NONNA MARIA: «GIOVANI, VIVETE DI SENTIMENTI

Un giorno dissi a mia nonna Maria: «Nona, viout che una dì cj ai di fâ un’intervista pal boletin, su la tô vita!». Lei mi rispose: «Ce intervista? Cuisà se mi impensi e si sai contâcj ducj i sentiments. La vecjaia ormai a mi à fat lâ via la memoria». «Ben, provin» risposi io.

L’infanzia

«Sono nata il 14 agosto del 1914, in Somlavila. Quando avevo un anno, sono rimasta orfana di padre, morto al fronte sul Pal Piccolo, durante la prima guerra mondiale. La mia famiglia era composta da due mia madre, io e due fratelli, Didi e Gjildo. Nella mia prima infanzia ho vissuto come una vagabonda perché siamo stati profughi come tanti altri in paese. Siamo stati per diverso tempo in Piemonte ed in giro per l’Italia. Quando rientrammo in paese mi ricordo che non mi misi a piangere perché non ci volevo stare. Mia nonna (la Spuzzi) mi prese in braccio ed io iniziai a piagnucolare chiedendo di mio padre. Dolcemente mi diede un braccio e mi disse: «Tuo padre si trova in cielo». Io con la mente da bambina le risposi: «Nonna, quando sarò grande andrò in cima a quella montagna, con la mano toccherò il cielo e così mio padre tenderà la sua». Non c’era niente a quell’epoca, c’era tanta miseria; il nostro modo di vivere era semplice, i lavori nei campi, stalla, chiesa, l’unico svago era quando sia ndava in cimitero. Crescendo iniziai a lavorare, portando ghiaia tolta dai fiumi per riempire “las cuestas”, per la strada che porta al passo di Monte Croce, oppure portare letame e fare la fienagione a Ramazzaso. Con i soldi guadagnati, mi feci il corredo.

Vi facevate dei regali per il compleanno?

«Il regalo più grande e più apprezzato me lo fece mio fratello Didi. Mi spedì dei soldi per prendermi un cappotto, che io e mio fratello Gjildo andammo in bicicletta a Tolmezzo ad acquistare. Con la miseria che c’era, era già tanto se la sera trovavi da mangiare. Devi pensare che c’erano solo le braccia di mia madre».

Cosa ti piaceva di più? Che svaghi avevi?

«Amavo leggere. Solo che quella volta leggere era visto come una perdita di tempo. Io scappavo in gabinetto. Mi piaceva fornire gli altari della chiesa, con i fiori del campo».

Il fidanzamento e il matrimonio

«Mi sposai a 25 anni con Santo da Sjina. E’ proprio vero che dove non si vuole andare, poi si corre. Pensa: tuo nonno era di Laipacco ed io non volevo un “Laipadin”, forse perché quella borgata la chiamavano “Bassifondi”».

Come vi siete conosciuti?

«La prima vola che mi salutò era in bicicletta. Mi ha suonato il campanello; io dentro di me mi son detta: «Cj prêi tambûr, ce che al vûl chel aì?». In seguito iniziarono ad arrivare delle lunghe lettere, mentre era fuori paese a lavorare. La prima lettera che ricevetti la gettai sul tavolo, come se la cosa non mi interessasse; mio fratello Didi mi disse: «Risponderai, almeno per educazione» e così feci». Ci conoscemmo per lettera e quando mi chiese di sposarlo ero ben contenta. Ho avuto quattro figli e una figlia che morì a due anni. Tuo nonno nella seconda guerra mondiale si trovava in Germania, rientrò in Italia che tuo padre aveva tre anni.

Vivevi da sola quando non c’era il nonno?

«Si, ma c’era sempre mia suocera vicino. A veva un biel caratarin. Quando c’erano i cosacchi, a lei non hanno preso la pecora, perché si è messo davanti al cosacco con la forca in mano, puntagliela sulla faccia e così l’ha fatto andare via. Aveva personalità e un forte coraggio. Simpri un Cosac a la calava detri pal balcon dal gabinet. Jei svelta a à cjapât il scovet sporc e a ja là smaltât su pa musa. Abbiamo iniziato a costruire la casa, tuo nonno era sempre all’estero, a lavorare, nella manovalanza mi hanno aiutato il Didi e barba Tita. Dovevo portare su “pal Pecol” tutto il materiale con la gerla. Un giorno Angelina passava con il “vagan” del latte e io portavo su la ghiaia. E’ andata a casa a prendere la gerla, è ritornata e mi ha detto: «Oggi dedico tre ore a te». Questa signora aveva 11 figli ma il tempo lo trovava per tutti. Con i lavori della casa dovevo spremere ancora di più “tal sac das palancas”. I vestiti per i bambini li confezionavano dalle camicie e dai pantaloni rotti del nonno. Ho avuto 5 figli e a solo uno ho potuto scegliere il nome: “chel di Ferruccio”. Gli altri sono stati scelti da mia suocera e mio cognato».

Almeno potevi riposare dopo aver partorito?

«Se si stava a letto e nel caldo per due giorni era già troppo, altrimenti già l’indomani dovevi alzarti ed iniziare la vita di ogni giorno».

Cosa cambieresti della tua vita, se ritornassi indietro?

«Andrei suora».

Cosa apprezzi e cosa non apprezzi della vita di oggi?

«Oggi si vive meglio, perché si ha tutto. La donna lavora e guadagna, così con due paghe la famiglie riescono ad avere una vita più agita ed è un bene. La cosa che cambierei, invece, è la maniera di pensare. C’è tanto egoismo, poca dignità ed umanità. Ho nostalgia dei tempi passati dove tutti ci si aiutava fino a quando non era finito il lavoro. Ora si corre, ci si affanna a fare questo o quello, ma dei sentimenti e delle amicizia, cosa ne fate? Auguro con il cuore di nonna, a tutti voi giovani, di vivere nei veri sentimenti di fede, di pace e di amore in un mondo migliore».

Katia Puntel

 

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