Il coraggio delle portatrici carniche

Riportiamo il discorso che l’On. Manuela Di Centa ha tenuto mercoledì 29 ottobre, presso la Sala della Lupa di Montecitorio, a Roma, in occasione del Convegno: “4 Novembre 1918-2008 – La Grande Guerra nella memoria italiana”

Quando ero impegnata nell’attività sportiva, erano quasi diecimila i chilometri che percorrevo ogni anno per fare, come si dice, fiato e gambe. Diecimila chilometri in prevalenza sugli sci, ma anche correndo e camminando su e giù lungo i sentieri delle montagne di casa, della terra dove sono nata, la Carnia. Sentieri che si inoltrano nei boschi di abeti, larici e faggi e aprono a pianori smeraldini, dove un tempo danzavano le fate, i diavoli goffi e le bizzarre streghe del Carducci, ma anche sentieri che in alta quota diventano impervi, pietraie sulle quali un appoggio sbagliato può essere davvero pericoloso. Cercavo di arrivare su, fino alla cima, per quei sentieri che erano stati i sentieri della Grande Guerra, percorsi da mia nonna, “none Irme”, con il sole, la pioggia e la neve, per 26 mesi di seguito. Mia nonna all’epoca non aveva ancora sedici anni! Non saliva e scendeva di corsa, perché non era lì per fare gambe e fiato e per quello, comunque, bastavano ed erano d’avanzo i quaranta chili che portava sulle spalle, nella gerla. Quaranta chili di viveri, medicinali e filo spinato, ma anche di proiettili e di bombe a mano, che facevano di quella gerla una vera e propria santabarbara, esposta per lunghi tratti al tiro del cecchino. Quattro, cinque ore di cammino al giorno, salendo oltre i duemila metri, fino alle trincee del Pal Piccolo, del Freikofel, e scendendo il più delle volte con il carico dolente di morti e feriti. E al momento del bisogno, a fine marzo del 1916, sotto i violentissimi attacchi del nemico, “none Irme” lasciava la gerla per fare da servente ai pezzi di artiglieria. Lei, come tante altre donne della mia terra, delle mie montagne, era una “Portatrice”. Donne non comuni, temprate da una vita difficile in luoghi di montagna dove ogni giorno sfamare la propria famiglia era una impresa. Donne che non a caso venivano definite i “trei cjantòns da cjase”, i tre angoli che sostenevano la casa. Sono quindi particolarmente grata al Presidente Fini per l’opportunità che mi viene offerta di ricordare qui, oggi, l’abnegazione, il coraggio e l’eroismo delle pratici della zona e delle loro montagne, e a quelli più anziani, impegnati nella costruzione e manutenzione di mulattiere, gallerie, piazzali per l’artiglieria. Era, quello carnico, un settore del fronte italo-austriaco di particolare rilevanza strategica, in quanto comprensivo del valico di Monte Croce Carnico attraverso il quale passava l’antica Via Imperiale Julia Augusta, un valico che il nostro Comando Supremo paventava come uno dei possibili accessi per l’invasione dell’Italia da parte del nemico, ma era anche un settore lasciato colpevolmente privo di difese nella convinzione di nascondere così all’ex alleato austriaco le nostre vere intenzioni, cioè di entrare in guerra a fianco dell’Intesa. Insomma, nell’illusione di mantenere segreto il Patto che Sonnino aveva firmato a Londra il 26 aprile, e che ci impegnava a dichiarare guerra all’Austria entro un mese, non avevamo scavato una sola trincea, né predisposto una sola teleferica, a differenza degli Austriaci che avevano preparato tutto nel migliore dei modi. Ma il nostro Comando Supremo aveva fatto d’altro: temendo possibili connivenze con il nemico, per via della presenza in Carnia di talune, piccole isole alloglotte, aveva dapprima predisposto la destinazione ad altri fronti – Carso e Isonzo – della maggior parte della leva locale, poi attuato la deportazione, seppure temporanea, della popolazione civile verso l’interno. Cadorna non aveva capito che, se in Carnia qualcuno sapeva parlare, oltre al friulano, anche una sorta di dialetto tedesco, non era perché “austriacante”, come si diceva allora, ma semplicemente perché da sempre l’Austria, più vicina e più facilmente raggiungibile di Udine, Trieste o Venezia, offriva opportunità di lavoro ai nostri muratori, ai nostri falegnami e ai nostri ambulanti. Oltre quindi a non aver predisposto rotabili e teleferiche per un adeguato rifornimento delle linee del fronte, possibile allora soltanto con trasporto a spalle lungo le mulattiere e i sentieri impervi già descritti, si era provveduto anche a trasferire altrove chi avrebbe potuto sopperire, con la conoscenza dei luoghi, alle difficoltà logistiche ed alle insidie poste dal nemico. Il prezzo pagato nei primi mesi di guerra in vite umane ed in salmerie finite nei crepacci o centrate dall’artiglieria nemica risultò talmente alto da costringere il Comando Supremo a fare marcia indietro con le comunità deportate, chiedendo loro aiuto, così come del resto a tutta la popolazione della Carnia. E poiché gli uomini validi erano già tutti alle armi, l’appello, espresso con tutta la drammaticità che la situazione obiettivamente richiedeva, fu raccolto con slancio commovente dalle donne, molte delle quali avevano mariti e talvolta figli impegnati al fronte, dai ragazzi e dagli anziani del posto. Fu così costituito un vero e proprio Corpo di ausiliarie, la cui età andava dai quattordici anni delle più giovani, ai sessanta delle più anziane. Suddivise in squadre di 15-20 unità, furono dotate di un bracciale rosso sul quale erano stampigliati sia i dati identificativi dell’unità militare con la quale operavano in stretta simbiosi, sia il numero del libretto personale di lavoro del quale ogni Portatrice era stata dotata e dove il furiere del reparto riportava presenze, viaggi compiuti, natura del materiale trasportato. Partivano tutti i giorni all’alba, dai depositi e dai magazzini di fondo valle, dove avveniva il carico delle gerle, senza una guida, e imponendosi autonomamente una disciplina di marcia. In caso di necessità, dovevano essere disponibili anche di notte e per qualsiasi destinazione. Se le posizioni della Zona Carnia, settore Alta Valle del Bût, non furono mai cedute al nemico, ma solo inevitabilmente abbandonate dopo Caporetto, lo si deve anche al coraggio, alla abnegazione e al sacrificio delle Portatrici. A una di loro, Maria Plozner Mentil, madre di quattro figli, colpita mortalmente da un cecchino austriaco, il Presidente Scalfaro ha voluto concedere nel 1997 motu proprio, la Medaglia d’Oro al Valor Militare, appuntandola sul petto della figlia Dorina, orfana di guerra di entrambi i genitori, e a sua volta Portatrice. Con legge dello Stato del 1969 veniva conferita l’onorificenza del “Cavalierato di Vittorio Veneto” a tutte le Portatrici, senza distinzione delle zone in cui avevano prestato servizio durante il conflitto, con la singolare conseguenza che il mio paese, Paluzza, annovera il più alto numero di onorificenze al valor militare conferite alle donne. A loro in modo particolare, ma anche a tutte le Portatrici ed i Portatori della Grande Guerra, idealmente uniti dall’amore per la propria Patria, va oggi il mio commosso pensiero e, sono certa, di tutta questa Assemblea. Grazie.

 Manuela Di Centa

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