IL PRIMO TELEVISORE CHE ARRIVO’ A CLEULIS

Fine anni cinquanta a Cleulis, qualcosa è cambiato. Nei bar del paese l’atmosfera sembra quella fumosa di sempre, quella degli uomini che qui dentro hanno il loro unico svago. L’Italia è da poco uscita, o sta ancora faticosamente uscendo, da un dopoguerra intriso di sofferenza e sacrifici, eppure c’è qualcosa di nuovo.  Chi guardasse bene, noterebbe che nei due ambienti pubblici c’è una luce nuova che illumina i visi dei presenti ed è lo stesso riflesso che farebbe notare che la clientela è mutata. C’ è quella ‘cosa’ nuova, lassù, in alto sulla mensola, sopra le teste di tutti, quella ‘cosa’ che attira soprattutto i bambini ma anche gli adulti ne restano soggiogati. E’ la televisione. E’ il nuovo giocattolo inventato dalla tecnologia che è giunto anche quassù sui monti. ‘Di Eufemia’ e ‘di Milia’ il nuovo strumento comparirà quasi contemporaneamente (1958-’59), anche se ‘di Milia’ ci saranno ovvi problemi di ricezione del segnale inizialmente, per la sua posizione svantaggiata sotto il monte. Il nuovo apparecchio porterà per la prima volta e sempre più spesso due categorie di persone che mai si vedevano nelle osterie: i fruts e las feminas. I bambini non potevano entrare nel bar senza i genitori e questi non li portavano perché in tempi di ristrettezze economiche sarebbero stati una spesuccia in più (“a bisognava toliur alc, almancul una gjanduia”); con la comparsa della tv, divennero clienti fissi, tanto che col passare del tempo andavano a vederla anche il pomeriggio (c’era Rin Tin Tin da vedere). E le donne? Interdetta da sempre l’entrata nei bar (altrimenti erano ‘delle poco di buono’), adesso vi si recavano, ma con il buon motivo di seguire in diretta le benedizioni del Papa (“qualcheduna a vaiva parfint”), una tradizione iniziata già da Pio XII con il suo primo messaggio televisivo del 1949. Apparsa in Italia nel 1954, ventotto anni dopo l’Inghilterra e venticinque dopo gli Stati Uniti, i suoi abbonati nel nostro paese erano nel 1960 due milioni e a questi ben presto si sarebbe aggiunto coloro che per primi a Cleulis ebbero un televisore in casa: Pelagio Maieron e Gjiovanin Fumi. Teniamo anche conto che un televisore nel 1955 costava 250mila lire, su una paga di 38mila lire al mese (quando era alta).  I programmi più seguiti (anche perché fino al 1982 vi erano solo due canali e fino al 1977 furono in bianco e nero) erano il Festival di Sanremo, il telegiornale e il famosissimo quiz ‘Lascia o raddoppia?’ di Mike e poi, naturalmente, quella che è stata la sigla di tutti i bambini prima di andare a letto: ‘Il carosello’, in cui la pubblicità aveva uno spazio ben definito e che terminò la sua funzione di ‘fine giornata’,  per tutti i piccoli, nel 1977. Molti sono stati i pareri discordi sull’uso della tv, ma nel bene e nel male, è ormai divenuto un oggetto irrinunciabile. Già cinquant’anni fa se ne capì l’importanza come strumento di educazione e acculturazione di massa; in molti casi nelle zone sperdute, dove nemmeno i quotidiani giungevano, era veicolo di notizie e avvenimenti, faceva conoscere parti del mondo diverse, proponendo stili e modi di pensare differenti. La stessa Chiesa cattolica capì la portata del nuovo mezzo di comunicazione; prima Pio XII che nell’enciclica “Miranda prosus” (1957), apprezza la novità tecnologica e lo stesso farà il decreto del Concilio Vaticano II “Inter mirifica” (1963). Ormai tutti siamo abituati al nuovo mezzo e alle sue immagini, dopo lo sbarco sulla luna, niente può più stupirci e forse è questo il male, dovremmo riabituarci allo stupore di fronte a questo prodigio della tecnica, ma dovremmo anche reimparare ad usarlo in modo più costruttivo. La televisione degli inizi era un grande scoperta anche perché riuniva tante persone, era tramite di aggregazione (la si vedeva solo nei bar o dai vicini), invece oggi sembra divenuto portatore di solitudine, tanto che se è accesa in casa non si può parlare. Usiamola dunque perché è ormai impossibile farne a meno, ma sfruttiamola anche per i benefici che può dare.

Sara Maieron

 

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