EDITORIALE

marzo 9, 2009

Cari lettori, si chiude un anno, il 2004, che si è distinto, per questo foglio informativo, di tante soddisfazioni, sul piano editoriale, ma soprattutto civile. Attraverso “Gleisiuta Clevolana”, l’intera redazione ha perseguito l’obiettivo importante di fornire un’informazione, pronta, vicino alle gente, testimone del tempo che stiamo vivendo e dei fatti che accadono. Ma ci siamo, da sempre, anche posti la finalità di far discutere e “pungolare” coloro che si occupano di noi e dei problemi del paese. Ai nostri sostenitori, ai nostri detrattori, a tutti i nostri lettori, ai preziosismi collaboratori, a chi con passione confeziona questo giornale, dalle pianificazione alla stesura, dall’impaginazione alla distribuzione porta-a-porta. A tutti i membri del Consiglio pastorale della parrocchia di Cleulis. Ai nostri politici, agli assessori, a tutti i consiglieri comunali e anche al sindaco e al vicesindaco, auguri di cuore. Sia un Natale e un 2005 ricco di soddisfazioni personali e professionali per tutti costoro. In fondo a Natale, si è tutti più buoni. Speriamo.

Il direttore Oscar Puntel

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Metà ‘600: da “Sclusa” un nuovo casato entra a far parte del paese

marzo 9, 2009

 

«Eh sì, gira e gira sin ducj parincj in paisj» è un intercalare che si sente o che adoperiamo spesso nel paese parlando del più e del meno o di questa e quella persona e scoprendo magari per la prima volta parentele inimmaginabili.  Indagando sull’origine del mio cognome (che poi è quello odierno di una quarantina di abitanti) ho potuto ancora una volta constatare la verità dell’affermazione. Dei Maieron è cosa risaputa che provengono da Chiusaforte ma pochi conoscono le modalità che hanno portato la nuova “colonia” a Cleulis. Un cognome che solo in un secondo tempo si diffonderà a Paluzza e di lì in altri luoghi. Da notare che i Maieron a Sclusa sono quasi del tutto estinti… Ma spieghiamo il motivo della nostra affermazione iniziale. Non ci crederete ma tutto ha avuto origine da un Micolino e precisamente da un tale Cristoforo di cui sappiamo  che era un cramâr deceduto in Baviera nel 1630. Il nostro si era sposato nel 1612 con Joannutta De Colle di Rivo e da essa aveva avuto due figlie: Giovannina (classe 1618) e Osvalda (classe 1621). E proprio le due figlie coi loro matrimoni importeranno a Cleulis due nuove “stirpi”. Infatti nel 1632, a soli quattordici anni, Giovannina sposava Battista Bramberger dei Primus di Timau. La nuova famiglia si trasferirà qui dove darà origine ai nostri Primus. Osvalda seguirà in certo qual modo le orme della sorella portando pure lei il marito “in cuc” a Cleulis: proprio lui diverrà l’avo di tutti i Maieron cleuliani. Si trattava di Giovanni Maieron di Pietro della Chiusa che sposerà la nostra compaesana nel 1649. Si noti quindi lo stretto legame che viene a costruirsi non solo con la famiglia Micolino che è all’origine di tutto ma tra i Primus e i Maieron. In questo senso non pare un caso che entrambe le casate occupassero (passateci il termine) due zone contigue all’interno del paese. I Primus abitavano nella zona della latteria e avevano l’appellativo “di Fontane” proprio perché vivevano accanto alla sorgente. Erano poi presenti nella casa di Rina da Bruna, di Gregorio, di Titin, di Vanino e da Liveta. I Maieron erano nella zona dell’attuale coro della chiesa (Bacò), della canonica vecchia (Dandul), dell’attuale asilo (Coico) e nella casa di Napoleon (Capelan). A proposito dei Maieron ricordiamo che da essi, oltre a quelli già citati, discendono pure i Lunk e i Cek (Pachiti e Pakai).  Col tempo inevitabilmente le cose mutarono e le esigenze portarono all’ emigrazione forzata. In questo caso, del tutto diverse furono le scelte operate dalle due famiglie. Come già accennato più sopra, tra il 1700 e il 1800, mentre i Maieron migravano verso la vicina Paluzza, i Primus si spostavano in massa nelle Americhe. Di questi ultimi ad oggi nel paese si contano circa 44 presenze.

Sara Maieron


La meglio gioventù di nonno Berto

marzo 9, 2009

Oggi siamo “in file” da Berto da Dumina che ci racconta il suo vissuto. E’ felice se può essere testimonianza positiva per i giovani d’oggi, ben sapendo che ogni epoca ha le sue difficoltà, ma in ognuno di noi ci sono delle risorse da cui individualmente possiamo attingere. In sintesi dice : «Il mondo è secondo gli occhi che lo guardano». 

L’infanzia

«Sono nato il 18 dicembre 1917 a Placcis nella casa di zio Angjelo, ultima casa della borgata, dove sono vissuto fino a tre anni. Primo figlio di Domenica e Matteo Zepelan, in tutto eravamo quattro figli. Verso gli anni 20, siamo venuti a vivere in Som la Vila. La mia infanzia non si discosta da quella di quasi tutti i bimbi d’allora, man mano che si cresceva ci si prodigava a dare tutto l’aiuto possibile in famiglia, aiutando la mamma nelle faccende di casa, ad accudire i fratelli più piccoli, nei lavori di campagna e nella stalla, s’imparava a mungere in tenera età per sostituire la mamma se occupata altrove. Mio padre, arrotino, a causa del suo mestiere, era spesso lontano, andava a piedi toccando via via diverse regioni, arrivando talvolta anche fino a Modena e Bologna. Erano tempi duri e di indigenza, ma più o meno era così per tutti, non si avevano grandi pretese, ci si accontentava del poco che con grandi sforzi riuscivamo a racimolare. Per noi la gioia più grande era quando eravamo tutti riuniti nel desco famigliare, magari a dividerci solo un boccone di polenta e poco companatico. Però dell’unione famigliare, altruismo e rispetto, di questo sì che eravamo ricchi, tanto che se veniva un estraneo c’era sempre qualche cosa da dividere anche con lui. Dai miei ho imparato a tenere molto al legame di parentela, che oggigiorno riguarda sempre più solo lo stretto nucleo famigliare, tendendo a chiuderci sempre più in se stessi. Allora invece si era quasi tutti una famiglia, si gioiva e si soffriva tutti insieme e questo era di grande conforto. La prima elementare l’ho fatta nella vecchia canonica con la maestra “siciliana”, poi fino alla quarta nelle vecchie scuole. La scuola mi appassionava, così frequentai la quinta a Paluzza, poi grazie a “barba Santo” e al suo sprone, io e suo nipote Sisto,  proseguimmo ancora con la sesta e la settima (ringraziando anche il Patronato scolastico che agli alunni lontani provvedeva per pranzo ad una minestra gratuita all’albergo Marconi). Era una scuola molto formativa, mi è stata sicuramente utile nella vita. 

Fra guerra e pace

Giovinetto iniziai a lavorare saltuariamente, quindicinale poiché v’era carenza di lavoro, così alternandosi si dava a tutti l’opportunità di un po’ di guadagno. La nostra gioventù era piena di incognite per l’avvenire non bastava la nostra buona volontà però avevamo tanta speranza e fede. Cercavamo di essere ottimisti per darci coraggio, si credeva che il domani ci portasse qualcosa di meglio. Quando avevamo l’occasione di riunirci all’osteria (se avevamo qualche spicciolo in tasca) oppure in piazza accanto alla latteria, io, Lino, Berto di Nelon, Gjelmo, Tasi e altri, ci si sfogava cantando. A tutto ciò contribuiva anche lo spirito fascista di allora, che ci comunicava attraverso i canti fiducia nella nostra gioventù e ci teneva alto il morale. Di questi canti mi ricordo una strofa in particolare: “se ci manca un po’ di terra prenderemo l’Inghilterra, se ci viene il mal di pancia prenderemo anche la Francia, poi faremo un girotondo e prenderemo tutto il mondo”. Noi credevamo davvero di poter cambiare il destino… Il 23 luglio 1937 partivo per la visita militare. Essendo il più giovane della classe portavo la bandiera che orgogliosamente sventolavo. In gruppo, con Berto, Tasi, Mario di Titin, Reste, partimmo cantando a squarciagola “Addio, mia bella addio”. Era il mattino presto, mi ricordo che si era affacciato alla porta dell’osteria Giuan di Eufemia (allora era di Tonela), che meravigliato, aveva esclamato: “Non ho mai visto partire coscritti così contenti”. Nel maggio del ’38 fui chiamato militare, destinazione Tolmezzo, poi Sacile e quindi nel ’41 feci il corso di specializzazione nell’artiglieria a Nettuno, Sabaudia e Roma, quindi rientrai in reggimento a Padova. Nel frattempo scoppiò la guerra e fui inviato in Africa, precisamente in Libia ed Egitto. In seguito della ritirata di El-Alamein, fui fatto prigioniero in Tunisia dagli Inglesi. Dopo lo sbarco degli alleati americani in Marocco e Algeria, fummo da loro liberati ed essi ci chiesero la nostra collaborazione. Con l’armistizio dell’8 settembre 1943, ci portarono fino a Marsiglia e di lì proseguimmo fino in Belgio. Finalmente la guerra ebbe termine e potei rientrare in famiglia l’11 ottobre 1945, dopo ben sette anni e mezzo! Nonostante tutto ero sempre ottimista e fiducioso di rientrare, anche se lascio immaginare i dolori, le sofferenze, i disagi patiti, sia fisici che morali. La vita e le difficoltà sono grandi maestri nell’insegnare l’arte di sapersi arrangiare. Quando in quei paesi dal clima torrido ci attanagliava la sete e l’acqua era scarsa, cantavo, immaginando “fonti eterne e purissimi laghi” e già mi pareva di sentire il refrigerio. Insomma la vita ce la dovevamo inventare per renderla sopportabile». A proposito del rientro di Berto dalla guerra, uno dei ragazzi di allora si ricorda ancora di quella sera d’ottobre. Mentre andava a rosario sentì qualcuno gridare: “Arriva Berto!” e vide la mamma Dumina, la sorella Giuseppina e altri famigliari corrergli incontro dal lavatoio (loro non se l’aspettavano) e i pianti, la commozione di tutto il paese.

Una vita assieme a Giovanna

Ma riprendiamo il racconto diretto: «Mi sposai il 22 gennaio 1949 con la mia Giovanna, che ringrazio ancora oggi Iddio per avermela destinata come sposa, mi ha saputo amare e sopportare fino ad oggi. Abbiamo condiviso gioie e preoccupazioni, mi ha donato quattro figli, di cui uno, Raffaele, volato in cielo ancora piccino. Con le gemelle ha avuto il suo gran daffare poiché io ero sempre lontano, emigrante in Belgio, anche come spaccapietre, poi muratore in Francia, finché nel ’55 ho finalmente trovato lavoro con l’impresa Nigris in regione. Ora sono quasi cinquantasei anni che posso godere della vicinanza della mia Gjova. Ringrazio il Signore per questo, sperando sia ancora magnanimo con me, dandomi salute e forza per tirare avanti facendoci buona compagnia. Tirando le somme, posso affermare che la mia vita è stata positiva, questo lo devo innanzitutto ai miei genitori che hanno saputo trasmettermi valori profondi che spero a mia volta di aver trasmessi con l’esempio a figli e nipoti, alla vita che nelle asperità mi ha forgiato il carattere, a moglie e figlie sempre amorose e rispettose, alla salute di ferro che Dio mi ha dato, posso vantarmi di non aver mai varcato la soglia dell’ospedale da malato, salvo un ascesso dentale un solo giorno di tanti anni fa. Ho ancora forza ed energia per aiutare nei lavori e a fare una “stangja” ogni tanto. Faccio volentieri il nonno e la mia ultima grande gioia è d’essere diventato bisnonno di due gemellini.Il miei crucci sono due: non trovare più miei coetanei quando dopo Messa si va all’osteria, dato che sono rimasto l’unico maschio della classe, e non far capire abbastanza quanto ami i miei nipoti, le figlie e mia moglie, vista la rudezza del mio carattere.

E per voi giovani …

Un confronto fra ieri e oggi? «A mio avviso ieri contava l’essere, oggi l’apparire». Un messaggio ai giovani? «Non sono contro il progresso, anzi non regge il confronto fra la nostra vita e quella di oggi. Sicuramente apprezzo il cambiamento in positivo, ma temo anche che rincorrendo il benessere ci si riempia di cose futili che ci offuscano i veri valori, i sentimenti e l’appagamento interiore. C’è sempre frenesia, scontento, ogni ostacolo ci abbatte, puntiamo tutto sulle risorse umane e nulla sulla Provvidenza. Consiglierei un passo indietro al consumismo, in particolar modo alle tre esse mito dei giovani: sesso, successo e soldi. Di contro auspico più umanità, disponibilità, altruismo, semplicità e sincerità per salvare la Fede, la dignità di ogni persona, riscoprire l’onore in tutti i sensi e l’amore per la vita».

Silvia Puntel


DALLA ROMANIA, UNA LETTERA INTERESSANTE

marzo 9, 2009

Ho ricevuto il 24 novembre scorso la lettera che qui pubblichiamo per far conoscere alla gente di Cleulis altri suoi figli sparsi per il mondo e di cui si erano perse le tracce.

Stimato don Tarcisio, abbiamo ricevuto la sua lettera e vi mandiamo mille grazie da parte della famiglia Puntel. Il nonno e la nonna di mio papà si chiamava Matteo Puntel e Maria Perigina Micolino (1). Qui hanno avuto una vita difficile nella località Pangarati, Vaduri, nella regione di Neamt. La storia della loro vita non la conosco, ma so molte cose su Matteo Puntel, il quinto della famiglia. Matteo Puntel (2), mio nonno, era per natura molto allegro. Si è sposato nel 1948 con Maria Mazarini, nipote di un sacerdote (3). Dal matrimonio sono nati 7 figli. Il nonno è morto il 12 novembre 1992. Il mestiere che ha appreso in Romania fu il calzolaio e poi ha lavorato nella costruzione di camini per riscaldamento. Il papà mio ricorda con piacere i canti che papà gli cantava in lingua italiana. In Romania il nonno ha sofferto molto a causa della sua origine e perché doveva anche conservare tradizioni diverse. Ha lavorato molto per mantenere i figli e così non ha potuto insegnare la lingua italiana, però la parlava specialmente con il fratello Giovanni (4). La casa che ha costruito con le sue mani nel 1949 per i suoi figli, è andata a fuoco con i documenti e le foto nel 1998. Durante la sua vita il nonno non ha potuto venire a Cleulis perché ha perso il passaporto, ma il suo cuore di padre non gli ha permesso di lasciare i suoi figli. Il nonno diceva che il suo quinto figlio sembrava al suo fratello Giovanni. Ha avuto una influenza positiva sui figli, perché essi sono orgogliosi delle loro origini. Penso che il nonno si sia convertito alla religione cristiano ortodossa, perché noi siamo ortodossi. Il mio papà Petrica ha incominciato a lavorare a 16 anni per aiutare la famiglia. Ha imparato il mestiere del padre così come gli altri fratelli. Negli anni 1997 – ’98 è andato in Germania con un contratto di lavoro. E’ stato anche in Italia, in Firenze, quest’anno. Mi fermo qui, ma voglio che ci scriviate una lettera nella quale voglio trovare ancora più notizie su di lei e la sua mamma. Mi scusi se ho scritto tutto in lingua rumena ma non conosco bene la lingua italiana. Aspetto che mi scriviate. Con stima,

famiglia Puntel (5)

(1) – dall’anagrafe parrocchiale risulta che essi si sono sposati nel 1898 nella chiesa di S. Daniele di Paluzza e che il loro figlio Santo è nato nello stesso anno a Klopativa. Probabilmente questa località si trova in Galizia, perché il loro secondogenito Giovanni è nato nel 1904 a Skole nell’attuale Ucraina occidentale. In un secondo tempo si sarebbero spostati nella Moldavia romena. Da notare che molti nostri boscaioli, alla fine del 1800, emigravano in quei paesi.

(2) – Matteo era il quinto figlio, nato a Vaduri nel 1916. Prima di lui, erano Sante, Giovanni, Rosa (1912), Antonio (1914).

(3) – Preot in lingua romena è il sacerdote ortodosso. E’ forse sposando la nipote di un preot che Matteo si è fatto ortodosso.

(4) – Giovanni, in età matura è venuto a Cleulis e abitava nella casa dello zio Giobatta (Tita Micul), poi si è trasferito a Tarvisio dove è morto. Molti anziani di Cleulis lo ricordano ancora.

(5) – Questa famiglia appartiene al ramo dei Sek o Gjubil, la cui casa è quella della Tinga. A Cleulis sono chiamati anche ‘chei da Clinusa’. Il vecchio Sek era fratello di Osvaldo Re. Chi ha scritto questa lettera è Petronela di anni 19 e figlia di Petrica che è il quinto figlio di Matteo.


CUANT CHE I EMIGRANTS ERIN NOU

marzo 9, 2009

Angjelo di Vignût al era lât in Belgjo, fra il ‘46 e il ‘47. E dopo al sji è spostât in Alsazia, dulà che al à cjatât Paulat, fradi di Mini, e Zuan da Pitini dal Cronouf. Ma indulà che a erin encje Clement e la Sabina e Nart dal Nack e la Mariuta.

La fiesta di S. ‘Sualt di chest an

Chest an, a gno parei, la fiesta di S. ‘Sualt e à vût un tono di solenitât particolâr, parcè che, come ch’a sta sucedint da timp, a è daventada ocasion di incuintri cun tancj clevolans emigrâts. Il nosti paesan Lino di Menia, emigrât da passe 40 agns, prin in Svizara e dopo in Francia dulà ch’al à maridât la Ilva da Sabina, nol si è mai sradisât da nou. Coma un arbul al à tegnût las radîs ben implantadas a Cleulas e al à savût trasmeti ai fîs il valôr di “chel ragjo ch’al jes fûr da sô ruvîs”. Inta sô comunitât catolica al è simpri presint par tegni dongja i talians e al à simpri cerît di fâ conossi las nostes tradizions clevolanas. A coordinâ la vita religjosa dai talians da l’Alsazia al è don Romano da Piacenza che una volta al meis a ju incuintra, al dîs la messa par talian e al si cjata cul lôr intai moments plui significatîfs da vita da comunitât. A si viout che Lino al à savût cussì ben presentâ la nosta fiesta di San ‘Sualt che encje don Romano al è vegnût vulintîr, cuntun troput di nostis emigrâts clevolans, a presenziâ a noste fieste. Al à celebrât la Messe Grande e predicjât, ben comovût a jodi cheste manifestazion di fede e al à laudât i nostis emigrâts ch’a àn fat onôr al nosti pais, che pur cussì piçul, al è grant intal mont intas oparas, intai fats, inta onestât e laboriositât, valôrs zupâts dai nostis vecjos. Duncja chest troput di nostis compaesans vegnûts da Francia a mi à un pouc incuriosida e sei lada a fâmi contâ la lôr storia, ch’a è un pouc la storia di ducj chei aitis emigrants.

Belgjo. Storie di Angjelo di Vignût.

Dut al è partît da Angjelo Primus, fi di Vigna, intal ’46 – ‘47, ingolosît da convenzion fra i governos dal Belgjo e talian. Il Belgjo al vorès vendût a l’Italie une cuantitât di cjarvon das sôs minieras in base al numar di operaris talians che a saressin lâts a lavorâ a là. Il lavôr achì al ere scjars, a era plui facil partî come operaris militarizâts e cussì Angjelo al à cjapât il treno e via fint a Marcinelle, daventade famose intal 1953, cuant che tancj talians a àn pierdude la vite in chê grande disgracie che a à fat cjacarâ il mont intîr. In chê dì Angjelo al è stât furtunât parcè che al veve apene finît il so turno di lavôr. Plui tart al à clamât sù so cugnât Clement, fî da Marie da Pacaia e om da Sabina. Il lavôr us al lassi imagjinâ: turnos masacrants, fadias besteâls, dut cence jodi soreli, jù par centenârs di metros sot cjera, ducj i dîs coma i farcs, infumulîts di cjalìn a scavâ intas galarias, i vivars apena suficients par tirâ indevant, baracas di len par cuartîr, ingrumâts coma piouras, fan, freit e deboleça. No ducj ai resisteva, ma a scugnivin rispetâ il contrat e no ‘nd era scusas. Se cualchidun no ja faseva alore a lu metevin sui vagons di treno come prisonîrs a pan e aghe, e spietâ fin che no vevin completât di jemplâ ducj i vagons ch’a vevin a disposizion e dopo rimpatriâju. Clement al ere disperât, nol podeve plui resisti e dal ’49, savût che in Alsazie a Ensisheim a ‘nd ere un troput di clevolans, al è scjampât a là jù. In cheste regjon da Francie al à cjatât Paulat, fradi di Mini, Zuan da Pitini dal Cronhouf e aitis ch’a lu àn judât a cerî lavôr. Angjelo inveza al era restât in Belgjo, a là via al si era maridât e al veva vût 3 fîs. Continuant chê vitata al si era malât di silicosi, pensionât incjamò zovin al è lât simpri pieis fin che la malatia lu à puartât intal cimiteri intal 1999. Encja lui a pena ch’al podeva al vegniva a dânus un cuc par dopo sindilâsi plen di peta. 

Alsazie/1. Storie di Clement e Sabina

Doi agn dopo ch’al ere in Alsazie, Clement al à pensât di fâ lâ vie encje la famee. I sin intal meis di Novembar dal 1951. Al veve za doi fîs: Delfino di 6 agns e Ilva di 2, dopo aitis doi fîs a i son nassûts a là. La Sabine a si impense che a Milan la stazion a ere plene di profugos dal Polesine. Si impensaiso di chê grande aluvion? In principi a è stade dure, specialmente pa Sabine. Se prime a erin doi agns ch’a no viodeve il so om, cuant che a è rivada a à cjatât plui miserie di chê ch’a veve lassât achì. A à scugnt ravoiâsi las manias e scomençâ dal nua. Prin pal alogjo e dopo plan plan inserîsi inta comunitât cussì difarent e mâl disposta intai lôr confronts. Clement intant al lavorava intal bosc e cun lui ai era Merigo e Filiz. Plan plan l’economia a si è vierta e al à podût gambiâ lavôr e di conseguenza il tenôr da vita. Po’ cul timp encje i rapuarts cu la int ai son miorâts, i fruts a scuele puartâts tant che esempi pal lôr impegn e educazion. Cussì da grancj no àn vût dificoltât a inserîsi intal mont dal lavôr. Il Lino in Svizara a fâ il pitôr al à pensât di lâ a cjatâ chescj clevolans e cussì al à conossût la Ilva e cun jei al à formade la sô biele famee.

Alsazie/2. Storie di Nart dal Nack e Mariuta

La Sabina a veva inmò dôs sûrs: Mariuta e Jolanda. Mariuta a veva maridât Nart dal Nack, fradi di Cinto, un Prodorutti. A vevin ormai 5 fîs: Benedet (dal ’37), Vitoria (dal ’39), Ferucio (dal ’41), Doro (dal ‘44) e Toni (dal ‘46). Si era tor dai agns ’50: a era nera par cjatâ lavôr e siet bocjas. Nart nol saveva indulà lâ a sbati il cjâf. Una dì al è partît a l’aventura; al è rivât da so cugnât Clement. Jodint la sô disperazion si son dâts ducj dongja a procurâi prin il permès di sogjorno coma turist, dopo finalmenti un contrat di lavôr che, cence, non vorès podût fermâsi. Encja lui dal ’53 al à pensât ben di clamâ dongje la sô famea. Ai son partîts ai 8 di Novembar. Jo mi impensi i preparatîfs, i salûts, i abraçs e las agrimas. Ju viout incjamò inschiriâts jù pa sterta ch’a si inviin: il plui piçul di devant, dopo il Doro cul cjapiel di so pari sul cjâf e al seguit chei aitis, ognun cun alc da puartâ. Mi conta Mariuta ch’a veva il baûl di sô agna Gjovana ch’a era tornada da l’America dulà ch’a veva metût denti dutas las sôs poucjas roubas: fra l’ati il plumin dal jet cun denti 30 chilos di fasûi. Il Benedet al veva volût toli la sô bicicleta. “Cu la coriera fin a stazion di Cjargna, spedît i bagalios, a conta Mariuta, i sin partîts cul treno. Ce aventura pai fruts, ducj entusiascj a no stavin inta piel. No erin rivâts mai plui in jù di Paluça, doma jo plena di pinsîr disevi fra me: cuissà ce ch’i cjatarai. Rivìn a Stazion di Mulhouse: dute una confusion di int. Jessin fûr e al si presente un biel vialon larc e lunc. Usâts coma ch’i erin intas nostas gossas cun meravea ai det: «Joih, ce granda ch’a è la Francia!». A sietânus a era la camioneta da l’impresa Wolf. Ai 9 di Novembar a là via a è la fiesta nazionâl, al era dut imbandierât e i vin pensât ch’al era par nou, par dânus il benvignût, encja parcè che inta plaça al era un grant palaç cuntuna scrita di devant: Mairie (al ere il municipi) e jo pensavi: «Cjala po, ai san za il gno non…!». Rivâts a destinazion, la realtât nus è plombada duta jù pa schena, jo crout che chel cuartîr al veva di jessi prima una stala: cença lûs (una lum a petrolio), cença aga, dos stanzutas che par divisôr vevi tirât una tenda e intun cjanton fat fûr la cusina. Par lunc timp eri combatuda fra il restâ e la voia di scjampâ indevûr. Ma indulà lavio cuntuna schiria di canaia, cença un boro inta sacheta? Ce tant ch’i ai vaît, guai se no fos stada mê sûr a judâmi e dami coragjo! E i bagalios ch’al era dut ce ch’i vevin? No rivavìn mai dongja: dopo un pieç ai savût ch’i vevi di lâ jo a sfrancjâju e ch’al era tant timp ch’a erin intal depueisit. La int nus cjalava malamenti, propi di brut; a erin cunsiderâts pieis dai zingars, nus evitavin, anzi par lôr vevin ducj i difiets, nus sfuivin coma apestâts. I fruts, cuant che ai lava a scuela, dispiets a no finî, a lôr ur davin la colpa di dut e struzina e umiliâju in ogni maniera. Ai rivava a cjasa simpri svaîts e plens di poura. Nart al è lât a cjacarâ fint cul preidi e par gracia sô e la lôr buina volontât ch’a la metevin duta e in gleisia e a scuela, tal zîr di sîs meis ai erin daventats i plui brâfs. La lenga a la àn imparada lant a fâ la spesa e man man ch’a cressevin a dimostravin ce ch’a valevin cu l’onestât, il rispiet e il lavôr. Cul timp encja la int a à tacât a aprezâju. Intal 1958 al è nassût encja Fabrizio, ma i prins a davin za una man a famea lavorant cul pari. Vuei i sei nona di ben 17 nevouts e bis di aitis 24; cuasi i sei rivada e jemplâ la carona dal rosari. Insiema a Nart i vin procurât di fâ dal nosti miôr par ch’a vegni mantegnût simpri il ricuart e l’insegnament imparât inta noste Cjargne: i valôrs da famea, il sant timôr di Diu e cjalâsi simpri l’un cul ati cun disponibilitât e rispiet.. Fra nou cjacarìn simpri in clevolan, sin plui o mancul ducj a venti di cuartîr, cussì se a coventa si din una man e jo sei simpri il pont di riferiment.. Vulintîr, cuant che si cjatìn, i cjacarìn di Cleulas e dal timp vivût achì coma il biel timp da nosta vita. A pena i impegnos ai permet, d’estat, un o chel ati al ven a dâ una passada. Il gno Nardin al si è sindilât massa adora, cuant che si scomençava a stâ miôr. Il so ultim desideri al era chel che a Nodâl al sarès vegnût a passâlu a Cleulas. Al mancjava da tant timp. Purtrop pouc prima al si è malât e nol è rivât a esaudî il so desideri. Un ati grant dolôr al è stât cuant che encje il Benedet nus à lassâts. Ai son oramai 87 agns e da 51 ch’i sei in Francia; la salût a reç avonda, ai la gracia ch’a mi menin cuasi ogni an a passimi achì. No sai cetant che incjamò podarai lâ indevant cussì, ma ai imparât a toli ce ch’a ven e a gjoldi di ogni moment biel, das nostes piçules sodisfazions di ogni dì. Mi à tant judat la fede, la Providenza e il gno caratar otimist. Cul non di Diu sei contenta di cemut ch’i sei e di ce che ai avût. Ringrazi il Pari eterno di veimi simpri judada, sperant ch’a nus compagni incjamò un toc, fin che Lui al à destinât. Dopo larai encja jo dal gno Nart e il gno Benedet ch’al è un pieç ch’ai stan a spietâmi”……. Chest al è un blec da storia dai nostis emigrâts in Alsazia.

Silvia Puntel