Pasqua festa della vita. Intervista a Umberto Puntel Combi

Il compaesano Umberto Puntel ha festeggiato cento anni, lunedì 18 dicembre 2017. Umberto è il primo, fra gli uomini, a tagliare questo traguardo, nella storia di Cleulis e, oltre a fargli gli auguri e i complimenti per questo memorabile evento, ho voluto incontrarlo per farmi raccontare un po’ la sua vita e i suoi ricordi di Cleulis, di un tempo che fu.

Così in una fredda domenica di febbraio mi sono recato a casa della figlia Fides dove abita da alcuni anni per porgli delle domande. Accompagnato da Fides salgo al piano superiore dove c’è l’appartamento del neo centenario. Trovo Umberto in poltrona che segue con attenzione una trasmissione televisiva: appena mi vede e gli spiego il perché della mia visita, spegne la tv e mi fa accomodare accanto a lui al tavolo del salotto. Noto il quotidiano locale, sulla panca, il bollettino di Cleulis e altri libri e riviste a questo punto mi sorge spontanea la domanda: ma legge ancora tutto ciò? Umberto mi risponde quasi sorpreso della mia ingenua domanda: «Altroché se leggo. A me è sempre piaciuto leggere ed informarmi soprattutto le notizie della cronaca locale, lo sport e gli eventi culturali; la politica invece mi ha stufato e non la seguo più come prima. La mia passione però sono i libri di storia». Dopo aver chiesto a Fides di aggiungere un ciocco di legno al già bollente spolert, parte subito anticipando le mie domande, con il racconto della sua lunga ed avventurosa vita.

Combi. «Tutti mi conoscono come Combi. Magari molti non sanno l’origine di questo soprannome. Combi era il famoso portiere campione del mondo con la nazionale italiana nel 1934. All’epoca, tra coetanei, mentre giocavamo a calcio con una palla di stracci cuciti ci chiamavamo come le stelle del calcio di allora. Io ero Combi. E quel nomignolo mi è rimasto».

A Placcis. «Sono nato a Placcis nella casa che ora è abitata da Pietro Puntel Nini. Sono nato lì perché, dopo la disfatta di Caporetto del novembre del 1917, mia madre Domenica Puntel che abitava in Somplavile era rimasta sola perché mio padre Matteo e i miei zii erano sul fronte dell’Isonzo e lei per non rimanere sola in casa con i tedeschi che giravano per le nostre contrade decise di andare ad abitare assieme a sua mamma a Placcis. Al rientro di mio padre dalla grande guerra siamo tornati ad abitare in Somplavile. La prima elementare l’ho fatta in canonica perché stavano finendo di costruire le scuole del paese. Dalla seconda classe in poi ho frequentato le lezioni sotto la guida della brava maestra Adele nella scuola nuova inaugurata nel 1924. Ho frequentato alcuni anni di scuola anche a Paluzza poi nel 1936 ho svolto il  militare a  Tolmezzo: ero in fureria e per alcuni mesi mi sono recato a Sabaudia per un corso per artiglieria antiaerea».

La guerra e la prigionia. «Nel 1940 sono stato richiamato alle armi per lo scoppio della seconda guerra mondiale e mandato come artiglierie presso le batterie antiaeree in Tripolitania una zona della Libia occidentale. Fatto prigioniero dagli angloamericani nel 1943 mi trasferirono in Marocco nella bella città di Casablanca dove mi fecero lavorare in supporto alle truppe americane e, nonostante fossi prigioniero di guerra, fui trattato molto bene. Tant’è che alla fine della guerra quando trovai aì di Pete un militare in divisa americana lo baciai e lo abbracciai spiegandogli che ero in debito con loro per tutto il bene ricevuto durante la mia prigionia. Dopo due anni di prigionia rientrai a Cleulis, alla fine del 1945; mi ricordo che l’ultimo prigioniero clevolan a rientrare in paese fu Mario di Titin nell’aprile del 1946».

La famiglia. «Nel 1949 mi sono sposato con la mia Giovanna, figlia di Sante Puntel e Giovanna Petris: assieme abbiamo condiviso gioie e dolori per sessantuno anni poi lei nel 2010 è mancata lasciandomi solo. Lei mi ha donato quattro figli: Fides, le gemelle Alina e Mariagrazia e Raffaele deceduto dopo pochi mesi dalla nascita. Al rientro dalla guerra sono dovuto emigrare in Francia perché da noi non c’era lavoro poi al rientro in Italia ho svolto diversi lavori dal boscaiolo (con Doro di Leon e Jacun di Rosine presso la foresta di Pramosio e in ta Baraçade) al manovale. Nei primi anni cinquanta ero impiegato nel grande cantiere per la costruzione della Strada per Passo Monte Croce Carnico poi ho lavorato per anni a Forni Avoltri e mi facevo in bicicletta ogni giorno il tragitto da Cleulis».

Ta Gleria. «Nel 1954 ho costruito la mia casa “lungo il canale” da lì ho potuto vedere il popolamento della borgata della Gleria. Prima degli anni cinquanta la Gleria era appunto come dice la parola stessa una landa di sassi e baraçs dove pascolavano le capre e le pecore poi tra la fine degli anni Cinquanta e gli inizi del  Sessanta iniziarono a costruire le case. La prima casa a essere costruita nella Gleria fu quella di Vition, ora metà paese vive in questa borgata. Agli inizi degli anni Settanta ebbi il privilegio di essere il primo presidente della sezione dei donatori di sangue di Cleulis, carica che ricoprii per quindici anni. Ho tanti ricordi del passato e ringrazio Dio che mi ha conservato la memoria e il fisico in buone condizioni a parte un po’ di male alle gambe. Per esempio ricordo come se fosse ieri quanta miseria c’era in paese a cavallo tra le due guerre, per fortuna la maggior parte delle famiglie aveva un campo per coltivare le patate e fagioli e qualche animale nella stalla (mucche, capre o pecore) per la sussistenza familiare. Mio papà faceva l’arrotino nei pressi di Modena e Bologna, stava fuori casa la maggior parte dell’anno, tornava solo per Natale e ripartiva a  primavera così eravamo io e mio fratello Nelut assieme alle mie due sorelle ad aiutare la mamma nei lavori della campagna e a fare la legna per l’inverno. La gente del paese si aiutava vicendevolmente a sfalciare i prati, che arrivavano fino al monte Zoufplan e in tas parts. Ora il bosco lambisce le case di in Somplavile perché i prati non si falciano più».

Feste di paese. «Nella mia classe eravamo solo in sette: ma eravamo molto uniti assieme agli altri coetanei si andava a cantare nelle osterie del paese. Mi ricordo oltre alle “storiche” osterie di Peta ed Eufemia anche quella posta in Somplavile, chiamata da Chinop o quella a Placcis, detta da Dandule. All’epoca si cantavano canti fascisti come «fischia il sasso» o «faccetta nera» e quando ci radunavamo in piazza del paese per cantare questi e altri canti non proprio di chiesa don Celso faceva finta di non sentire ma sua sorella Fiorinda che abitava assieme a lui in canonica ci redarguiva aspramente. Quello che consiglio ai giovani di oggi è  appunto di cantare, di stare assieme di aiutarsi a vicenda; io i miei coetanei me li ricordo e ricordo quanto si era felici di stare assieme! Mi ricordo che i coscritti che compivano vent’anni nel 1928 avevano organizzato la loro festa da Chinop e di Peta solo che a tarda sera si sono messi a ballare al suono della fisarmonica sono intervenuti i carabinieri a chiudere le danze perché i locali non avevano la «licenza di ballo». Chinop dovette pagare la salata multa vendendo una delle sue mucche! Così i coscritti del 1910 non potendo ballare nei locali pubblici sprovvisti di apposita licenza, nel Trenta organizzarono una grande festa di ballo nella casa del coscritto Vigji Lunc e così si andò avanti per parecchi anni».

Correttezza. Umberto è un fiume di ricordi e avvenimenti che scorrono limpidi nella sua memoria e che condivide volentieri con chi va a fargli visita, così le quasi due ore ad ascoltarlo sono volate però almeno una domanda finale voglio fargliela: quale è il segreto per arrivare a cent’anni in quelle condizioni  psicofisiche così invidiabili? Lui mi guarda con i suoi occhi chiari e mi da una risposta secca: «E’ la correttezza!». Prima di tutto bisogna essere corretti con se stessi avendo cura di se stessi, amando la vita. Poi bisogna essere corretti ed onesti con gli altri, con chi ti circonda: solo così riesci ad ottenere una serenità ed un equilibrio interiore che ti fa vivere bene la Vita. Serenità che traspare nitidamente dai suoi occhi. Prima di congedarmi da lui non posso far altro che stringerlo in un forte abbracciarlo come per “assorbire” un po’ della sua vitalità e saggezza e ringraziarlo per la lezione di vita che in poche ore mi ha dato attraverso il suo racconto.

Luigi Maieron

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