E’ tornato dalla missione di pace in Afghanistan, dove il settore Ovest è stato, per sei mesi, sotto la responsabilità e il comando della Brigata Alpina Julia. Ora, l’alpino Puntel ci racconta la sua esperienza. E vuole condividerla con noi che lo abbiamo seguito con la nostra preghiera e il pensiero.
Giuseppe ha 24 anni; è figlio di Duilio e Maria Grazia. Da sempre lo sport è stata una sua grande passione, dati i risultati molto soddisfacenti. Gli è stato proposto di arruolarsi nell’Esercito per aver maggiori possibilità di crescita negli obiettivi. Ha aderito a tale impegno, consapevole dei doveri che questa scelta comportava, sicuramente non solo a livello sportivo. Così nel 2006, si è arruolato negli Alpini. Nel 2010 gli fu proposto di far parte di un contingente per una missione in Afghanistan. Con disponibilità ed entusiasmo ha confermato. E il 10 settembre è partito con il suo battaglione.
Ci racconta Giuseppe: “L’impatto con la realtà non è stato sicuramente senza sorprese, eravamo ben informati e ben addestrati, ma la pratica è tutt’altro cosa rispetto alla teoria. Abbiamo trovato una realtà totalmente diversa, lontana anni luce dalla nostra cultura, e solo allora abbiamo assaporato appieno la parola “democrazia” che viviamo nelle nostre nazioni occidentali. Il popolo afghano è composto da diversi gruppi etnici, non sempre condividono le stesse leggi, anzi alle volte si contrappongono e spesso vi è sopraffazione verso i popoli più deboli e poveri, appositamente oppressi e soffocati nella loro identità, per esercitare su di essi il potere. Ne sono un esempio i ben noti “talebani”, fanatici fondamentalisti islamici, che con le loro rigide leggi e con la violenza, mantengono volutamente la gente nell’ignoranza: non danno loro la possibilità di istruirsi e di confrontarsi con la civiltà occidentale e, segregandoli nei loro territori, non gli permettono di crescere, di evolversi. Specialmente alle donne, l’unica possibilità nella loro vita è servire, quasi sia una colpa nascere donna, mai ribellarsi a ogni tipo di violenza, sia fisica e ancor più psicologica. Le vedi passare quasi nascondendosi come ombre nei loro tradizionali burqa, coperte da capo a piedi, e guai incrociarne lo sguardo, tanto meno scambiare qualche parola. Per questo potrebbero anche rischiare la loro stessa vita”.
Il villaggio dove ho operato si chiama Bala Murghab, provincia di Herat, situato in un pianoro circondato da innumerevoli colline. Un paesaggio brullo e arido soggetto ad escursione termica di parecchi gradi. Il nostro compito era presidiare il territorio insieme all’esercito afghano per un raggio di circa 20 Km., a difesa e protezione della popolazione. I nostri pattugliamenti, dislocati sulle colline, erano molto insidiosi, poiché queste sono trapassate da parte a parte da gallerie e cunicoli che sono solo i ribelli a conoscere. Alle volte, quando ci attaccavano e noi ne avevamo individuato la postazione, loro come talpe sparivano sotto terra, per riapparire altrove. Difenderci era difficile. Alle volte avevamo anche il compito di distribuire alla popolazione aiuti umanitari di prima necessità: cibo, vestiario, medicinali, ecc. Ho visto veramente tanta miseria, quasi da sentirci in colpa quando non si riusciva ad accontentare tutti. Credo che sono talmente abituati a soffocare e a non lasciar trapelare i loro sentimenti, da non riuscire a dimostrarci eccessiva gratitudine o amicizia, per diffidenza o per paura di ritorsioni dai loro nemici. Solo i bambini, nella loro ingenuità spontanea, ci dimostravano fiducia e amicizia, talvolta anche rischiando la loro stessa vita, come quando ci portavano degli ordigni inesplosi o ci segnalavano residuati bellici dell’epoca dell’invasione sovietica conclusa nel 1989. Dopo di questi ci furono anni di anarchia, ed infine l’ascesa al potere dei talebani. Si può ben capire quanto questo popolo abbia sofferto e soffre ancora. Tra noi commilitoni c’era molto affiatamento, lontani dalle nostre famiglie, dal nostro quotidiano così diverso e dalla consapevolezza del pericolo, ci sentiamo molto uniti e fraterni, orgogliosi del nostro impegno di rappresentare la nostra Nazione in questa missione di pace. Abbiamo condiviso questi valori facendo al meglio il nostro dovere. Il mio periodo di permanenza in Afghanistan è durato 6 mesi, ma sono stati i mesi più intensi della mia vita, un’esperienza che certamente mi ha lasciato un segno”.