Storie desunte dal racconto vero di alcuni che-a modo loro-videro e vissero direttamente quella tragedia. Ecco come reagì il nostro paese.
Tre punti di vista differenti che messi insieme danno l’immagine di quello che successe per chi trent’anni fa non c’era ancora e che, volente o nolente, è figlio di quel terremoto. Esso segnò – nel bene e nel male – lo spartiacque per la storia della nostra terra; fu un evento talmente grande da cambiare il corso degli eventi, delle nostre tradizioni e cultura, della nostra economia.
CATASTROFICO TERREMOTO IN FRIULI
«Alle ore 21.06 una scossa sismica del ottavo grado della scala Mercalli ha devastato Majano, Buia, Gemona, Osoppo, Magnano, Artegna, Colloredo, Tarcento, Forgaria, Vito d’Asio e molti altri paesi della pedemontana. Generosa opera di soccorso per estrarre le vittime delle macerie. A Udine e in tutti i centri della regione una notte di paura e di veglia all’aperto.L’alba ci mostra i segni dell’immane disastro».(dal Messaggero Veneto del 7 maggio 1976)
Una donna.
Era un giovedì di maggio, la primavera era ormai avanzata e l’anno prometteva bene. Sdraiata sul divano, sola, seguiva uno dei soliti programmi serali alla tv. Erano pochi mesi ch’era entrata in quella casa, un dolce sopore la invadeva, non riusciva a capire se per il gran caldo o per l’ormai imminente fine della gravidanza. D’un tratto l’atmosfera cambiò, la tv se ne andò così come d’improvviso la luce. Il mondo intorno tremava, sussultava, si muoveva, gli oggetti vivevano di vita non loro e l’aria si riempiva dello strepito degli animali legati alla catena. Le si bloccò il respiro, le gambe erano incapaci di muoversi dalla loro posizione paralizzate dal terrore, i brividi le scesero lungo la schiena. Erano da poco passate le nove di sera, per interminabili secondi il mondo attorno si ribellò al controllo dell’homo sapiens. La casa così abilmente costruita, cigolò sotto l’urto di una forza immane che nessun uomo avrebbe potuto controllare. La testa era vuota, confusa, la ragione non riusciva a comprendere cosa stesse succedendo, la terra intorno era sossopra. Poi, com’era subitamente nata, quella forza cessò e l’ambiente d’attorno tornò muto e immobile. La catastrofe era avvenuta senza che l’uomo avesse potuto evitarla, controllarla, fermarla e il vero dolore doveva ancora venire. Esso sarebbe venuto nei giorni seguenti con le parole dei giornalisti, dei cronisti inviati sul posto, delle foto e immagini che sarebbero iniziate a circolare, muta testimonianza dell’impotenza dell’uomo sulla natura. Qualcuno chiamò al di fuori del portone di casa (in quei giorni sempre spalancato per il gran caldo) e lei si riscosse, a fatica scese dal divano – da cui durante la tragedia non era riuscita ad alzarsi e nemmeno a muovere muscolo – s’affacciò su una figura trafelata, spaventata e che tuttavia – al contrario di lei – era riuscita a scappare, a muoversi, a reagire al destino che si era abbattuto – lo avrebbe saputo poi – su tutto il popolo friulano.
Gli uomini.
A Madesimo si viveva la solita giornata di lavoro nel cantiere. Il gruppo era formato da circa una decina di friulani. Quel giorno sembrava come tutti gli altri, otto ore di lavoro nell’atmosfera che preannunciava l’ormai imminente stagione estiva. E pur tuttavia quelle ore sarebbero poi rimaste come un amaro ricordo impresso nella loro memoria. La dolorosa notizia li colse alla sprovvista (del resto chi può dirsi preparato a tali eventi?), talmente di sorpresa che la presero quasi sottogamba. L’autista si era rivolto a loro con una semplice e quasi banale domanda, quasi a tastare il terreno, a non voler essere lui direttamente a dare la notizia, a voler sentire da loro, sperando che loro già sapessero: «Avete sentito cos’è successo in Friuli?». Una domanda che conteneva già in sé una specie di attesa della catastrofe, dell’imminente tempesta, ci si aspetta sempre il peggio da una domanda così. La risposta negativa fece dire all’autista solo lo stretto necessario. Rispose ai lavoratori che ora lo guardavano stupiti con due parole, raccontò loro il meno possibile, tentò di essere telegrafico come un comunicato stampa. Quello che avrebbe dovuto dire loro non lo disse, non se la sentì … Il Friuli era in ginocchio trafitto da una catastrofe immensa, disumana, che colpiva una terra già avara di ricchezza e soddisfazioni, una terra di emigranti lavoratori. Una terra quasi sconosciuta all’Italia perché non aveva mai dato problemi, lavorava, pagava le tasse e basta, il Friuli era sempre stato tutto lì. Ma l’Italia e il mondo avrebbero conosciuto quella piccola porzione di nord-est e l’avrebbe – purtroppo – conosciuta attraverso le immagini della desolazione e della distruzione ma anche attraverso la dignità di quel popolo che subito si rimboccò le maniche e rifece, ricostruì, rimodellò. Telefonarono a casa gli operai, o almeno ci provarono, una, due, tre volte, poi si resero conto che era impossibile chiamare, sapere qualcosa e il giorno stesso partirono a vedere quel che era successo, a cercare i loro cari, i loro averi, il loro focolare. Attraversarono il Friuli con diverse variazioni di percorso imposte dai soccorritori, deviando attraverso le campagne non vedevano lo sfacelo che si era consumato, il disastro divenne palese solamente quando giunsero in una dei paesi più colpiti, Osoppo. Le rovine erano dappertutto ma la macchina dei soccorsi era già in moto. I sopravissuti si davano da fare, scavavano con quello che avevano, per recuperare i loro cari dispersi sotto i calcinacci di quelle ch’erano state le loro case, i loro pochi averi, scavavano con la determinazione di chi vuole farcela, di chi sfiderà l’avverso fato ancora una volta. Quegli uomini seduti sul furgone che guardavano attoniti un paesaggio devastato, irriconoscibile, si rendevano ben conto delle difficoltà e dei sacrifici che avrebbero dovuto sopportare per rifare tutto, per riportare tutto alla normalità, ma a nessuno di loro venne mai in mente di lasciare la loro terra, di arrendersi di fronte a una natura perversa e cattiva. Loro sarebbero stati gli artefici di quella ricostruzione che tutto il mondo in un secondo tempo elogerà e prenderà a modello. Loro verranno esaltati per il coraggio, l’abnegazione, con cui rifecero com’era e dov’era, sfidando la natura, il destino avverso, con la dignità dei veri uomini.
All’estero.
In un tranquillo sobborgo di Philadelphia un uomo, nel pomeriggio di un giorno qualunque, faceva zapping tra un canale e l’altro tentando di vincere la noia. Spesso si alzava dalla poltrona per fare qualche lavoretto inutile, così tanto per passare il tempo, aspettare i figli e la moglie che sarebbero rientrati di lì a poco. Erano ormai più di vent’anni che si era stabilito negli Stati Uniti e lì aveva fatto fortuna, costruito una famiglia. Aveva lasciato la sua terra da adolescente e si era subito integrato nel nuovo mondo assorbendo usi e costumi, ma talvolta lo prendeva una malinconia sottile per la terra natìa al di là del grande oceano. Si sentiva comunque friulano e italiano a tutti gli effetti e quando i suoi figli nelle sfide sportive che spesso avvenivano tra Italia e USA parteggiavano per l’America, si infuriava, sbraitava ed era giunto a picchiare il figlio minore che si ostinava a fare il tifo per un pugile americano che sembrava avere la meglio su quello italiano. Possiamo dunque immaginare il dolore e l’angoscia che provò, quando, cambiando per l’ennesima volta canale, vide la sua terra d’origine segnata da un grande cerchio rosso e lesse i nomi di quei paesi ch’egli conosceva a menadito: Gemona, Osoppo, Buia … Riconobbe d’immediato la sua regione e lesse d’un fiato il titolo comparso in sovrimpressione, sentì la voce dello speaker annunciare l’apocalissi che aveva colpito il suo fogolâr. La sua piccola patria sembrava essere crollata sotto i colpi sleali di una forza malefica. D’un tratto pensò ai suoi cari che aveva lasciato là, pensò poi alla vecchia casa, al vecchio cortile, ai sassi che aveva calpestato da bambino, al vecchio paesello che poteva essere stato spazzato via. Si rese conto che quelle montagne che aveva sempre impresse nei suoi pensieri la notte quando si addormentava in un paese che – nonostante gli anni – lui riteneva ancora straniero, questa volta avevano tradito. Da esse erano scese valanghe di pietre devastanti, distruggendo i paesi che si trovavano ai loro piedi. Quelle montagne tanto amate si erano alleate col mostro che in una serata primaverile aveva spazzato via il vecchio Friuli, le sue case, la sua gente. Prese in mano il telefono e con l’angoscia nel cuore seppe ch’era impossibile chiamare, linee saltate e il caos che regnava sovrano nel piccolo mondo antico. Riuscì ad avere notizie solo molti giorni dopo e seppe che stavano tutti bene, ma qualcosa gli fece capire anche che il vecchio Friuli – come l’aveva lasciato lui – non ci sarebbe stato mai più. Le chiese, le case, i ponti, sarebbero stati ricostruiti come prima, ma lo spirito dei friulani? Seguiva alla tv l’evolversi della situazione e come pianse il suo cuore alla notizia, pianse subito dopo anche il cielo. Dopo un periodo afoso, caldo come non lo era mai stato, avvenuta la tragedia, le cateratte del cielo si ruppero ed esso versò lacrime su quella terra. Sembrò che la natura si fosse improvvisamente pentita del male che aveva fatto e che piangesse sui mille morti, sui 200 bambini orfani, sui 70mila senzatetto. Come avrebbero fatto i friulani senza la loro casa? Un popolo da sempre afflitto dal mal dal madon, per cui il tetto sulla testa era sempre stato tutto, come avrebbero fatto?
Gli spettatori.
L’Italia intera vide, il mondo vide. Stavano tutti a guardare e per tutti il Friuli era in ginocchio. Tuttavia decisero che per quel popolo, così silenzioso, così ‘duro’, così lavoratore, valeva la pena muoversi, dare una mano. Primi a partire fra tutti furono i friulani sparsi nel mondo, come una famiglia che al momento del bisogno si ritrova, essi tornarono nella loro terra ferita, seppellirono i loro cari, ricostruirono le loro case, aggiunsero volontà a volontà, incoraggiarono i superstiti. Poi vennero tutti gli altri, comprese le istituzioni. Il mondo si commosse e il 13 maggio si trovava in Friuli nientemeno che il vice-presidente degli Stati Uniti d’America Nelson Rockfeller che avrebbe stanziato 21 miliardi di $ per quella terra. Il grande colosso dell’America sembrava essersi impietosito per quella terra che aveva donato alla potenza mondiale tanti e validi figli. Il presidente Giovanni Leone era già stato sul posto il 7 maggio, visitando le zone colpite, le anime colpite. Affiderà il compito di coordinare i lavori a un uomo il cui solo nome evoca il mito in Friuli: Giuseppe Zamberletti. Quest’ultimo sarà assurto nella memoria dei friulani a un Padre della piccola Patria ricostruita. Il Commissario Straordinario ha sempre avuto parole di lode per il popolo friulano, in un’intervista raccontava di come tra le macerie, la sera riuniti in gruppo, si suonasse la fisarmonica e di come lui si sentisse a casa fra questa gente dignitosa e determinata, non facile alle lacrime.
REPLICA DEL TERREMOTO: CROLLI, FERITI, PAURA.
«La tragedia del Friuli si aggrava: oltre 4 mesi dopo il sisma distruttivo. Ieri dalle 18.31 alle 18.40 due scosse violentissime (superati il 7,5 e l’ 8 grado Mercalli) seguite da oltre 11» (dal Messaggero Veneto del 13 settembre 1976)
L’undici settembre quando il mostro tornò, il mondo e l’Italia pensarono che il Friuli non si sarebbe mai più risollevato. Il Corriere della Sera titolò a tutta pagina “Il Friuli si arrende” e mise la foto di un uomo che se ne andava sconsolatamente tra le rovine. Zamberletti sembra che abbia commentato: «Non hanno capito niente di questo popolo!». E aveva ragione. A distanza di trent’anni tutto è stato ricostruito, tutti tentano di imitare il modello Friuli, anche pochi giorni fa c’era notizia che su un’importante rivista americana si suggeriva per la ricostruzione di New Orleans lo stesso modello. Il Friuli ha fatto scuola. Spesso ripensando a questa calamità, io, che sono nata nello stesso anno, figlia del mostro, figlia della ricostruzione, figlia del modello Friuli, mi chiedo se noi – che con la nostra nascita abbiamo in un certo qual modo dato un segnale di speranza in mezzo alla tragedia – saremmo, in tali frangenti, in grado di rifare quello che hanno fatto i nostri nonni, i nostri padri, se avremmo la stessa loro caparbietà, la stessa loro determinazione nel ricostruire, nel seppellire i cari con dignità, senza inutili piagnistei, lamentazioni e se saremmo ancora in grado di dire – basta che ci diano i mezzi – fassin di bessoi! Spero che quel dna sia sempre lo stesso e che il benessere paradossalmente ottenuto da quella tragedia non ci abbia fiaccato l’animo e lo spirito.
Sara Maieron