Dismenteâts

Sono le 23.20 di lunedì 29 ottobre, quando l’assessore del comune di Paluzza, Luca Scrignaro, pubblica su facebook questo post: «Strada statale 52bis chiusa nei pressi dei due ponti del Moscardo tra Cleulis e Paluzza per cedimento carreggiata». E’ il primo allarme. Ma ancora i cleuliani non possono immaginare che cosa al risveglio troveranno sulla strada per Paluzza, anche perché la maggioranza di loro è isolata: la luce è già saltata da diverse ore, così come le utenze telefoniche fisse e alcune mobili. Quando se ne renderanno conto, cercando di andare al lavoro martedì mattina, sarà una specie di shock. La strada è andata giù. E noi abituati all’unica certezza che quella strada rappresentava, non potevamo crederci. Una via robusta, ai nostri occhi. Poteva venire giù la mûsja, ma la nuova 52bis carnica è sempre stata considerata qualcosa di incrollabile. Una roccia. La mûsja ci passa sotto, ma non la spezza, non la piega. E invece. E invece la Ruvîsj da una parte e l’instabilità geologica – già conosciuta e   sperimentata da anni – del Moscjart sono le due variabili importanti per cercare di capire cosa è successo: al netto delle teorie bizzarre che sono subito circolate (alberi di traverso che hanno deviato il corso della Bût, acqua e detriti pronte ad abbattere le pile centrali di uno dei ponti). E poi c’è il fattore più importante: acqua. Acqua piuttosto abbondante. E che picchia sulla scarpata della strada con troppa forza. Un ping pong tragico che ha deviato il corso della Bût. La spiegazione scientifica ce la fornisce il geologo Corrado Venturini, nato a Timau e docente a Bologna: la potete leggere dentro questo boletin.

Il punto centrale è: quanto era prevedibile il crollo della strada. Si poteva evitare? E soprattutto: quando verrà rattoppata quella buca da 80 metri e che provvedimenti verranno presi perché la viabilità torni come prima, scongiurando una replica del cedimento. Sulla prevedibilità, dobbiamo imparare a convivere con un territorio dalla fragilità insita, innata. Sembra un’affermazione scontata. No podin sorestâsi plui di nua. E’ un fatto che i greti dei fiumi da noi abbiano anche alcuni (pochi) tratti larghi e sfoghi, ma se sono pieni di arbusti è difficile che assolvano la funzione che dovrebbero avere, cioè “calmare le acque”. Tutti ci improvvisiamo ingegneri in questi casi, ma bisognerà che si faccia qualcosa per depotenziare i torrenti e la loro potenza quando le piogge diventano eccessive. Dobbiamo pretendere che siano messi in sicurezza e che ci siano le condizioni basilari per chi sceglie di vivere in paese.

Punto due: il rattoppo di quel buco da 80 metri. Quando il ministro Danilo Toninelli ha visitato il Moscjart ferito, ha detto testuali parole: «Speriamo che i mesi siano pochi, non più di due». Ecco, i due mesi stanno per scadere. Non sono un gran sostenitore del “Sji rangjin, fassjin bessôi”, #siamoCarnici e cose del genere. Con la scusa del “fassjin bessoi”, spesso si insinuano i lassismi di Stato e le perdite di tempo. “Tanto quelli si sono ricostruiti la strada da soli, sono abituati ad arrangiarsi da soli, a fare da soli”. No: non deve passare questo messaggio. C’è l’orgoglio e l’encomio di un servizio di protezione civile e di volontari che ha funzionato in maniera ineccepibile. Ci sono aziende specializzate che hanno lavorato una notte intera senza sosta, sulle loro ruspe, per aprire nella selva di alberi abbattuti, il varco della nuova bretella. Ci sono menaus che con la motosega hanno ripulito tutto. Dipendenti che hanno saputo gestire la viabilità in emergenza. Amministratori che hanno fatto la scelta giusta di chiudere la strada in via precauzionale. Loro sono un orgoglio. Ma l’orgoglio non può essere un alibi. Così come non si può vivere sempre nell’emergenza. Non dobbiamo più andare a dormire con l’ansia per la Bût, non appena c’è un po’ di pioggia in più. Per chi è rimasto e per chi sta lontano, angosciato perché non ha notizie.

Dismenteâts. Dismenteâts di proviodi la disgracia. Dismenteâts di dulà chi vivin. A sji son dismenteâts i tg nazionâi di contâ chesta storia? Pazienza. Plui grâf ch’a sji seitin dismenteâts da Cjargne e da so fragilitât. No scugnin permetilu. Scuignin inveza pritindi la prevenzion dal disset. Intervignî prima, par no vaî dopo.

Oscar Puntel

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