I ricordi di Natale, la memoria di tanti compaesani che non son tornati, ragazzi ventenni che ora sopravvivono nella memoria dei loro cari. Una croce di guerra, uno stemma sul cappello, il posto d’onore alle adunate, la pensione minima, senza mai nessuna rivendicazione.
Questa sera eccoci qua, da nonno Natale, irrompiamo nei suoi ricordi in una umida serata di marzo, interrompendo la sua consueta visione del telegiornale e costringendolo a tornare indietro nel tempo. Cosa non sempre piacevole per lui, classe 1919, chiamato alla leva – e tanti altri con lui – per servire la Patria in tempo di guerra. Figlio di Pietro Maieron “Cec” e Caterina Mentil (la Garibalda). Suo padre si era sorbito il fronte sul Carso, sua madre “in varas” era avvolta dalla bandiera tricolore, come portatrice, insignita dell’onorificenza di Cavaliere di Vittorio Veneto, suo fratello Tobia disperso ufficialmente durante un bombardamento alleato del campo di concentramento in Germania dov’era internato, dopo essere stato catturato sul Canale di Corinto. Generazioni di carnici, friulani, italiani, segnati dal lutto della guerra. È rimasto lui solo, di cinque fratelli: Tobia, Giacomo, Lucia e Palmira, queste ultime decedute in tenera età, l’una arsa viva, l’altra di tos paiana (pertosse). Rimane lui solo e due sbiadite cartoline del fratello Tobia dalla Germania, con strazianti testimonianze di cosa significa avere fame… Reduce dal fronte greco-albanese, di quello russo, uno dei pochi che ancora può raccontare come testimone oculare la guerra e i suoi orrori. Quello che mi ha sempre colpito dei reduci con cui ho avuto la fortuna di parlare e il loro non accanirsi mai contro le alte gerarchie, la politica che così aveva deciso, una cosa incomprensibile per noi che rivendichiamo i nostri diritti per qualsiasi cosa. Per loro, era così e basta, non si rivendicava niente, si malediva magari mentalmente i responsabili di tanti dolori, ma si eseguiva quello che era il Dovere con la D maiuscola. Un grande differenza rispetto ai nostri giorni dove si protesta per qualsiasi cosa, anche per le stupidaggini più grandi. Dove si parla sempre di diritti e mai di doveri. Ma la vita di Natale non è stata solo vita militare ma anche la normalità, la gioia di una famiglia, di tre figli, la disponibilità a prestare la sua opera infermieristica ai clevolans che ne avevano bisogno, facendo punture qua e là, medicazioni e quant’altro. Tanti di loro, massime leipadins, si ricordano delle cure di Natale. Il nonno è nato il 25 dicembre 1919 a Laipacco in una casa adiacente all’ex Tambra.
Il destino già da piccolo ti ha portato a viaggiare, vero nonno?
Sì, verso i dieci anni la mia famiglia emigrò in Francia. Ma alla fine rimasi solo io con mio padre Pietro, mia madre con il resto dei fratelli rientrò dopo due anni, io rimasi fino a diciannove, feci pure due anni di scuola là. Il rientro fu forzato dalle autorità francesi, perché un giorno mentre eravamo nel bosco (mio padre era menau) due poliziotti vennero a cercarci e mi diedero l’out-out, o mi naturalizzavo francese o dovevo rientrare in Italia, mio padre decise per il mio rimpatrio.
Ma saresti subito dovuto ripartire.
Praticamente io rimasi a casa un anno, durante il quale feci il pastore a Buttea, finchè non fui chiamato sotto le armi e dopo tre mesi spedito in Albania. Un disastro! Senza i rinforzi tedeschi non so se saremmo mai riusciti a tornare. Mi ricordo chiaramente la nostra ritirata dal Golico, mentre noi indietreggiavamo passavano i tedeschi sui sidecar, senza di loro saremmo stati tutti prigionieri. Poi ci imbarcammo a Corinto, io sulla Crispi e Cirillo sulla famigerata Galilea, uno dei ricordi più tristi di tutta la guerra. L’affondamento del Galilea e le voci, le urla di aiuto, le imprecazioni fendevano il buio della notte, è una cosa che ti si conficca nel cervello e finché vivi te lo porti con te. Quando arrivammo al porto di Bari la notizia del siluramento si era già sparsa e la gente si stringeva attorno a noi, così come scene drammatiche si ebbero al nostro rientro a Udine, dove la gente ci abbracciava, ci baciava.
Poi la Russia.
Dopo circa tre-quattro mesi partimmo per la Russia. Io partii piangendo, erano le due di notte del 5 agosto, e io pensavo alla grande festa che c’era nel mio paese, mentre io ripartivo per il fronte e la guerra. Avevo paura, ero già stato ferito al braccio e alla gamba in Grecia e ricoverato per deperimento organico. Per dare un’idea del posto dove ci avevano spedito, dico solo che la notte di Natale il termometro segnava – 38° gradi, io stesso dovetti subire le conseguenze del congelamento, terzo grado il piede sinistro e due il naso, ma sono stato fortunato, molti di loro morirono di congelamento. E per il congelamento fui ricoverato in ospedale da campo, con me c’era anche Delfino (fratello di Merigo), finché un giorno il tenente medico venne da noi e ci disse «chi è in grado di camminare, scenda a valle e prenda qualsiasi mezzo perché i russi sono a trenta chilometri». Io andai da Delfino a salutarlo perché aveva una ferita all’addome che non gli permetteva di camminare, non sarebbe più rientrato. Io invece riuscii a ritirarmi, fui ricoverato a Varsavia, poi definitivamente a Imola, dove mi vennero amputate le dita del piede sinistro.
Tra le due esperienze. Quale la peggiore?
Diciamo che climaticamente la Russia fu dura, ma nulla da eccepire sulla gente russa, mentre in Grecia i rapporti furono molto più difficili, ti colpivano a tradimento, non a caso io fui ferito là. E per quanto riguarda i russi e la loro ospitalità, vorrei appunto narrare un episodio. Durante la marcia di avvicinamento al fronte russo, effettuata in notturna, molti di loro, che avevano già male ai piedi, si fermavano a riposare nella pianura. Arrivati al fronte, ci accorgemmo che ne mancavano 4-5, allora tornammo indietro a cercarli, e li trovammo ospitati nelle case, dove li avevano rifocillati e accolti per la notte. La gente là era disponibile e una volta fui chiamato a intervenire per difendere una ragazza russa dalle mire violente di un soldato italiano. La guerra è guerra e i soldati, sono soldati di qualsiasi nazionalità essi siano. In Russia ci avevano alloggiati nei bunker costruiti dai Tedeschi, la sera ti addormentavi e durante la notte i topi ti correvano sulla faccia, la mattina indossavi gli scarponi, molto spesso già occupati da un bel topone.
Una persona di cui ti ricorderai sempre.
Il primo giorno che eravamo in Grecia, salendo sul Golico, accanto a me c’era il compaesano Lino che piangeva, mentre un altro compaesano, Berto, lo prendeva in giro «cos’è, hai già paura?» e lui rispondeva onestamente di sì. Aveva ragione ad averne, due giorni dopo, fu colpito in pieno alla testa e stramazzò davanti a noi, le ultime parole furono per la sua ragazza di allora. Momenti incancellabili. Purtroppo anche Berto poco dopo, fu colpito durante una ricognizione e non fece più ritorno. Poi ci furono Firio e Linçut che accrebbero il vuoto nelle file dei Cleuliani. Solo di Firio posso dire qualcosa di sicuro, fu colpito davanti al Golico e ricoverato in un ospedale da campo, poi bombardato dagli alleati.
Come fu che divenisti infermiere sul fronte russo?
Tornati dalla Grecia, cercavano un po’ di uomini resistenti per farli seguire un corso da infermieri, io fui tra i prescelti e feci il corso di circa 40 giorni all’Ospedale di Udine, Santa Maria della Misericordia. Lo superammo in sette, ci insegnarono a fare punture, chiudere coi ganci le ferite, medicare, cose così, semplici ma importanti durante la guerra. Sul fronte fui chiamato a curare anche una ragazza russa. Vedendo la fascia con la croce rossa sul mio braccio una donna mi si avvicinò, mi portò da sua figlia e le fece alzare la gonna al ginocchio e vidi che aveva una gamba tutta piagata, le feci avere il possibile per curarsi e disinfettare le piaghe. L’armamentario medico che mi portavo appresso di sicuro mi aiutò, mi tenevo unto con le creme che ci davano. Col ritorno poi mi avvalsi di quello che avevo imparato per dare assistenza a chi me lo chiedeva, qui in paese.
Sei stato pure uno dei primi ad arrivare in Pramosio nel terribile frangente del massacro…
Sì, ci andai per vedere cosa era successo e per recuperare mio cugino Aldo, che si trovava in Pramosio per un caso fortuito, ossia come sostituto di un altro ragazzino che si era ammalato. Fu un triste destino, sarebbe stato lassù solo per tre giorni e in quei tre giorni, fu ucciso. Quel giorno mi ero recato a prendere calcina al fiume (allora era lì che si trovavano i “cjalcinârs), lì incontrai il fratello di Umberto (Combi) e Paolo (Burlaç), era circa mezzogiorno quando sentimmo gli spari, subito dopo arrivò Rosina che ci riferì che qualcuno di Timau aveva dato l’allarme che in Pramosio avevano ammazzato tutti. E proprio mentre parlavo vedevamo i probabili assassini scendere dalla parte “dal Plan dal jeur”, a gruppetti di tre o quattro. Prudentemente, noi allora aspettammo fin circa alle quattro del pomeriggio, e quindi salimmo a vedere. Lungo la strada, lì dove sarebbero state rinvenute in un secondo tempo le due donne trucidate, abbiamo trovato il sacco di Paolina Tassotti, ma, devo dire che non badammo molto alla cosa, anzi lo raccogliemmo e proseguimmo a passo sostenuto. Lassù vedemmo il macabro spettacolo, riconobbi mio cugino solo dal braccialetto di pelle che portava, perché la faccia era irriconoscibile, sporca com’era di sangue. La pallottola era penetrata dalla nuca ed era uscita vicino al naso, lo abbiamo messo dentro al sacco e un po’ per uno lo abbiamo trasportato in paese.
Quando sei tornato hai trovato i Cosacchi?
Sì, ma non ho avuto nessun problema, solo una volta sulla strada “di Cjivilugn” due di loro mi hanno fermato e mi parlavano, ma io non capivo cosa mi dicessero, alla fine mi hanno lasciato proseguire per la mia strada. Invece ho avuto problemi coi tedeschi. Una volta infatti, recandomi a Resia a lavorare ho incontrato una pattuglia sul ponte di Zuglio e se non c’era un mio compaesano con loro che capiva e parlava correntemente tedesco, mi sarebbe toccato seguirli. Lui mi ha salvato.
Da poco con la nonna hai festeggiato i 60 anni di matrimonio, com’è andata?
Ci conoscemmo in uno dei viaggi che si facevano “lant a sorc jù pa furlania”. Anche perché io ero “leipadin” e una volta la divisione fra noi e quelli di Cleulis era molto forte. Ci siamo sposati dopo due anni di fidanzamento e grazie a Dio siamo ancora qui. Appena sposati siamo andati a vivere a Laipacco, vicino “a ostaria da Carlina”, poi nel 1957 siamo venuti nell’attuale casa, che avevo cominciato nel ’53.
Il ricordo più bello e quello più brutto.
Certamente il ricordo più bello fu l’annuncio della fine della guerra, quando tornai a casa e trovai mia madre “inta cort”, voglio rammentare che dal fronte non avevo mai potuto dare mie notizie, perché non eravamo in condizioni di scrivere lettere e quindi mentre io le potevo ricevevo, loro non sapevano nulla di me. Il più brutto, fu sicuramente quando, saliti sul Golico, vidi come i morti venissero agganciati con la piccozza alla cintola e scaraventati giù dalle rocce, una cosa shoccante per un ragazzo ventenne. D’altra parte non si sarebbe potuto fare altrimenti. Poi di immagini crude che ricorrono nella mia mente ce ne sono a bizzeffe: ho quella di quel capitano ormai cadavere da un po’ di tempo con i vermi negli occhi e negli intestini aperti, ho quella del mio compagno morto per un colpo di pallottola accanto a me e io che ero vicino a lui, non me n’ero accorto. Ce ne sono tante. In Russia stavamo nelle buche scavate nella neve, una granata un giorno ne colpì una, morirono tutti e cinque i soldati. Riecheggiano nella mia mente le grida di un soldato che di notte chiamava aiuto perché il suo compagno era morto sopra di lui e lui non riusciva più ad uscire dalla buca.
Come erano i rapporti con i tedeschi?
Su questo posso dire poco o nulla, dove eravamo noi ce ne erano solo tre. Ognuno se ne stava ben separato comunque, anche se la prima volta che erano arrivati lì si erano messi a ridere vedendo il nostro cannoncino da 45 e ce ne fecero subito avere tre da 85 contro i carri armati russi. In ogni modo tutti ambivano al loro vestiario, appena qualcuno di loro veniva colpito, ci si avventava sui cadaveri all’accaparramento, gli stivali erano i più contesi, volevi mettere coi nostri scarponi?
Tu segui sempre il telegiornale, che te ne pare delle guerre di oggi?
Mah, io vedo solo camion, camionette, blindati, insomma congegni meccanizzati, è tutta un’altra cosa. Noi, in prima linea, uscivamo a piedi, allo scoperto, lanciando bombe a mano, una certa differenza, non credete? In Russia prima di ogni attacco, passava in fretta e furia il cappellano militare, bisbigliandoci «mi raccomando ragazzi pregate l’Atto di Dolore, non dimenticatevi l’Atto di Dolore», poi spariva trafelato e da come la vedo io abbastanza spaventato.
Un grottesco incontro col re Vittorio Emanuele III…
(Qui Natale si mette a ridere di gusto) Il re era venuto in Grecia e quel giorno eravamo tutti ben schierati in sua attesa. Era un omino piccolo, bruttino, che certo non faceva bella figura accostato a quegli energumeni dei corazzieri. Beh, arriva sulla sua macchina, scende solennemente e … inciampa e stramazza al suolo come un salame. Ci fu un boato, risa e sghignazzi da parte nostra con i comandanti che con urla e minacce cercavano di riportare l’ordine, evidentemente e nonostante tutto riuscivamo ancora a ridere per qualcosa.
Ci vorrebbe un bollettino intero per raccogliere tutti gli aneddoti più o meno allegri, più o meno crudi di una vita passata su due fronti. Ma ora lasciamo che il nonno ci mostri le due croci di guerra (una quella dell’XI Armata), le Croci di sua madre e soprattutto il suo cappello alpino e si vede che ce lo mostra con malcelato orgoglio e mostrandoci la spilla dei reduci, ci lascia con queste malinconiche parole: «A no si ‘nt viodin tantas ati ator sui cjapiei». Oggi bisognerebbe riscoprire il valore stesso della parola “orgoglio”: questi reduci sono quelli che devono aver orgoglio, perché hanno compiuto il loro dovere, hanno affrontato sfide disumane senza mai il pensiero di tirarsi indietro, piangendo, gridando, ma andando sempre avanti, ne sono usciti, son tornati, hanno fatto una famiglia e in silenzio hanno vissuto la loro vita. Mai una parola di biasimo per le gerarchie, mai sentito parlar di risarcimenti, sono andati, han fatto e oggi ci insegnano. Un pensiero a tutti quei ragazzi che non sono più tornati, lasciando nel dolore, le famiglie, le morose, i figli magari. Un pensiero a tutti quelli che negli archivi hanno un fascicolo con sopra scritto “disperso”, ma che rimangono nel pensiero dei loro cari.
Rosalia e Sara Maieron