Voce di paese

marzo 13, 2009

5 agosto. Solennità di Sant’ Osvaldo – Anche quest’anno la festa del nostro patrono ha radunato in paese molti emigranti che aspettano questa data per ritornare a Cleulis, per far festa con i compaesani residenti. Nella mattinata è stata celebrata la messa solenne da don Valentino Quinz già cappellano militare a Brunico e da don Tarcisio che indossava la preziosa “casula” regalatagli lo scorso luglio dai “clevolani del Brasile”, raffigurante proprio il “nostro” Sant’Osvaldo. Nel pomeriggio, invece, i vespri in latino e la processione lungo le vie del paese chiudevano i sentiti riti religiosi. Presso il piazzale del Bar Pakai, invece, si è svolta la riuscita due-giorni della quarantunesima “sagra dei Cjarsons”, organizzata dai Giovins Cjanterins.

7 agosto. Presentazione libro “…noi giriam per questo contorno” – Questo partecipato incontro si è svolto “sot dal Tei” a Placis alle ore venti e trenta con l’autrice del libro, Ulderica DaPozzo e Claudio Lorenzini che con competenza ha introdotto il tema di quest’opera fotografica. E’ seguita poi la visione del dvd allegato al libro.

10 agosto. Palio das Cjarogiules – La nostra contrada di Cleulis ha partecipato con entusiasmo e profitto ai vari Palii (seon, cjame fen) ed è stata squalificata dal palio das Cjarogiules (per una irregolarità nella conduzione del mezzo, per altro non altrimenti specificata nel regolamento, ndr). In compenso i nostri ragazzi si sono rifatti in piazza san Giacomo, a Paluzza, ove c’era il punto di degustazione del nostro paese. Vincendo sicuramente con il formadi frant, i blecs e las petes il “palio dei buongustai”.

Dal 25 agosto al 5 settembre. Nuova strada – Si sono svolti da parte del comune di Paluzza, i lavori di ripavimentazione in cemento della strada di “Somp la vile” con le apposite griglie per la raccolta dell’acqua piovana.

11 settembre. Incontro con mons. Pietro Brollo – Presso la chiesetta di Placis si è svolta, in serata, la messa celebrata da mons. Brollo, vescovo di Udine ed abituale frequentatore del nostro paese. Alla fine della celebrazione è stato offerto alle numerose persone intervenute un rinfresco, cui si è unito, in maniera fraterna, anche il celebrante.

28 settembre. Festa di sant’Antonio da Padova – Celebrata a Cleulis da più di due secoli, l’ultima domenica di settembre, perché all’epoca il pievano di Paluzza il tredici giugno (giorno di S. Antonio) celebrava messa a Treppo e non poteva intervenire anche da noi. Dopo la messa del mattino è seguita la processione “corta”, con la statua del santo.

23 novembre. Madonna della salute (dal frindei o di Crovat) – Molto sentita è anche questa festa in paese, visto che purtroppo le malattie dell’anima e del corpo non mancano mai. La messa del mattino seguita dai vesperi delle quattordici con la processione con la statua di Maria portata dalle nostre ragazze, raccoglieva gran parte del paese. All ‘imbrunire, a Castellerio, un nutrito gruppo di paesani, assieme ai Giovins Cjanterins, facevano corona al rito di ammissione al sacerdozio del seminarista Tacio Puntel.

Luigi Maieron

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Ancora novità sull’elettrodotto

marzo 13, 2009

Venerdì 5 dicembre si è svolto, presso la sala San Giacomo di Paluzza, un incontro informativo tra i sindaci e la popolazione sulle novità riguardanti l’elettrodotto aereo Wurmlach-Somplago. In una sala gremita di persone nonostante il tempo avverso, Hans Puntel ha presentato in maniera esaustiva il nuovo tracciato, presentato da Pittini-Fantoni. La nuova proposta sarebbe migliorativa per la parte bassa della vallata, da Cavazzo fino a Zuglio per intendersi, mentre non si può dire certo lo stesso per quel che riguarda i comuni dell’alta valle del But. Uno dei punti critici riguarderebbe certamente la nostra zona. Come si può osservare dall’immagine, l’elettrodotto proveniente da Cercivento attraversa il versante del monte Zoufplan passando nei pressi dei Rauts, scende fino a fondovalle e incrocia la statale a Cleulis in prossimità del ponte sul But risalendo poi verso l’altro versante. Dal ponte del rivat passa nella sponda opposta per poi salire diagonalmente attraverso la foresta di Pramosio fino alla “Cueste dai vints”, quindi passando sui crinali l’elettrodotto attraverserebbe il confine nei dintorni di passo Pramosio. In seguito la parola è stata data ai sindaci (assente Tolmezzo) interessati al tracciato che hanno ribadito una volta per tutte la loro contrarietà alla linea aerea. Tra tutti, il più esplicito è stato il sindaco di Arta (che tra l’altro sembra che l’elettrodotto sfiori appena), Marlino Peresson, il quale ha messo in evidenzia il grande danno che questo tracciato porterebbe ad una zona di pregio ambientale quale è la foresta di Pramosio ( l’area da disboscare sarebbe pari a 5 ettari!). Inoltre, dall’intervento dei sindaci è emersa la posizione contraddittoria tenuta dalla regione, che sarebbe apertamente schierata a favore dell’elettrodotto aereo proposto dalla cordata Pittini e Fantoni, il quale però, stando al tracciato proposto, verrebbe meno a diverse norme emanate proprio dalla regione stessa. Si sono susseguiti interventi del pubblico presente, tra cui Lino Not (presidente Comunità Montana), Luciano Zorzenone (presidente del Cordicom) e Luigi Cortolezzis (presidente della Secab). Questo incontro, organizzato da Carnia in Movimento, voleva sensibilizzare oltre che la popolazione interessata, anche l’opinione pubblica sull’annoso problema del giusto equilibrio tra ambiente e sistema economico.

 Luigi Maieron e Hans Puntel


Il coraggio delle portatrici carniche

marzo 13, 2009

Riportiamo il discorso che l’On. Manuela Di Centa ha tenuto mercoledì 29 ottobre, presso la Sala della Lupa di Montecitorio, a Roma, in occasione del Convegno: “4 Novembre 1918-2008 – La Grande Guerra nella memoria italiana”

Quando ero impegnata nell’attività sportiva, erano quasi diecimila i chilometri che percorrevo ogni anno per fare, come si dice, fiato e gambe. Diecimila chilometri in prevalenza sugli sci, ma anche correndo e camminando su e giù lungo i sentieri delle montagne di casa, della terra dove sono nata, la Carnia. Sentieri che si inoltrano nei boschi di abeti, larici e faggi e aprono a pianori smeraldini, dove un tempo danzavano le fate, i diavoli goffi e le bizzarre streghe del Carducci, ma anche sentieri che in alta quota diventano impervi, pietraie sulle quali un appoggio sbagliato può essere davvero pericoloso. Cercavo di arrivare su, fino alla cima, per quei sentieri che erano stati i sentieri della Grande Guerra, percorsi da mia nonna, “none Irme”, con il sole, la pioggia e la neve, per 26 mesi di seguito. Mia nonna all’epoca non aveva ancora sedici anni! Non saliva e scendeva di corsa, perché non era lì per fare gambe e fiato e per quello, comunque, bastavano ed erano d’avanzo i quaranta chili che portava sulle spalle, nella gerla. Quaranta chili di viveri, medicinali e filo spinato, ma anche di proiettili e di bombe a mano, che facevano di quella gerla una vera e propria santabarbara, esposta per lunghi tratti al tiro del cecchino. Quattro, cinque ore di cammino al giorno, salendo oltre i duemila metri, fino alle trincee del Pal Piccolo, del Freikofel, e scendendo il più delle volte con il carico dolente di morti e feriti. E al momento del bisogno, a fine marzo del 1916, sotto i violentissimi attacchi del nemico, “none Irme” lasciava la gerla per fare da servente ai pezzi di artiglieria. Lei, come tante altre donne della mia terra, delle mie montagne, era una “Portatrice”. Donne non comuni, temprate da una vita difficile in luoghi di montagna dove ogni giorno sfamare la propria famiglia era una impresa. Donne che non a caso venivano definite i “trei cjantòns da cjase”, i tre angoli che sostenevano la casa. Sono quindi particolarmente grata al Presidente Fini per l’opportunità che mi viene offerta di ricordare qui, oggi, l’abnegazione, il coraggio e l’eroismo delle pratici della zona e delle loro montagne, e a quelli più anziani, impegnati nella costruzione e manutenzione di mulattiere, gallerie, piazzali per l’artiglieria. Era, quello carnico, un settore del fronte italo-austriaco di particolare rilevanza strategica, in quanto comprensivo del valico di Monte Croce Carnico attraverso il quale passava l’antica Via Imperiale Julia Augusta, un valico che il nostro Comando Supremo paventava come uno dei possibili accessi per l’invasione dell’Italia da parte del nemico, ma era anche un settore lasciato colpevolmente privo di difese nella convinzione di nascondere così all’ex alleato austriaco le nostre vere intenzioni, cioè di entrare in guerra a fianco dell’Intesa. Insomma, nell’illusione di mantenere segreto il Patto che Sonnino aveva firmato a Londra il 26 aprile, e che ci impegnava a dichiarare guerra all’Austria entro un mese, non avevamo scavato una sola trincea, né predisposto una sola teleferica, a differenza degli Austriaci che avevano preparato tutto nel migliore dei modi. Ma il nostro Comando Supremo aveva fatto d’altro: temendo possibili connivenze con il nemico, per via della presenza in Carnia di talune, piccole isole alloglotte, aveva dapprima predisposto la destinazione ad altri fronti – Carso e Isonzo – della maggior parte della leva locale, poi attuato la deportazione, seppure temporanea, della popolazione civile verso l’interno. Cadorna non aveva capito che, se in Carnia qualcuno sapeva parlare, oltre al friulano, anche una sorta di dialetto tedesco, non era perché “austriacante”, come si diceva allora, ma semplicemente perché da sempre l’Austria, più vicina e più facilmente raggiungibile di Udine, Trieste o Venezia, offriva opportunità di lavoro ai nostri muratori, ai nostri falegnami e ai nostri ambulanti. Oltre quindi a non aver predisposto rotabili e teleferiche per un adeguato rifornimento delle linee del fronte, possibile allora soltanto con trasporto a spalle lungo le mulattiere e i sentieri impervi già descritti, si era provveduto anche a trasferire altrove chi avrebbe potuto sopperire, con la conoscenza dei luoghi, alle difficoltà logistiche ed alle insidie poste dal nemico. Il prezzo pagato nei primi mesi di guerra in vite umane ed in salmerie finite nei crepacci o centrate dall’artiglieria nemica risultò talmente alto da costringere il Comando Supremo a fare marcia indietro con le comunità deportate, chiedendo loro aiuto, così come del resto a tutta la popolazione della Carnia. E poiché gli uomini validi erano già tutti alle armi, l’appello, espresso con tutta la drammaticità che la situazione obiettivamente richiedeva, fu raccolto con slancio commovente dalle donne, molte delle quali avevano mariti e talvolta figli impegnati al fronte, dai ragazzi e dagli anziani del posto. Fu così costituito un vero e proprio Corpo di ausiliarie, la cui età andava dai quattordici anni delle più giovani, ai sessanta delle più anziane. Suddivise in squadre di 15-20 unità, furono dotate di un bracciale rosso sul quale erano stampigliati sia i dati identificativi dell’unità militare con la quale operavano in stretta simbiosi, sia il numero del libretto personale di lavoro del quale ogni Portatrice era stata dotata e dove il furiere del reparto riportava presenze, viaggi compiuti, natura del materiale trasportato. Partivano tutti i giorni all’alba, dai depositi e dai magazzini di fondo valle, dove avveniva il carico delle gerle, senza una guida, e imponendosi autonomamente una disciplina di marcia. In caso di necessità, dovevano essere disponibili anche di notte e per qualsiasi destinazione. Se le posizioni della Zona Carnia, settore Alta Valle del Bût, non furono mai cedute al nemico, ma solo inevitabilmente abbandonate dopo Caporetto, lo si deve anche al coraggio, alla abnegazione e al sacrificio delle Portatrici. A una di loro, Maria Plozner Mentil, madre di quattro figli, colpita mortalmente da un cecchino austriaco, il Presidente Scalfaro ha voluto concedere nel 1997 motu proprio, la Medaglia d’Oro al Valor Militare, appuntandola sul petto della figlia Dorina, orfana di guerra di entrambi i genitori, e a sua volta Portatrice. Con legge dello Stato del 1969 veniva conferita l’onorificenza del “Cavalierato di Vittorio Veneto” a tutte le Portatrici, senza distinzione delle zone in cui avevano prestato servizio durante il conflitto, con la singolare conseguenza che il mio paese, Paluzza, annovera il più alto numero di onorificenze al valor militare conferite alle donne. A loro in modo particolare, ma anche a tutte le Portatrici ed i Portatori della Grande Guerra, idealmente uniti dall’amore per la propria Patria, va oggi il mio commosso pensiero e, sono certa, di tutta questa Assemblea. Grazie.

 Manuela Di Centa


Recuperato lo storico cimitero

marzo 13, 2009

Il cantiere è durato quasi un anno. Molto è stato fatto anche se potrebbe sembrare poco a chi non conosce lo stato in cui versava la costruzione prima dell’inizio dei lavori di recupero. Le condizioni di così grande abbandono hanno costretto a una revisione di alcune parti del progetto esecutivo; in collaborazione con l’ufficio tecnico del comune di Paluzza sono state concordate soluzioni a tratti molto radicali, come la demolizione e la ricostruzione di parti del recinto murario. Alcune sezioni, nascoste da strati di vegetazione, presentavano infatti lesioni così profonde da comprometterne l’equilibrio. La maggior parte delle muratura sono state risanate facendo attenzione a non modificare il loro carattere con interventi troppo invasivi, con particolare riferimento alle superfici lapidee sulle quali è passato più di un secolo di storia. Il concetto del “far sentire il tempo” è stato per noi di rilevante importanza. Le murature sono state “smontate” e ricostruite dove necessario. Per il resto è stata realizzata solo una pulizia superficiale, rinunciando anche alla prima ipotesi si stilatura dei giunti e facendo attenzione, quanto possibile, a non rimuovere la colonia di piccola vegetazione che popola gli interstizi più profondi delle vecchie murature e che costituiscono l’habitat ideale di un sistema vegetale che non arreca alcun danno e che dona colori inaspettati alle grigie superfici. Ci chiediamo che cosa ne sarà di questo bellissimo spazio, ora che è terminato il primo lotto funzionale? Quale sarà il destino di questo luogo della memoria? Seguiranno – come programmato dalla buona coscienza degli amministratori – solo lavori di ordinaria pulizia, che lo condurranno a essere un luogo visitato da pochi? Oppure tra non molto vedremo ancora la natura irrompere prepotentemente quale conseguenza di un disinteresse generale, riportandolo a essere romantica rovina? Sono ipotesi entrambe possibili. La prima mi inquieta e penso che abbia poco senso in quanto credo poco all’utilità dei musei, soprattutto quando questi sono cimiteri. La seconda mi sembra paradossalmente più interessante (ma per quanti altri, ci si potrebbe chiedere) per le implicazioni culturali: le rovine hanno sempre un forte fascino. Riflettendo ancora mi viene da pensare che forse la soluzione migliore per il nostro “vecchio malato” potrebbe essere quella di venir usato ancora per nuove inumazioni, avendo cura naturalmente di non cancellare le tracce del passato. Lapidi, cippi e pietre scolpite potrebbero essere conservate con cura e il perimetro interno diventare un “lapidario”, capace di evocare il tempo passato attraverso il ricordo di chi ha lasciato preziose tracce. La storia dei luoghi insegna che questo si è sempre fatto, anche nel cimitero vecchio di Timau – Cleulis. È bello camminare lungo i muri e soffermarsi a leggere frasi scolpite nel marmo o guardare dettagli di figure che riemergono da foto sbiadite o ancora, essere colpiti da cippi funerari spesse volte scolpiti a mano. Gli sforzi fin qui fatti non saranno vanificati se l’atteggiamento futuro sarà quello appena descritto, ovvero quello di ritornare nei luoghi per prendersi cura dei defunti e far così in modo che questi luoghi vengano preservati dall’abbandono. L’utilità delle cose le rende autentiche, utili a prescindere da ogni romantica attrazione verso le cose vecchie. Il rifacimento parziale delle murature e il recupero della cappellina centrale allo spazio è il primo messaggio che vorrebbe ribadire questo concetto. La cappellina, così come si configura, rappresenta un piccolo luogo di preghiera che offre al visitatore un senso di raccoglimento. Al suo interno accoglie una piccola croce e un’installazione dove poter riporre i lumi. Il piccolo spazio attende ora di venir consacrato; la consacrazione rappresenta un atto di nuova fondazione, permette alla comunità di riconoscere i luoghi sacri all’interno dei quali officiare il rito. Ci piace pensare questo piccolo spazio di preghiera collocato al centro del cimitero come il luogo della memoria collettiva. Un luogo che possa rappresentare i morti che non hanno nome e che nessuno ricorda più, i pochi di cui si ricorda l’esistenza e quelli che inevitabilmente saranno in futuro qui ricordati. Molti sono coloro che si sono interessati affinché non andasse perso un così prezioso bene collettivo e hanno concorso alla realizzazione di questo progetto. Con l’auspicio che gli interventi progettati si completino, ringraziamo, i volontari della Protezione Civile di Cleulis e Timau che più volte hanno provveduto a ripulire gli spazi cimiteriali, la giunta comunale guidata da Emidio Zanier, in particolare l’assessore alla cultura Velia Plozner per aver ravvisato la necessità del recupero del cimitero storico ed essersi attivata con Franco Corleone nella ricerca dei fondi necessari; l’attuale giunta comunale guidata da Aulo Maieron per aver dato continuità all’iniziativa nei tempi previsti; il geometra Repezza della Soprintendenza ai Beni culturali e ambientali per i consigli e i suggerimenti offerti in fase di progettazione; il geometra Eugenio Mentil, mio padre, valido sostegno nei momenti di sconforto e prezioso collaboratore; il geometra René Matiz, dipendente comunale dell’ufficio tecnico, per la disponibilità e la pazienza nel soddisfare ogni nostra richiesta; la popolazione di Timau che, periodicamente, sollecitava la sistemazione di quei luoghi; il sacerdote don Tercisio Puntel per la condivisione dell’idea di recupero della cappellina come luogo sacro e di preghiera; tutti coloro che a vario titolo hanno stimolato e incoraggiato il recupero del sito.

Federico Mentil


Ancora lavori nella nostra chiesa

marzo 13, 2009

Ho ancora molto presente nella mia memoria i lamenti espressi sul nostro Bollettino Parrocchiale dal compianto don Carlo quando per ben due volte ha dovuto lasciare la chiesa e trovarsi qualche luogo dove celebrare, dovendosi compiere dei lavori abbastanza importanti di ristrutturazione e che si sono protratti più a lungo del previsto. Ora, nonostante i molteplici interventi degli anni passati, si prospetta per noi l’eventualità, per la terza volta, di dover cercare un luogo dove svolgere le celebrazioni liturgiche, visto il progetto di ulteriori interventi che spiegherò più avanti.

Un po’ di storia.

A Cleulis la costruzione della prima chiesetta dedicata a S. Osvaldo è iniziata nell’estate del 1600, Si trattava di una cappella sufficiente a raccogliere una cinquantina di cleuliani che allora abitavano attorno alla sorgente che ancora oggi scorre all’interno dell’abitato. Nel 1740 un incendio la devastò e con grande fatica gli abitanti la resero di nuovo funzionale. Nel 1795 giunse un cappellano stabile con il compito pure di insegnare in una piccola scuola che raccoglieva soprattutto i maschietti della piccola frazione. Allora Cleulis contava meno di 200 abitanti. Un piccolo campanile doveva esserci già nel 1806, quando Giacomo Mussinano, commerciante di Paluzza in Baviera fece arrivare le prime 2 campanelle; tuttavia l’attuale campanile (oggi un po’ modificato nella cuspide) fu costruito, assieme alla sacrestia nel 1846 dal cappellano di allora don Gonano da Pesariis. Nel 1887, quando Cleulis contava ormai quasi 600 abitanti, il sacrestano di allora Paolo Bellina (1849-1909) si adoperò per il suo ampliamento allo stato attuale. Il resto è storia che conosciamo.

Nuovi interventi.

La chiesa oggi ci appare ben consolidata nella sua struttura e anche si presenta bene esternamente dopo che si è provveduto al tinteggio e alla ristrutturazione del sagrato. Il problema ora è l’interno! Molte persone, portando l’esempio di altre chiese, scuotono la testa un po’ sconsolati e commentano:”E’ la peggiore dei dintorni!”. Certamente merita un intervento che le ridoni un po’ di decoro. Quali interventi si prospettano?

–         Gli intonaci. Sono ancora quelli del 1887  e richiedono urgentemente di essere sostituiti e quindi ci immaginiamo un lavoro che ci costringe a liberare completamente la chiesa. Certamente si poteva approfittare quando già, nei precedenti interventi, per lunghi mesi la chiesa è rimasta chiusa, ma forse per mancanza di fondi allora non si è affrontato tale problema.   

  • – Il soffitto. Non ci vuole l’occhio di un esperto per capire che la soluzione adottata in precedenza, non è proponibile in una chiesa. Secondo il parere del Consiglio di Amministrazione, sarebbe auspicabile un soffitto a cassettoni in legno, come ad esempio quello che si trova nel Duomo di Paluzza. Tuttaviala nostra proposta dovrà essere vagliata dall’Ufficio Arte Sacra della Curia e dalle Belle Arti.
  • – L’impianto elettrico. E’ stato messo a norma non tanti anni fa. Sarà però necessario sostituire le lampade attuali con delle più idonee e studiarne una migliore collocazione…e forse in futuro acquistare una bella Cjoche che torni ad adornare la navata come quella di un tempo.
  • – Un organo nuovo. Tutti ricordiamo quell’autoorgano che dal 1942 fino agli anni ’80 ha solennizzato le nostre liturgie e che ha fatto una brutta fine, dovuta soprattutto a incuria e ad alcuni progetti non realizzati.

Ora c’è la possibilità di averne uno nuovo che il sacerdote don Santo De Caneva donerà alla nostra chiesa. Un organo costruito usando le canne del nostro vecchio autoorgano ed alcuni pezzi di proprietà del sacerdote; tuttavia si tratta di un organo costruito ex novo. Ci auguriamo che al termine dei lavori lo possiamo collocare nella nostra chiesa, visto che è già in costruzione.

 Come reperire il denaro per coprire tali spese?

Già da qualche anno stavamo chiedendo alla Regione un contributo e finalmente ci è giunta conferma che ci è stato assegnato. Si tratta di 95.000 Euro che aggiunti ai 50.000 che abbiamo in cassa e alle offerte che  i buoni fedeli non mancheranno di donare, possiamo fare un buon lavoro. Un problema di difficile soluzione è trovare un luogo dove celebrare la liturgia nel tempo in cui la chiesa non sarà agibile.  Un grave problema che Cleulis dovrà risolvere in un futuro prossimo è quello di ottenere dei locali dove la gente può svolgere le sue attività e vogliamo sperare che i nostri amministratori prendano in mano presto questa grave carenza per un paese che conta 400 abitanti con tanti giovani e con tanta voglia di vivere.

GLI AUGURI

Colgo l’occasione per porgere alle nostre famiglie, ai nostri compaesani emigrati e a tutti i lettori di Geisiuta Clevolana, GLI AUGURI DI BUONE FESTE E UN FELICE 2009!

A ducj i paisans e emigrâts, cun dut il cûr, augurìn BON NODÂL e BON 2008

                                                    Il siôr santul Don Tarcisio Puntel