Oggi vogliamo approfondire la conoscenza di un personaggio che di frequente vediamo tornare nel nostro paese. Rino Puntel, figlio di Fiorello “Voc” e Alba “Bulcon”, le cui rispettive famiglie si erano trasferite nel Veneto verso gli anni Venti. Mantennero fra loro sempre uno stretto legame, essendo oriundi, così nacque un forte sentimento fra Fiore e Alba che, sposatisi, ebbero tre figli di cui Rino il più piccolo. Per oltre 50 anni insieme, vissero in famiglia nella nostra cultura e tradizione sempre mantenendo contatto e presenza col nostro paese. Ai figli trasmisero oltre ai valori profondi delle radici, anche la grande passione per i nostri monti e, non c’è vetta in Carnia o rifugio che non abbiano visitato. Fin dalla tenera infanzia, le vacanze estive, Rino le ha condivise con noi, assieme alla sua famiglia, con noi a “stecs” a “passon” a “fâ fen” e la sera a “zuâ a peitara”. Inoltre dal papà ha ereditato una grande passione per l’ingegno e la manualità a trattare le materie vive, come il legno, il ferro battuto, la pietra, che duttili nelle sue mani, sa trarre dei veri capolavori.
Ma un’altra particolarità di Rino è la sua grande semplicità e riservatezza, specialmente nell’esternare i suoi sentimenti; in sintesi, non è uomo di parole, ma di fatti. Da 37 anni, sposato con Mariangela, la coinvolge e divide con lei tutto questo grazie anche alla sua disponibilità. Oltre ai parenti, hanno numerosi amici qui in paese, e in panicolare Flavia “di Neliti”che spesso li ospita tal “Raut”, nella sua bellissima casa in mezzo alla natura. In uno di questo momenti Rino si è lasciato sfuggire un suo progetto umanitario (e non è l’unico). Lo ha potuto realizza re nel mese di novembre, e così si sono svolti i fatti. Ora che ha raggiunto !‘età della quiescenza, dedica maggior tempo al volontariato. Gli era giunta voce che alcune persone aderendo ad una Onlus cercavano personale disposto a un’esperienza concreta d’aiuto al territorio in Tanzania (Africa). Pensando all’occasione di mettere in pratica i valori di solidarietà che da sempre desiderava, d’impulso cercando contatto attraverso Internet e altri canali, si unì alla compagnia. In concreto in un villaggio della Tanzania, dei Missionari di Brescia, avevano contatto con delle suore locali che gestiscono delle strutture pubbliche che si stavano sviluppando nel territorio. Nello specifico si tratta di un ospedale in costruzione, finanziato in parte da donazioni e da contributi governativi, al momento la disponibilità dei fondi era giunta fino alla struttura esterna in mattoni. Il lavoro dei volontari consisteva nelle finiture interne, collegamenti idraulici ed elettrici etc., coinvolgendo, guidando, e insegnando alle persone del posto, questi lavori, risparmiando le risorse di altri probabili finanziamenti o donazioni per poter acquistare i macchinari sanitari. Tale villaggio si trova a circa 1800 m. su di un altopiano, clima ventilato, ma escursioni termiche che di giorno toccano i 35°, e la notte si dorme con tre coperte.
I villaggi sono costituiti da gruppi di capanne con struttura murale e il tetto di paglia, e sono abbastanza distanti fra loro, e queste strutture pubbliche indispensabili sono decentrate in modo da essere raggiunte nel minor tempo possibile e da più persone bisognose. Aggiunge Rino: “Non vi sto a dire i disagi per noi abituati al benessere. Questa esperienza mi ha molto arricchito e fatto toccare con mano la povertà, e l’essenzialità della vita, quindi capire ed apprezzare quanto anche i nostri predecessori hanno vissuto e patito, per dare a noi ciò di cui oggi godiamo, penso alle guerre, all’emigrazione, all’esodo delle famiglie per un boccone di pane, alle privazioni alle umiliazioni, ma capisco anche la solidarietà che induce la povertà, all’apprezzare e gioire di ogni piccola cosa come dono e non come pretesa, ed infine sui volti e negli occhi di quei bimbi c’era sempre uno splendido sorriso che ti scaldava il cuore, e tanta gioia di vivere (com’era una volta da noi) che ti fa capire che anche con poco la vita è apprezzata, e per un sorriso non vi è ricompensa più grande. In sordina, ora posso dirvi ciò che può significare per me il “mal d’Africa”, cioè tornare alle origini, e facendo un passo indietro ritrovare quella essenzialità genuina, e la vera ricchezza che abbiamo nel cuore, per donare quel di più che necessariamente non è solo economico, a chi è meno fortunato di noi”.
Silvia Puntel