VE LA RACCONTO IO, L’AMERICA …

 

Il taxi giallo e mezzo scassato si perdeva nel caos di Manhattan, un autentico groviglio di strade, persone di ogni razza ed estrazione sociale, vincoli a fondo cieco, teatri, fondali pubblicitari e luci al neon, fetori e profumi. Regole zero. Città dei tombini fumanti. E del delirio: i pedoni l’attraversano con il rosso, con il giallo, con il verde, gli automobilisti non si fermano davanti a nulla. «Thanks, I’ve to go to Penn Station, grazie devo andare alla stazione» dissi al tassista, mentre caricavo la valigia. «You’re welcome, prego» mi rispose. Ultimo giorno a NY. Ultima corsa. Ci volevo andare a piedi, a Penn station, dove mi attendeva un treno per ritornare a casa. Solo così potevo costeggiare ancora una volta la frenesia di Broadway, l’appariscente viale del lusso e della povertà, della realtà e della finzione di quella grande commedia americana che si chiama New York. Il problema era il mio trolley: non riusciva a reggere l’asfalto sconnesso, i rattoppi dei marciapiedi, sicché strada facendo mi sono arreso e ho fermato un taxi. E qui son cominciati i dolori. Il tassista, saputo che ero italiano, ha cominciato con la litania del “Ma lo sai che…”, tartassandomi le orecchie con un cd tarocco di canzoni italiane e con frasi del tipo «quanto sono belle Venezia – Firenze – Roma», «pensa che coincidenza arrivi a New York e senti musica italiana». Cercavo di non badarlo. Ma lui, niente da fare. Un quarto d’ora di racconti, storie, aneddoti, su «cantanti italiani che sono venuti a cantare qui e io sono stato al concerto». E giù affondi di «spaghetti, pasta e mandolino. Napoli e Sorrento». Camionate di «They were so beautiful, città bellissime». Intercalate di «Ma quanto è bella la musica italiana!». Per poi andare a parare su un: «E tu dove abiti? Vicino Venezia, che bella la laguna e le barche». Blah, blah, blah. Decisamente logorroico, il poveretto. Tant’è che dev’essersi accorto da solo di aver passato il limite ed ha riparato, di fronte alle mie non risposte, che erano più che loquaci, e al mio volto oscurato da altri centomila pensieri, con uno sconto di 1 dollaro e 50. Senza troppi preamboli, lo ringraziai ed entrai in stazione, mentre il suo «You’re welcome, prego. Mi saluti l’Italia. Mi saluti Venezia» veniva inghiottito dai suoni meccanici delle auto in transito e dalla cappa di smog che asfissiava Manatthan. Sono stato in America, per un mese. Ma non voglio raccontare nulla, né annoiare nessuno su ciò che ho visto e fatto. Piuttosto vi racconto l’America delle tante persone che là ho conosciuto, legate in un modo o nell’altro al nostro paese. Perché allora ho cominciato con l’aneddoto del taxista? Perché l’Italia è un marchio che resiste nel tempo, una moneta anche ben spendibile, a quanto pare. Fa business. Se il governo italiano mettesse una tassa su tutte quelle occasioni in cui il nome “Italia” venga usato e svenduto in America, a quest’ora altro che buco nelle casse dello Stato! Non servirebbero tutti quei tagli, manovre e correttivi alla finanziaria. Il vero è che se oltreoceano continua a resistere il mito di casa nostra, allora qualche merito ce l’avranno anche gli emigrati italiani che a cavallo del secolo hanno lasciato case-terreni-averi qua, per cercare fortuna là. Oggi sono presenze invisibili, in un’America, che – ci piaccia o no – è sempre in prima pagina. Le storie di persone che non fanno notizie, in un Paese che è sempre dentro la notizia.

L’America di Loretta e Arlene

Mi ha riconosciuto dai wristlebands, dai polsini che indossavo, fra migliaia di persone. Loretta Primus è la persona che mi ha ospitato per una settimana, nella sua casa di Burtonsville, vicino a Washington, mi ha fatto conoscere la città e mi ha procurato un appartamento in cui trascorrere il resto delle vacanze. E’ lei la prima americana che ho incontrato appena ho toccato il suolo americano. Figlia di Silvio Primus (di Giobatta e Giovanna Puntel), emigrato in america nel 1924, Loretta è una religiosa, appartiene all’ordine delle “Sorelle per le comunità cristiane”, non indossa alcun velo e lavora molto in parrocchia, dedicandosi a programmi di catechismo, di avvicinamento e conversione al cattolicesimo. Programmi durissimi, con tanto di esame finale. In più è insegnante di inglese presso la “St. Peter’s school”, una scuola cattolica. Sui muri del suo salotto, sopra il pianoforte, passavano i secoli: foto sbiadite, in bianco e nero, antenati, luoghi e memorie. L’epopea di questo ramo cleuliano negli States parte da Philadelphia. Il cuore era un quartiere chiamato Germantown. Lì visse anche Loretta con la famiglia, per poi trasferirsi nel Maryland.  Loretta è molto orgogliosa delle sue origini. Ha richiesto anche, ottenendo però risposta negativa dal Consolato, la cittadinanza italiana. Ha poi un sogno: quello di mangiare di nuovo i cjalsons. Da bambina glieli preparava la nonna paterna, anche lei emigrata in terra yankee. Erano gli anni ’60. Da allora non li ha mai più assaggiati.  La famiglia di Loretta si chiama Arlene Primus: sorella maggiore e anche lei religiosa dell’ordine della Cabrini. Vive e lavora presso uno dei tanti ospedali di Philadelphia e cura il corso “Clinical education”, riservato a volontari laici che desiderano fornire un aiuto psicologico e spirituale, di supporto a quello medico, per i degenti. Arlene è molto divertente, perché si ricorda ancora qualche parola carnica che diceva il padre in casa. Sa a memoria la filastrocca “Ursula, padursula”. Ed è una cosa spassosissima sentir parlare un americano in friulano.

L’America di Luisa e Ciro

Nell’oasi felice del Delaware, dove le tasse sulla spesa non si pagano, ho incontrato Luisa Primus e Ciro Poppiti. La loro casa di Wilmington ha fatto da cornice a un momento di american convivio, in salsa little Italy – little Cleulis, di tutto riguardo. Ospiti attesi, oltre al sottoscritto: Loretta, Feliciano e Iside, e tutti i figli e nipoti della coppia. Luisa è discendente della famiglia di Santo da Bionda ed ha visitato nel maggio scorso Cleulis. Nipoti grandi e piccoli arrivati alla spicciolata, le hanno riempito subito il confortante salotto affossato al pianterreno, coperto di soffice moquette. Due curiosi particolari. L’ultimo figlio, Ciro Poppiti, si è sposato in Vaticano durante l’anno del Giubileo, ha due figli, e collabora con la Niaf, The national italian american foundation, associazione che mantiene contatti culturali fra America e Italia. Laureatosi a Princeston, con esperienza di studio anche in un’università toscana, la più antica e prestigiosa università americana, cura i rapporti commerciali, anche con l’Italia, della Nks, distilleria e casa vinicola. Il figlio Cristopher, invece, a un certo punto della sua vita, ha deciso di cambiarsi il nome – in America si può. E in onore della madre, oggi, sul biglietto da visita della “WhittmanHart”, azienda ipertecnologica, ha scritto Primus Poppiti.

L’America di Maddalena, Licia e Mary

Dalla mia stanza, la 805 del Club Quarters Hotel, una piccola finestra mi sbatteva in faccia il mastodontico, gigantesco grattacielo della Liberty Place, simbolo di Philadelphia e cuore economico della città. Non si riusciva a vedere la punta, così troppo a ridosso, ma i suoi vetri a specchio scintillavano anche di notte. Qualcosa di sorprendente, impressionante. Philly è l’America degli italiani. Quando ci arrivai, non feci neppure in tempo a curiosarmi la città, – per altro ero appena rientrato da Warmister dove avevo rivisto, dopo 10 anni, la mia amica Mary Ann, figlia di Marino, e sua zia Isa, sorella di Anita – che la spia rossa della segretaria telefonica lampeggiava la presenza di messaggi. Maddalena Bellina era allarmata perché non avevo dato mie notizie. Non sapevamo nulla l’uno dell’altro, se non il fatto di essere cugini. Così dopo averla richiamata per tranquillizzarla, ci accordammo per una mia visita. Detto, fatto. Zaino in spalla e ticket per la metro, fino a Tacomi. E’ lì che è avvenuto il primo incontro. Lei era molto emozionata. Un po’ anch’io, poi parlare di nuovo in friulano dopo tre settimane di solo inglese è stata una boccata d’ossigeno. Mi ha accolto con un: «Ma dulà che tu vâs, bessol, atôr par l’America?». In cucina, Maddalena e il marito Michele Grimaldi tengono molte foto della loro famiglia. Mi hanno raccontato la storia di tutta la discendenza, figli e nipoti. Dopo un giro nei meandri di Ditmal street e una passeggiata vicino al grande fiume che bagna la città, per la cena, a noi si sono unite le altre due sorelle di Maddalena: Mary e Licia. Figlie di Placido Bellina e Paolina Micolino, della famiglia di Pieri “Tela”, Mary abita con il marito John Gast, a Levittown. Licia invece, con il marito Bob Hanf vivono a Bensalem. Hanno anche una quarta sorella: Toni (Antonietta), che abita in Virginia, a Roanoke. La serata si è chiusa tra gli abbracci generali, foto di rito e torta buonissima. Almeno per una volta ho mangiato italiano.

L’America di Feliciano e Iside

In America, a Philadelphia, è una specie di mito. Tutti clevolani trapiantati in America hanno il suo numero di telefono in agenda. Chi non conosce Feliciano e la moglie Iside è completamente out. Il tour di rito per la città, con lui diventa una scorribanda divertentissima. Mi ha portato anche a Germantown, culla di molti emigrati oggi inaffidabile baulieues di neri e diseredati. «Era impossibile restarci» mi confidò. Non gli ho dato tutti i torti. Nell’agosto del 1974, Felix ha perso il padre Felice Maieron, in un tragico fatto di sangue per il quale la garantista giustizia americana, paladina dello Stato di diritto, non ha commissionato la giusta pena. Con Felix, Iside, Franca e Mary Ann, c’è stata anche la sorpresa del party finale. Ho conosciuto gran parte della loro famiglia, proprio in occasione della festa di compleanno della moglie. “Happy birthday”, canzoni, cin cin e torte. Il fratello di lei, Remo Puntel, parla un carnico perfetto, mi ha chiesto di inviargli una foto del lago di Pramosio. Una giornata memorabile, anche per Felix cui ho ricordato, prima di prendere l’ultimo treno per Penn Station, che dobbiamo assolutamente organizzarlo questo «big, big party, with a lot of stars, drinking and dancing, una grande festa per tutti i clevolani che ci stanno in America». Gliel’ho ricordata di continuo questa cosa, a Felix, il boss di Philly. Alla fine, è diventata il tormentone della mia visita. Lui mi rispondeva, divertito: «Yes. Big Party. Big time and taxido». Una festa – a big party, appunto – per tutti i discendenti di prima e seconda generazione. Quale spazioso locale riuscirà a contenerci tutti? Mi ci metto anch’io nella combriccola americana. Una grande famiglia, che ancora vive di ricordi e memorie. Non dimentica la sua lingua e la sua storia. Tiene accesa la sua identità, fra milioni e milioni di yankee. Un amore, che ha saputo trasmettere ai suoi figli. E che ha contagiato anche me. Thank you. You’re welcome.

Oscar Puntel

Annunci

I commenti sono chiusi.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: