit, e ju dutas las boras ju pa schena? Tita da Vira par spacâjas ju di corsa, a ja sa fatas lâ incjemò plui ju. Tu pos crodi: al à començât a saltâ come un zocul, cainant dal mâl, par no podei vosâ, intant chei aitis si spreçavin dal ridi. A erin dolôrs s’a lassavin distudâ las boras. A vevin dongja una bancjuta par sentâsi e – a dî la veretât – a fassevin encja un pouc di commedia, che il preidi ai no ju podeva jodi, fint che al vegniva il moment di doprâ las boras, par metilas tal turibul.

 

 

Il çoç “Jan”

Ma anin par ordin, il çoc che al dà origjinas a chesta famea a ven fûr da un cert Floriano, det “Jan” (da chi il soranom da famea) e da sô femina Maria, che ai disevin la “Bruna”. Ai stavin ta vecja cjasa “Soratet”, in plaça. E dopo che a è stada brusada dal fûc, i doi fradis a son lâts a finîla a Placias, ta “Busa di valiselles”, e laju di Tunina di Jan (dulà che a è la Cristina). Jacum duncja – il pari di Rina, par chest lu clamavin Jan – al era vigjût dopo in ju ta cjasa da femina Tunina, parcè che da bande di jei no erin restâts mascjos. Da lôr union son nassûts sis fîs, vâl a dî cuatri feminas (una muarta piçula) e doi mascjos: Maria, Toni, Pieri, Rina e Velina. La biada Tunina a è muarta tal 1918, Jan a un ciert pont al è lât cun doi fîs in Argjentina, ma noi àn vût fortuna. Nissun dai trei. Da cjasa, a àn scugnût fâ dongja il dispendi dal viaç e mandâial par che al tornas. Pieri no si sa inora di vuei ce fin che al à fat, e Toni dopo un bon pous di agns che al era rivât so pari, al è tornât a cjase encje lui. A si impensa incjemò mê mari cunt che a è passada Rina da Bruna (a veva cjapât il soranom da nona), cul zei su pa schena, e à clamât: «Vava Luzia Menia, saveiso che a riva gno pari? Voi in scuintri!». E Vava: «Spieta ch’i dîs a fruta, ch’à leti cun tei a judâcj a puartâ il fagot». A son rivadas fint da pît dal Moscjart, cuant che lu àn jodût da lontan, Rina berlant a è coruda a braçâlu, vaint e bussantlu. A veva cussì dismenteât ce tant che a vevin tribulât a causa da sô lontanança. Las fias a lu àn tignût simpri come un deit da madurî.

 

 

Maria

 

 

Maria, che a era la plui granda dopo che la mari a era muarta, si veva tolet l’impegno par mandâ indevant la famea, a veva apena 16 agns e 7 Velina, la plui piçula. Il pari simpri lontan par lavôr, jei par cjasa a faseva da om e da femina simpri tant lavorât, par cjamps e prâts, però ai vanzava encje il timp par judâ in gleisia e dâ una man a Teu, a scovâ, netâ, furnî di rosas e soradut sunâ, specialmenti i campanons; aì si che a voleva fuarça! Cetantas voltas – se no era svuelta a tegnî las cuardas par fermâ la cjampana – ai son ladas las mans su pa busâ dulà che a scoreva la cuarda? Ce gratadas e ce salts par fermâla ! E dopo naturalemnetri il fûc par dâ las boras a gleisia. Fint che a si è maridada, la sô vita a è stada famea e gleisia. Teu al veva tant a grât di chest aiût, che cuant che si è maridada ai veva fat una biela poesia, che las fias incjemò s’impensin. Intant Rina e Velina apena che a àn podût a son ladas a sarvî a Milan, ma dopo maridada Maria, Rina a è tornada par stâ jei dongja dal pari, viodi da cjasa e dal rest. Velina dopo a è lada a servî in Svuizzara.

 

Rina da Bruna

Rina da Bruna, un personagjo che cui che al à cognossût no s’al podarà mai plui dismenteâ! Intant no si è mai maridada: a diseva jei, par via che a veva di podei viodi di sô pari. Di prin inpat a cji sameava scontrosa, rabecosa, ma a era doma una scuarcia, parcè che a veva una umanitât granda e disponibilitât a tegji la puarta vierta par ducj: cussì râr al dì di vuei che dopo di jei no ai plui cjatât. Tai voi, ai incjemò cemût che a era la sô cjasa: a faseva un cjanton ta entrada, a era una bancjuta dongja dal puarton, ch’a era di len masiç, cul saltel, un scjalin di piera, par entrâ tal curidôr, una granda scjalona di len avonda ripida e là che a finiva si viodeva il mûr da freit, di clap da smaltâ encja un pouc infumulît, di sora no sai, sot la scjala a erin las bruscjas par impiâ il fûc e las lastras a bas, a çampa entrant un scjalinut di len e la puarta cul veri tal mieç sora, par miezas stanza a bas lastras e dopo un pouc, alçât, il plancum, tal mieç da pareit, il spolert di madon piturât di ros scûr, che al è incjemò. A bas da puarta, a dret da puarta dal spolert, un cuadratut di banda inclaudât par che no brusas il plancum: i ristiçs cha a colavin cuant che a si faceva fûc, che coma chi disevi, al ardeva simpri. Sora a erin a rustî biei miluçs, chei dal melâr che al è incjemò tal ort, da dâ a mularia che a vigniva. E la “napoletana” dal cafè (forsi di vuardi o di misela), simpri sora, se a vigniva cualchidun. Ogni tant a veva i cuadretuts di zucar che i mandava Velina da Suizzara: a nus dava encja a nou fruts, cualchi cuadretut da zupâ. Di ca dal spolert a era la bancja, e un balconut ch’al dava ta cjasata (dulà che una volta si faseva il fûc a bas e dopo si meteva a fumâ la cjarn di purcit: chesta a veva la funzion di liniera e dispensa. A çampa inveza, al era il bancjon, cul paion dulà che al poneva simpri Jan, jo mal impensi vecjon, che al cjicava, cu la maça, no sai trops agns che al podeva vei, sai doma che al è muart dal 62, raramenti al jesseve di cjase, si sentava su la bancjuta di fûr e al lava fintremai insom da cort di Grivôr, poiât sul murut a cjalâsi ator.

Una cjasa vierta a ducj

Premurôsa Rina cun so pari, noi lassava mancjâ nua, simpri ubidient, pazient encje se mi pâr ch’a nol ves avût mai tanta gracia. Dopo al era il balconut che al dava su la cort, una tauluta, dôs cjadreas, la granula dulà che as erin picjadas las selas da l’aga, la cridinça e una vetrinuta a mûr dongja la puarta, cui veris flodrâts di fotografias. Dongja di cjasa a era la stala, la cort di devant e l’ort, po un cjamp dongjia cjasa.

 

La puarta di Rina encje dopo che a era restada bessola a era simpri vierta a ducj, no doma par continuâ la tradizion dal fûc, ma chei plui lontans che a vignivin in Gleisia, magari adoruta, intant che a spietavin a lavin a scjaldâsi aì di Rina e sa si veva bisugna dal necesari, di Rina, ogni scusa era buina parcè ch’a vulintîr a meteva a disposizion dut ce ch’a veva. Encja i siei conseis, a era una buina confident: par ogni ocasion a veva il so detacul. Cuant ca pasava in place e a mi jodeva sul balcon da cjamara a mi diceva: «La donna di sestino fa il letto di buon mattino, quella così così lo fa a mezzodì, la donna mezza matta lo fa quando va a metter giù la culatta». E la sô presa! No mancjava mai ta sô sacheta dal grimâl: ch’a ves cjatât cui ch’a voleva e magari cent voltas in dì, jei a cji ufriva simpri la presa, encja chê a voleva dividi e guai a rifiutâ, a s’a l’veva par mâl. «Tolila – a cji diseva – ch’a cji svueida fûr». Dopo a no si finiva ati di stranudâ fin as agrimas. E ti diceva: «Diu ti judi in Paradîs cuant che tu vorâs cent agns», dopo a tirava fûr il sô fazolet di nâs, grant a cuadrets scurs, par soflasi, e sot sot a riduzava.

A faseva encja punturas

A fâ punturas Rina la clamavin ducj e par riconossinça si lava a vora o a fâi un sarvisi. Pal mâl a era la prima a preocupâsi, jei che di mâi an veva vûts tancj, operazions no sai cetantas, il sagloç che par agns a l’à tormentada e cussì via. No pierdeva mai una funzion e nou frutas (specialmentri jo ch’a no mi è mai mancjada la lenga) di chês tiradas di cjavei o rabecadas, in gleisia, se no stavin cuietas! Salvo dopo cuant ch’a cjatava las maris, cjalcjâ la dosa, cussì dopo las cjapavin encja da lôr. Rina in gleisia a era il nostri “spauracchio”. Ce scriuladas ch’a ficjava cuant ch’a jodeva i nuviçs ch’a rivavin in gleisia par maridâsi, m’impensi encja da l’augûr ch’a dava se a jodeva a puartâ un frutut a batiâ: “Cji auguri che chel frut ch’al entra da pagan, dopo jessint, ch’al resti simpri un bon cristian”. Encja don Tarcisio a si impensa ch’a contava agna Luzia ch’al à propit imparât a cjaminâ aì di Rina, si è molât cu las manutas dretas par devant par tignîsi in ecuilibri e al’è lât a finîla propi su pa puarta dal spolert, ca scotava. Al veva spieliçât dutas las manutas.  Una volta cualche femina a veva fat proposta di lâ via pal dì (cuant che i lavôrs lu permetevin) a dî rosari in gleisia, a don Carlo noi garbava trop di lassâ la gleisie vierta, cussì Rina a si è sproferida: «vignît da me». A veva operaris a fâ lavoruts in cjasa. In tun moment, chei, lant ch’ai stavin lavoravin, a àn sintût a preâ “Ave Maria gratia plena…”. Scoltant a àn det: «Joi ai prein rosari, cuissà cu ch’al è muart cumò achì”. A vevin cjapat un spali! Toni dopo l’aventura da l’ Argjentina al è lât a lavorâ in Francia e aì al’è restât fin ch’al è muart, al era dal 1959. Tal cuartîr dulà ch’ai erin logjâts i operaris, d’un bot al sclopa un incendio e a cjapa fûc cualchi baraca. Toni di gran cûr, ch’al era tai paragjos, cun grant coragjo a si è butât denti tas flamas par lâ a sveâ i siei compagns, a nd’à salvâts no sai cetancj. Ma tal ultim viaç, ai è colada la baraca plena di fûc ju par lui, e cussì al è restât sot, brusât.  Chest fûc, “croce e delizia” di chesta fame, a al è propi stât simpri tal lôr destin.

Velina a torne

Velina inveza dal ’76, finalmenti rivada l’ora da pension, a è tornada a cjasa sô, dopo una vita sot paron (vin zà vût mût di contâ da sô disponibilitât a judâ chei paisans ch’a à incuintrat atôr pal mont). Dapardut dulà ch’a è stada, a si è fata onôr, tant ch’a la consideravin una di famea. Encja jei a ricambiava e a cjacarava simpri dai siei parons cun riconoscinçe e afezion. Cuasi dut ce ch’a cjapava di paia, lu mandava a cjasa, si tegniva doma il stret necesari (cualche volta nencja chel). Sparagnina, si privava magari par sé, ma no voleva fâ mancjâ nua a cjasa. Cui sudôrs a vevin fata regolâ la cjasa propit a puntin, smaltada, rimodernada; insoma, voltada come un cjalcin. A erin las dôs sûrs finalmenti riconzuntas a gjoldisi la vecjaia fasintsi compagnia e sostegnintsi l’una cun chê ata. No stavin lo stes dibant: cul zei a legnas, o pa taviela i lavôrs di simpri, devûr da fuarça, che ormai i agns e la vita fruada ur restava. Finalmentri Velina a era parona bessola da sô vita, cença ogni moment, scuegnî dî “sîor sì”. Però incjemò una volta no l’à durât tant a lunc, e Rina l’à lasciada bessola. Gjoldi la cjasa, il paîs, la sô int, la libertât, ormai nol era compagn cença Rina. Alora a si è tacada a sôs gnets che bessola no era usada a stâ. Lôr a erin la sô reson di vita, la sô famea. Ur procurava dut ce ch’a podeva e par sé la vita di simpri. Spes a lava a stecs, encja cuant che i agns ai tacava a pesâ. Ma una bruta dì il fûc al era incjemò ch’al spietava. Al era il 1997, cuant che ai à cjapât fûc il cjamin, coma ch’a pos sucedi achì da nou, al’era viers miesdì, vegnût cualchidun doncje a judâla a distudâ, al sameava dut finît e cuiet, cuant che viers sera, dut un sclop, una businada e las flamas a àn tacât a saltâ fûr dal tet; ora che Velina si indacuarzes, il fûc al veva cjapât zà fuarça, dant dongja ducj. Intant ch’ai rivavin i pompîrs, il tet al era dut una flama e cussì cuant che finalmentri a son rivâts a distudâlu, chel al tacava encja a cjapâ la cjasa. Biada Velina, impotent e “shockada”, a à jodût a lâ in fum ducj i siei sums. La gnet Pierina a l’à dopo toleta cun jei. E la cjasa a è stada regolada indevûr coma prin. Intant chesta disgrazia a l’à propit copada, jei a à provât a dâsi coragjo, a reazî, ma ormai las fuarças a erin chês ch’à erin e a nol è lât via trop dopo che encja jei nus à lassâts.

Chesta a è la storia da famea di Jan e da Bruna, cemut che m’impensi jo e alc ch’a mi àn contât.

Silvia Puntel


NUOVA SEDE PER GLI ALPINI

marzo 9, 2009

Apriamo con la notizia più importante. Finalmente, tra pochi mesi, anche il gruppo alpini di Cleulis avrà una sua sede e questo grazie alla disponibilità del presidente della latteria, Walter Puntel. L’occasione è stata data dai lavori da effettuare nello stesso stabile e in tale circostanza ci sono state proposte due stanze, da noi subito accettate. Immediatamente sono stati iniziati i lavori e auspichiamo di riuscire a portarli a termine il prima possibile; molto dipende dalla disponibilità, dall’impegno e da qualche sacrificio da parte di tutto il gruppo per avere in breve un magazzino e un luogo di ritrovo. Il gruppo si è anche impegnato in varie manifestazioni. Il 20 agosto, in occasione della tradizionale festa sul “Cuel da Muda”, è stata organizzata una serata musicale. Inizialmente essa era stata progettata all’aperto, ma causa maltempo si è tenuta presso l’albergo “Al Cacciatore”. Protagonisti sono stati un gruppo di musicisti della bassa friulana che si sono impegnati a farci passare due ore di puro divertimento. Grazie alla collaborazione di molte persone la serata si è conclusa ottimamente. Purtroppo anche per la festa sul Cuel il tempo è stato inclemente, anche qui comunque la giornata è trascorsa bene grazie alla partecipazione del coro dei “Giovins cjanterins” che si sono esibiti in alcuni canti alpini per la gioia di tutti. Dopo la Santa Messa è stato servito il consueto pranzo alpino allietato dalla musica del nostro amico Emanuele Screm di Valle Rivalpo.  Colgo l’occasione per ringraziare tutti coloro, alpini e non, che ci hanno sostenuto e aiutato per l’ottima riuscita sia delle feste, sia per i primi lavori di ricostruzione della sede. In particolare un grazie al Comune di Paluzza per averci concesso alcune piante servite al rifacimento delle staccionate intorno alla cappella del “Cuel da Muda”.  Il gruppo ANA di Cleulis coglie l’occasione per augurare a tutti i lettori un sereno Natale e un felice 2006.

Arnaldo Puntel, capogruppo