UN ALTRO ANNO SE NE VA

marzo 9, 2009

Abbiamo appena terminato i festeggiamenti per il nuovo millennio e ci troviamo già sulla soglia dell’anno del Signore 2004. Certo, il tempo ci sfugge via veloce, veloce come il vento fra le mani e noi, nello stesso tempo, viviamo esperienze e avvenimenti che già sono passati al vaglio della storia. Non è mia intenzione analizzare qui i singoli fatti che hanno caratterizzato questo 2003: lo faranno già altri più quotati di me su riviste e alla televisione. Desidero soltanto soffermarmi su quattro momenti più significativi per noi cristiani.

La guerra in Iraq

Quanto parlare si è fatto, quante discussioni soprattutto nella prima parte di quest’anno…e non è ancora finita! In questa “brutta faccenda” stanno morendo più soldati e civili oggi che durante quella guerra lampo che ha portato alla destituzione di Saddam Hussein. Aveva ragione il papa quando ci avvertiva che:”Una guerra si sa come inizia, ma non dove ci può portare”, e ancora: “Ho il dovere di dire: mai più la guerra!”. Allora, certi autorevoli uomini di governo avevano risposto che:” Loro la guerra la fanno anche senza la benedizione del papa!”. Si è vista la necessità di questo intervento per combattere il “Grande Male”. Ora qualsiasi paese potrà dichiarare guerra ad un altro se vedrà la necessità di combattere il male presente nell’altro. E ciò è molto pericoloso. E gli altri conflitti? Congo, Liberia, Sierra leone, Palestina, Cecenia, Afghanistan, Kashmir, Sudan ecc. Ecco la necessità oggi per noi credenti di essere dei veri testimoni dell’Amore di Cristo. Il lavoro è tanto, la strada è ancora lunga, ma è necessario insistere perché trionfi la cultura del dialogo e della pace. Le guerre e i muri (se ne sta costruendo uno attualmente anche nella terra di Gesù) servono solo a distruggere l’Amore e la speranza e a far trionfare l’odio. La beatificazione di Madre Teresa di Calcutta e la morte di Annalena Tonelli (una missionaria laica che ha speso la vita per i più diseredati nell’inferno della Somalia) ci devono spronare a prendere come modelli questi “campioni” dell’umanità e non i guerrafondai.

25° di pontificato di papa Giovanni Paolo II°

E’ stato un dono di portata storica per tutti questo pontificato. Non ho sentito una sola voce contraria o di disapprovazione fra il tanto parlare che si è fatto intorno a questo “grande uomo di Dio” che ha celebrato i 25 anni di servizio non solo alla Chiesa cattolica, ma a tutta l’umanità. I mezzi di comunicazione ci hanno offerto l’occasione di conoscere bene papa Wojtyla, di ascoltare i suoi messaggi, di seguirlo nei suoi 102 viaggi apostolici. Lo abbiamo ammirato per la sua fede incrollabile e il suo coraggio. Abbiamo anche trepidato nel momento in cui qualcuno, volendolo morto, ha attentato alla sua vita. Ora, dopo 25 anni che si porta sulla spalle responsabilità così grandi, il suo fisico è stanco e malato. Ma forse questa è la sua più grande testimonianza di vita: la sua partecipazione piena alla passione di Cristo. Anche noi vogliamo unire la nostra voce alle altre per rivolgere il nostro:”Auguri, Santità!”. Resta ancora con noi! Abbiamo bisogno di sentire la tua voce anche se tremolante, di appoggiarci alla tua fede; tu sei il nostro fratello maggiore che ci ha accompagnati al nuovo millennui. Grazie, Santità!”.

Il Crocifisso.

Si parla molto di integrazione degli immigrati e di Stato laico. Evidentemente se si è alzato quel polverone attorno al Crocifisso della scuola di Ofena, significa che né molti immigrati, né molti italiani, compresi i magistrati che devono applicare le leggi, hanno un’idea chiara su ciò che significa: integrazione e Stato laico. Integrazione significa che l’immigrato si inserisce nel nuovo paese di adozione godendo di tutti i diritti di legge e assumendosi pure i doveri. Lo Stato laico si impegna a rispettare allo stesso modo le diversità che compongono i vari gruppi etnici presenti sul territorio purchè queste non contrastino con la legge. Tale rispetto per tutte le tradizioni o il dovere dell’accoglienza non deve implicare la cancellazione di un’identità culturale o religiosa. Adel Smith non ha chiesto solo che vengano rispettati i diritti dei suoi figli (cosa che mi sembra legittima), ma che venga tolto il crocifisso! Con questa richiesta ha dimostrato non solo una grave intolleranza verso la maggioranza dei cittadini, ma anche la sua volontà di non integrazione. Un magistrato applica le leggi dello stato, non è compito suo il farle. Il magistrato Montanari ha preteso di fare lui una nuova legge, sostituendosi al Parlamento e dando ragione ad un conosciuto ed esagitato integralista, sconfessato anche da molti suoi correligionari. Intanto chi continua a tacere in questo chiasso è proprio Lui: sì, il Crocifisso! Già! Gesù è abituato alle polemiche che da 2000 anni nascono attorno alla sua persona e al suo messaggio! Chi come Lui è “venuto per servire e dare la sua vita”, non ha il tempo di perdersi in chiacchere.

50° della morte di mons. Luigi Gorizizzo.

Non mi dilungo, perché su questo sacerdote che per 40 anni ha svolto il suo ministero a Paluzza ed è stato Vicario foraneo dell’Alto Bût, abbiamo deciso di raccogliere in una pubblicazione le varie testimonianze di coloro che lo hanno conosciuto e verrà spedita a tutti i paluzzani con il Bollettino di Natale. Lo ricorderemo durante le festività natalizie con una solenne celebrazione liturgica ed un concerto in suo onore.

 A ducj i clevolans vizins e lontans, auguri di bon Nodâl e buinas fiestas!

Sjiôr Santul Don Tarcisio

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Il caso dei terreni demaniali della Gleria

marzo 9, 2009

C’è gente che ha versato sudore su quei prati. Sudore e lavoro che nessun pezzo di carta può né potrà in alcun modo eguagliare. O ripagare. E’ per questo che mi indigno di fronte a quello che sta succedendo sulla questione del passaggio ai privati dei prati della Gleria. Non esagero se la considero una vera e propria violazione del sacrosanto diritto alla proprietà, in nome di una burocrazia lenta e deprecabile. Uno schiaffo morale a chi per decenni ha falciato quei prati, ha tirato su la casa e di tasca propria si è servito di acquedotti e servizi. D’accordo non avrebbe potuto farlo, erano terreni dello Stato, non suoi. Ma non dimentichiamo che allora era prassi diffusa: negli anni ‘70 si è radicato gran parte dell’abusivismo edilizio e del condonismo dell’Italietta delle leggi davanti alle quali un occhio si poteva chiudere, senza tanti problemi. E forse le regole chiare neppure c’erano. Nei primi di dicembre del 2003, il comune emise il primo avviso pubblico per la vendita dei terreni in località “Muse”. Fu un provvedimento storico, perché regolarizzava una situazione di stallo veramente indecente. Ma non fu scevro di polemiche, iniziate già qualche mese prima, sul prezzo di vendita degli appezzamenti, per alcuni troppo salato. Ad ogni modo in dicembre è stato messo in vendita il primo lotto (da Pakai in giù). E la gente pur di avere in mano – definitivamente – il proprio terreno ha pagato una caparra. Poi si è partiti con il secondo lotto a sinistra della statale 52 bis, guardando in direzione Passo Mte Croce. Anche qui la gente ha fatto domanda e ha pagato il 10 per cento del valore. Adesso manca ancora un lotto. A un anno di distanza dalla delibera comunale speravamo in questo numero di poterci congratulare con i nuovi proprietari terrieri. Invece nulla. Quelli che hanno già pagato non hanno ancora in mano quel pezzo di carta. E il terzo lotto deve ancora iniziare. Perché tutto questo? Perché la nostra vita deve essere gestita da burocrazia senza fondo che ingurgita e complica le cose? Quanta informazione c’è stata intorno ai bandi di vendita? Perché non si sono snellite le procedure? Quanto si dovrà ancora aspettare perché i proprietari della Gleria possano sentirsi padroni a casa loro? Finché non avremo risposte chiare a questi interrogativi, da questo foglio non abbasseremo la guardia. Non so di chi e a che livello, sia la colpa e francamente non mi interessa. Ma chi si occupa di queste cose, dovrebbe cominciare ad agire secondo coscienza e responsabilità. Quelli della Gleria passeranno un altro Natale da profughi in casa propria. Ringraziamo ancora una volta la burocrazia farraginosa e stupida che condiziona la nostra esistenza.

Oscar Puntel


SJI IMPENSAISO DI TITA JACUM?

marzo 9, 2009

Passant pa “Cort di Repil”, mi sei impensada di cuant che, da fruta, sji cjatavin ta chê plaçuta a mateâ. A era la plaça di chei di Somlavila! D’estât, cuant che mi restava un ritai di timp, la sera ch’al tardava a vegnî not, sji cjatavin a zuiâ di peitara, zedi e brusjo propi aì, indulà ch’a era encja la fontana da l’aga. In chê volta no era incjamò l’aga intas cjasas e la int a lava a urîla in chê fontana cul buvinç e i cjaldîrs, selas o condii par uso di cjasa o par beverâ i anemâi. Par me a era un’ata scusa par roubâ un tic di timp. Si lavi a toli aga, sigûr mi intardavi a saltuçâ a venti cun chel saulin rot ch’i mi eri puartât devûr d’ascousj di mê mari (lu vevi platât dongja una masjeria in Plan dal Stali, sot un clap) par saltâ da cuarda.

Ana da Tausia (1879-1958).

I

n chê dì, ai pensât a int das corts a venti: La Preolana, Grif, Narducel… ma plui di ducj a Ana dal Mochin. Simpri sentada di fûr sul murut, dongja da strada che nou clamavin la Gossa di Ana, cu la maça a puartada di man, parcè che a era zuarba (a diseva jei), ma nou no i crodevin: a nus conossjeva intal cjaminâ, intal tossi e a nus clamava ducj par non encja se no vierzevin la bocja. Ana a era vegnuda da Tausia e a ere mari di Tita Jacum. Cemût ch’a era rivada a cassù sei lada a sburî fûr la sô storia ca e là e ai savût che in chê cjasa, par vecjo, al stava il Mochin (Prodorutti Giov. Battista 1842-1909), ch’al veva maridât la Tersa (Puntel Lucia Sjati 1839-1906). A no vevin avût canaia e, par chei timps, ai veva tanta rouba (prâts, cjamps…). La Tersa a era sûr di Nêl di Linç ch’al stava in Leipà inta cjasa che cumò a è di Didi e al veva dîsj fîs. Al è lât a dacuardi cul Mochin e a i à dât il plui vecjo ch’a lu clamavin il Sjut. Muarta la Tersa, a è rivada da Tausia la Ana a sarvî aì dal Mochin e dopo muart encja lui, a à maridât il Sjut e cussì a è restada duta la rouba a lôr. Ai àn avût doi fruts: Tita Jacum ch’al era dal ’13 e una fruta ch’a veva di jessi dal ’16 ch’a sji clamava Sjulin, ma jei a la clamava la mê Zinzina e ch’a è muarta cuant che a veva cinc agns. Intant encja il Sjut al era muart inta Granda Guera e jei a sji era tacada a sô rouba: lavorâ, sparagnâ, mai un santeisim inta sacheta, trasandada, trascurada tal vistî, ta salût e l’igjene po no esisteva. Mangjâ chel tant di podei vivi e di ce che il so lavôr a i permeteva: cartufulas, fasjûi, cavoças, cjapûs, scueta…); il lat al vigniva puartât inta lataria e a toleva batuda, parcè che il formadi e la spongja a ju vendeva par paiâ la spesja. Intant Kinop (Micolino Giobatta 1865-1939), ch’al stava dongja dal Tuc e ch’al veva maridada la Spina ( Puntel Lucia Sjati 1869-1821), al era restât vedul. Ana sji è fata dongja e àn cumbinât di maridâsji tal ’23. Rouba al veva lui, rouba a veva jei: ch’al seti stât par intarès? Fato sta che nol à tignuda trop  Kinop dongja, al à scorsada sù da sè e al è restât cu la sô fruta, la Gjina, ch’al veva in precedenza adotada. Sora sera, una dì a è passada inta stradata, a à jodût la Delfina e i à det: «Voi jù dal gnò Kanop a jodi s’al mi vûl a durmî dongja di lui». Dopo pouc a è tornada: «Nol mi à vuluda lui e ve’ (a à disvuluçât il grimâl) vevi encja la cjamesja monda, mo’!».

Il so Tita.

Intant il fî Tita al era daventât un fantat e a era vegnuda l’ora di lâ in vuera in Albania. Cun lui al era Linçut di Cjirulin e Tevut da Sjina. Tevut al era puarta-ordins e una dì al è passât su la trincea  indulà ch’a erin i doi compaesans. I àn contât ch’a erin dôs nots ch’a noi durmiva pal grant pericul ch’al era intorn. Pouc dopo, un bomba a à cjapât in plen Linçut e Tita, ch’a i era dongja, al è restât cussì sjocât da lâ via di cjâf. A i à vulût un pieç par rimetisji, ma a i era restât il mâl di cûr par duta la vita. Ogni dì la biada Ana a vaiva il so frut in vuera. Una sera a è rivada la biela nova da l’”Armistizio”(8 di setembar 1943) e la Tuta dal Re e Paulinon as àn pensât di lâ a puartâ encja a jei, ch’a era za intal jet, la novitât ch’a era finida la vuera. A son ladas su pa Gossa (a durmiva intuna cjamara par devûr), as àn viert i scûrs e tuculât su pal veri:”Ana…Ana…a è finida la vuera!”. Duta intabarusjada a è jovada sù in senton; sot das pletas as àn viodût slungjâsji fûr una rouba nera. “Ana…Ana…ce veiso aì!”. “Al è Farcheno il gno gjat!”. Sji viout ch’a sjal toleva a durmî cun jei. A è jovada encja jei dopo a fâ fiesta jù pa vila. Tornât da vuera, Tita Jacum no mi impensi ch’al veibi lavorât fûr da sô campagna. Sji è maridât cu la Maria da Temau che la clamavin Pasqualina e encja lôr a àn metût in pratica il mût di vivi di Ana: lavorâ, lavorâ…ingrumâ rouba e sparagnâ. Trei, cuatri vacjas ta stala, cjaras e zocui, encja il bec par ch’al fruti cualchi palanca. Tita al lava sù fint intal lât di Premôs o in Pâl Piçul su las trinceas a ravuei rodui di articolât, pâi di fier par cludi i siei lûcs e parfint breas. Tassas di pâi e stangjas par dongja i siei stai e fint atorn di cjasa , in Ramontan (stali di mieç), insom Ramontan, in ta Busa di Valisjelas…

I ultims agns.

Dopo muarta Ana intal ospedâl di Tumieç, la lôr vita a à continuât coma simpri. Una dì la Pasqualina a è colada jù pal golâr propi oltra las breas. No à badât, puartât infezion e lât indevant fin ca no podeva plui jovâ. Un dât moment la int dongja a sji è premurada di lavâla fûr e regonâla par mandâla intal ospedâl a Udin. E là jù a è restada. Al era il 1968. Una volta Tita al è vegnût fûr cun chesta: “I disevi jo di lâ da un miedi, a podeva vendisji un cjaldîr par paiâlu o a veva un biel covertôr di seda ch’al stava tal pugn, se no chê biela maia di lana di pioura ch’a veva fata jei, ma, cretina, no à vulût…miga a sji cjacarava di vendi un remisj o un lûc!” Restât bessol nol sji rindeva e cussì al era simpri par chei cjamps e prâts. La int a sforcjava, meteva, grapava e a dava dongja che lui cui lavôrs al ere simpri indevûr. Cussì nol rivava a fâ benon: tai cjamps las cartufulas nos vigniva plui grandas di chês dal purcit. I disjevin:”No âstu finît, Tita?”. Lui al rispuindeva: “A Nodâl sin ducj avuâl!”. Una dì al à cjatât un di chei ch’ai lavorava intal marmul in Premôs e a i à domandât s’al voleva comprâ cartufulas. “Sì…sì, ai à rispuindût chest, puartimas aì di Peta, che jo las tol par fâ di mangjâ ai operaris”. Tita al è vignût jù a binora a puartâ il lat inta lataria e al à cjamât sul zei encja il sac das cartufulas, lu à poiât fûr di Peta e al è lât a butâ il lat. Al è tornât sù justa ch’al rivava il sjiôr das cartufulas. Chest, viert il sac e viodût chestas cartufulas cussì piçulas a nol as à toletas parcè che a i voleva mieza zornada par scussâ un past. Tita, dut rabiât al è tornât a cjapâ sù il so sac e al sji è inviât su pa strada. Rivât devûr la cjasa dal Re, al è colât, al sji è viert il sac e jù dutas las cartufulas jù pa vila. Maria di Marcelo, sintût a dolorâ a è petada jù di corsa e a à clamât dongje la int. Lu àn cjapât sù, ma no sai s’al è rivât a cjasa a spirâ. Al era passât a pena un an che la Pasqualina lu veva lassât bessol. Las feminas sji son dadas da fâ par sistemâ la vara e rangjâ a la miei la cjasa. A proposit di cusina, pousj a vevin il coragjo di entrâ: duta nera e infumulida, cul plancum come chel dal tamar das cjaras, al desc picjadas dôs selas e un cop e sot dal balconut ch’al dava su la fontana una fassjina di bruscjas par scovas e manis di ogni sorta che Tita al faseva in cjasa. Noma il spolert al era nûf. Lu veva comprât da pouc cu la sperança di ingolosî cualchi femenuta ch’a sji fos deciduda  a maridâlu. La rouba, lada duta a un parint da banda da femina, a è stada venduda. La cjasa la à comprada un sjiôr di Monfalcon che, cun coragjo, a i à metût man. A vigniva spes d’estât sjiora Rina, ma dopo muarta jei, i parons sji ju viodeva di râr. Cumò i parons a pâr ch’ai veibi cjapât gust a vegni, parcè che sji viòdin operaris ch’ai lavorin cu l’intenzion di rimodernâla, dant un  pouc di sperança che alc a sji movi encja in Somlavila.

Silvia Puntel


NONNA MARIA: «GIOVANI, VIVETE DI SENTIMENTI

marzo 9, 2009

Un giorno dissi a mia nonna Maria: «Nona, viout che una dì cj ai di fâ un’intervista pal boletin, su la tô vita!». Lei mi rispose: «Ce intervista? Cuisà se mi impensi e si sai contâcj ducj i sentiments. La vecjaia ormai a mi à fat lâ via la memoria». «Ben, provin» risposi io.

L’infanzia

«Sono nata il 14 agosto del 1914, in Somlavila. Quando avevo un anno, sono rimasta orfana di padre, morto al fronte sul Pal Piccolo, durante la prima guerra mondiale. La mia famiglia era composta da due mia madre, io e due fratelli, Didi e Gjildo. Nella mia prima infanzia ho vissuto come una vagabonda perché siamo stati profughi come tanti altri in paese. Siamo stati per diverso tempo in Piemonte ed in giro per l’Italia. Quando rientrammo in paese mi ricordo che non mi misi a piangere perché non ci volevo stare. Mia nonna (la Spuzzi) mi prese in braccio ed io iniziai a piagnucolare chiedendo di mio padre. Dolcemente mi diede un braccio e mi disse: «Tuo padre si trova in cielo». Io con la mente da bambina le risposi: «Nonna, quando sarò grande andrò in cima a quella montagna, con la mano toccherò il cielo e così mio padre tenderà la sua». Non c’era niente a quell’epoca, c’era tanta miseria; il nostro modo di vivere era semplice, i lavori nei campi, stalla, chiesa, l’unico svago era quando sia ndava in cimitero. Crescendo iniziai a lavorare, portando ghiaia tolta dai fiumi per riempire “las cuestas”, per la strada che porta al passo di Monte Croce, oppure portare letame e fare la fienagione a Ramazzaso. Con i soldi guadagnati, mi feci il corredo.

Vi facevate dei regali per il compleanno?

«Il regalo più grande e più apprezzato me lo fece mio fratello Didi. Mi spedì dei soldi per prendermi un cappotto, che io e mio fratello Gjildo andammo in bicicletta a Tolmezzo ad acquistare. Con la miseria che c’era, era già tanto se la sera trovavi da mangiare. Devi pensare che c’erano solo le braccia di mia madre».

Cosa ti piaceva di più? Che svaghi avevi?

«Amavo leggere. Solo che quella volta leggere era visto come una perdita di tempo. Io scappavo in gabinetto. Mi piaceva fornire gli altari della chiesa, con i fiori del campo».

Il fidanzamento e il matrimonio

«Mi sposai a 25 anni con Santo da Sjina. E’ proprio vero che dove non si vuole andare, poi si corre. Pensa: tuo nonno era di Laipacco ed io non volevo un “Laipadin”, forse perché quella borgata la chiamavano “Bassifondi”».

Come vi siete conosciuti?

«La prima vola che mi salutò era in bicicletta. Mi ha suonato il campanello; io dentro di me mi son detta: «Cj prêi tambûr, ce che al vûl chel aì?». In seguito iniziarono ad arrivare delle lunghe lettere, mentre era fuori paese a lavorare. La prima lettera che ricevetti la gettai sul tavolo, come se la cosa non mi interessasse; mio fratello Didi mi disse: «Risponderai, almeno per educazione» e così feci». Ci conoscemmo per lettera e quando mi chiese di sposarlo ero ben contenta. Ho avuto quattro figli e una figlia che morì a due anni. Tuo nonno nella seconda guerra mondiale si trovava in Germania, rientrò in Italia che tuo padre aveva tre anni.

Vivevi da sola quando non c’era il nonno?

«Si, ma c’era sempre mia suocera vicino. A veva un biel caratarin. Quando c’erano i cosacchi, a lei non hanno preso la pecora, perché si è messo davanti al cosacco con la forca in mano, puntagliela sulla faccia e così l’ha fatto andare via. Aveva personalità e un forte coraggio. Simpri un Cosac a la calava detri pal balcon dal gabinet. Jei svelta a à cjapât il scovet sporc e a ja là smaltât su pa musa. Abbiamo iniziato a costruire la casa, tuo nonno era sempre all’estero, a lavorare, nella manovalanza mi hanno aiutato il Didi e barba Tita. Dovevo portare su “pal Pecol” tutto il materiale con la gerla. Un giorno Angelina passava con il “vagan” del latte e io portavo su la ghiaia. E’ andata a casa a prendere la gerla, è ritornata e mi ha detto: «Oggi dedico tre ore a te». Questa signora aveva 11 figli ma il tempo lo trovava per tutti. Con i lavori della casa dovevo spremere ancora di più “tal sac das palancas”. I vestiti per i bambini li confezionavano dalle camicie e dai pantaloni rotti del nonno. Ho avuto 5 figli e a solo uno ho potuto scegliere il nome: “chel di Ferruccio”. Gli altri sono stati scelti da mia suocera e mio cognato».

Almeno potevi riposare dopo aver partorito?

«Se si stava a letto e nel caldo per due giorni era già troppo, altrimenti già l’indomani dovevi alzarti ed iniziare la vita di ogni giorno».

Cosa cambieresti della tua vita, se ritornassi indietro?

«Andrei suora».

Cosa apprezzi e cosa non apprezzi della vita di oggi?

«Oggi si vive meglio, perché si ha tutto. La donna lavora e guadagna, così con due paghe la famiglie riescono ad avere una vita più agita ed è un bene. La cosa che cambierei, invece, è la maniera di pensare. C’è tanto egoismo, poca dignità ed umanità. Ho nostalgia dei tempi passati dove tutti ci si aiutava fino a quando non era finito il lavoro. Ora si corre, ci si affanna a fare questo o quello, ma dei sentimenti e delle amicizia, cosa ne fate? Auguro con il cuore di nonna, a tutti voi giovani, di vivere nei veri sentimenti di fede, di pace e di amore in un mondo migliore».

Katia Puntel

 


IL PRIMO TELEVISORE CHE ARRIVO’ A CLEULIS

marzo 9, 2009

Fine anni cinquanta a Cleulis, qualcosa è cambiato. Nei bar del paese l’atmosfera sembra quella fumosa di sempre, quella degli uomini che qui dentro hanno il loro unico svago. L’Italia è da poco uscita, o sta ancora faticosamente uscendo, da un dopoguerra intriso di sofferenza e sacrifici, eppure c’è qualcosa di nuovo.  Chi guardasse bene, noterebbe che nei due ambienti pubblici c’è una luce nuova che illumina i visi dei presenti ed è lo stesso riflesso che farebbe notare che la clientela è mutata. C’ è quella ‘cosa’ nuova, lassù, in alto sulla mensola, sopra le teste di tutti, quella ‘cosa’ che attira soprattutto i bambini ma anche gli adulti ne restano soggiogati. E’ la televisione. E’ il nuovo giocattolo inventato dalla tecnologia che è giunto anche quassù sui monti. ‘Di Eufemia’ e ‘di Milia’ il nuovo strumento comparirà quasi contemporaneamente (1958-’59), anche se ‘di Milia’ ci saranno ovvi problemi di ricezione del segnale inizialmente, per la sua posizione svantaggiata sotto il monte. Il nuovo apparecchio porterà per la prima volta e sempre più spesso due categorie di persone che mai si vedevano nelle osterie: i fruts e las feminas. I bambini non potevano entrare nel bar senza i genitori e questi non li portavano perché in tempi di ristrettezze economiche sarebbero stati una spesuccia in più (“a bisognava toliur alc, almancul una gjanduia”); con la comparsa della tv, divennero clienti fissi, tanto che col passare del tempo andavano a vederla anche il pomeriggio (c’era Rin Tin Tin da vedere). E le donne? Interdetta da sempre l’entrata nei bar (altrimenti erano ‘delle poco di buono’), adesso vi si recavano, ma con il buon motivo di seguire in diretta le benedizioni del Papa (“qualcheduna a vaiva parfint”), una tradizione iniziata già da Pio XII con il suo primo messaggio televisivo del 1949. Apparsa in Italia nel 1954, ventotto anni dopo l’Inghilterra e venticinque dopo gli Stati Uniti, i suoi abbonati nel nostro paese erano nel 1960 due milioni e a questi ben presto si sarebbe aggiunto coloro che per primi a Cleulis ebbero un televisore in casa: Pelagio Maieron e Gjiovanin Fumi. Teniamo anche conto che un televisore nel 1955 costava 250mila lire, su una paga di 38mila lire al mese (quando era alta).  I programmi più seguiti (anche perché fino al 1982 vi erano solo due canali e fino al 1977 furono in bianco e nero) erano il Festival di Sanremo, il telegiornale e il famosissimo quiz ‘Lascia o raddoppia?’ di Mike e poi, naturalmente, quella che è stata la sigla di tutti i bambini prima di andare a letto: ‘Il carosello’, in cui la pubblicità aveva uno spazio ben definito e che terminò la sua funzione di ‘fine giornata’,  per tutti i piccoli, nel 1977. Molti sono stati i pareri discordi sull’uso della tv, ma nel bene e nel male, è ormai divenuto un oggetto irrinunciabile. Già cinquant’anni fa se ne capì l’importanza come strumento di educazione e acculturazione di massa; in molti casi nelle zone sperdute, dove nemmeno i quotidiani giungevano, era veicolo di notizie e avvenimenti, faceva conoscere parti del mondo diverse, proponendo stili e modi di pensare differenti. La stessa Chiesa cattolica capì la portata del nuovo mezzo di comunicazione; prima Pio XII che nell’enciclica “Miranda prosus” (1957), apprezza la novità tecnologica e lo stesso farà il decreto del Concilio Vaticano II “Inter mirifica” (1963). Ormai tutti siamo abituati al nuovo mezzo e alle sue immagini, dopo lo sbarco sulla luna, niente può più stupirci e forse è questo il male, dovremmo riabituarci allo stupore di fronte a questo prodigio della tecnica, ma dovremmo anche reimparare ad usarlo in modo più costruttivo. La televisione degli inizi era un grande scoperta anche perché riuniva tante persone, era tramite di aggregazione (la si vedeva solo nei bar o dai vicini), invece oggi sembra divenuto portatore di solitudine, tanto che se è accesa in casa non si può parlare. Usiamola dunque perché è ormai impossibile farne a meno, ma sfruttiamola anche per i benefici che può dare.

Sara Maieron