Sguardo su gente, storia, cronaca di Cleulis e… dintorni

dicembre 27, 2011

4 – 7 agosto 2011. Festa e sagra di Sant’Osvaldo. La festa del santo patrono è iniziata giovedì 4 agosto con la proiezione sotto il tendone posto nel piazzale del bar Pakai, del cortometraggio “Dut al fâs mistîr: un sabide d’estât in mont” edito della nostrana casa cinematografica PMP. Il filmato racconta in maniera spassosa e divertente i lavori e la vita tranquilla che si svolge in montagna. Interpreti sono dei nostri compaesani che si sono calati nella parte in maniera esemplare e, a sentire gli applausi e le risate del pubblico, sembra veramente che tutto ciò debba avere un seguito. Il giorno dopo, festa di Sant’Osvaldo, la messa è stata concelebrata da tre sacerdoti presso la palestra delle scuole di Cleulis. Nel pomeriggio dopo il canto dei vespri in latino si è svolta la processione per le vie della borgata della Gleria. Questa celebrazione verrà ricordata dai valligiani e dai numerosi emigranti, giunti come ogni anno da ogni dove, come un avvenimento storico ed eccezionale perché non era mai successo nella storia pluricentenaria di questa festa che Sant’Osvaldo venisse portato in processione nella borgata della Gleria. Gli abitanti di questo borgo si sono premurati con orgoglio e passione per accogliere degnamente il passaggio del Santo nelle “loro” strade con bandierine e festoni. La serata è proseguita sotto il tendone della sagra con gli immancabili “cjalsons”. La serata di sabato, visto l’enorme successo dell’anno scorso, è stata dedicata al country e anche quest’anno ha fatto il tutto esaurito grazie anche alle nostre compaesane che si sono esibite nel ballo in maniera fantastica. Domenica si festeggiava Sant’Osvaldo a Sauris e come accade da alcuni anni un nutrito gruppo di Clevolans si è recato nella vai Lumiei con il gonfalone del “nostro” patrono per parteci¬pare alla messa e alla processio¬ne a lui dedicata. L’ultima serata della quarantacinquesima sagra dei “Cjalsons” si è conclusa con l’esibizione nostalgica e sentita del mitico trio Pakai.

21 agosto. Festa alpina sul Cuel da Mude. Anche quest’anno gli alpini hanno organizzato sul Cuel da Mude, sopra il paese, la festa alpina sempre molto partecipata. Dopo la messa celebrata da don Santo è stato servito il rancio alpino che è letteralmente andato a ruba.

12 settembre. Messa nella Cappella di Placcis. Come è ormai consuetudine gli abitanti della borgata di Placcis hanno organizzato una serata assieme al compaesano acquisito mons. Pietro BrolIo. Dopo la messa celebrata dal vescovo emerito è stato servito il rinfre¬sco “soi dal tei” condividendo cosi in maniera semplice e genuina una serata di fine estate.

26 settembre. Lavori Pecol. A quasi un anno dalla sua chiusura per caduta massi (19 novembre 2010) sono iniziati i lavori del Pecol. I lavori consistono nel rifacimento dei muretti di sostegno, nella pulizia del sottobosco soprastante e nella predisposizione di due nuovi punti luce oltre a quello esistente. La via Pecol è sempre stata la via pedonale per eccellenza per raggiungere l’abitato di Cleulis ed è per questo che la sua sistemazione e conseguente riapertura erano attese con una certa impazienza.

2 ottobre. Tratôr Day. Presso il piazzale del bar Pakai si sono ritrovati i “migliori amici meccanici” di chi vive e lavora in montagna, ovvero i trattori e le “Api”. Questi macchinari sono un aiuto indispensabile per il trasporto di legna, letame, fieno, ecc. quasi ogni famiglia del paese infatti è provvista di questo aiuto perciò un gruppo di amici ha pensato di organizzare un paio d’anni fa questa festa a loro dedicata. Dopo la sfilata dei mezzi agricoli si è servito il pranzo per tutti i partecipanti tra racconti e aneddoti riguardanti le imprese fatte con tali mezzi.

30 ottobre. Presentazione libro. Nel pomeriggio dell’ultima domenica di ottobre si è svolta presso la sala dell’albergo al Cacciatore la presentazione del libro di Gianni Oberto e Albina Srizzai “Sui sentieri di Carnia…orme di religiosità”. Questo volume ricco di oltre quattrocento pagine racconta con l’aiuto di bellissime fotografie i segni di religiosità sparsi nei Comuni della Carnia. Anche l’abitato di Cleulis, ricco di ancone votive, è citato nel libro con las maines di Cuel das Cidules, di Leon, di Micul, da Mestin, dal Tuc e il Sign6r dal Puint e l’arcagnul Rafaêl di Teu dal muini.

20 novembre. Madonna della salute. Questa festa datata 1905 è stata istituita dai nostri emigranti ed è molto sentita nella nostra parrocchia. Infatti la palestra era gremita di fedeli per la messa solenne. Nel pomeriggio, dopo i vespri cantati in latino la statua della Madonna della Salute, come accaduto il 25 settembre per san Antonio, è stata portata in processione per le vie della borgata della Gleria.

30 novembre. Si rientra in Chiesa? E’ una domanda che molti a Cleulis si pongono in questi giorni, visto che i lavori sono in fase di completamento. Dopo essere stati rifatti gli intonaci, anche il soffitto a cassettoni e l’impianto elettrico stati ultimati da alcuni giorni perciò la comunità di Cleulis dopo più di cinque mesi fuori dalla propria chiesa (ultima Messa il 19 giugno) anela di poter celebrare il Santo Natale nella propria Casa. Mentre andiamo in stampa le notizie su quando si rientrerà sono ancora vaghe ma da parte degli addetti ai lavori serpeggia un certo ottimismo che ci fa sperare di poter cantare “Lusive la lune” sotto il nuovo soffitto della nostra chiesa.

a cura di Luigi Maieron


Un cjant par Cleulas

dicembre 27, 2011

Ci siamo. Dopo un anno di lavoro è finalmente pronto e sarà presentato ufficialmente du¬rante le festività di Natale (date e luoghi ancora da definire). Il Cd che raccoglie le esperienze musicali dei “Giovins Cjanterins di Cleulas” arriverà come una strenna. Ci sono i loro cavalli di battaglia: “Gleisiuta Clevolana”, “Lancio das cidulas”, “L’emicra¬nia dal emigrant”, “Un cjant a Cleulas”, “Aiar di fieste”, “Inno a San Osvaldo”, “Osvaldo ritorna”, “Fasìn un cjant a la cjargnela”, “Las penas da Clevolana”, “Fûr fûr nuvice”, “O gran Mari da Salût”, “Sint dal cîl”, “Biela not”, “Lusiva la luna”, “I Re Magi”. 16 tracce musicali a raccontare un paese, le sue tradizioni, le sue memorie musicali. Sarà proprio “Un cjant a Cleulas” a dare il nome a tutta la raccolta. Il titolo segna il coinvolgimento di una comunità, l’amore, l’attaccamento al canto. C’è di più: al supporto audio si abbina un Cdbook, una guida a libro che accompagna l’ascoltatore, spiega, illustra. Un riassunto efficace e pensato, ragionato del repertorio canoro dei “Giovins”. E, parimenti, un racconto, in note, del paese. Una commissione artistica formata da cinque “Giovins” ha avuto il compito di dettare il passo, fin da gennaio: coinvolgere le persone che avrebbero costituito il coro (attingendo non solo tra i giovins) e scegliere i brani da incidere (prima seguendo un aspetto temporale cosicché fosse rappresentato ogni momento della vita del paese – matrimonio, tradizioni, feste, partenze ed arrivi degli emigranti – poi perché ne uscisse un giusto, equilibrato mix tra canti sacri e profani. I primi mesi del 2011 si sono spesi, soprattutto, per chiarirsi le idee e stendere un piano di lavoro. Da marzo (con una breve interruzione per la solennità di S. Osvaldo) a novembre, il coro si è trovato settimanalmente per provare i canti e quindi per registrarli. Questa fase si è svolta periodicamente, con 4-5 brani per volta, e con l’aiuto di Roberto Frisano, musicologo, esperto di canti tradizionali, che da alcuni anni segue con interesse la crescita del gruppo. Le registrazioni si sono svolte nella Chiesa di S. Geltrude di Timau e in parte in quella di Santa Maria di Paluzza. Cd e libretto hanno visto il supporto e la collaborazione di molti paesani e paesane appassionati del canto. Lo stesso Cd-book è stato un lavoro a più mani: Silvia Puntel per la stesura dei testi, Sandra Puntel per la consulenza artistica, Renè Puntel (assieme a tante altre persone) per il materiale fotografico. Perché è proprio vero quanto si legge nell’introduzione: “In ogni moment, in ogni dada di timp, si cjantava par slizerî chê vita cussì dura, butant fûr il propri sintî. La stessa rouba a sucedeva in ogni ati lûc di incuintri. E nol era nencja râr sintî, sui cantîrs, las vous dai puems. In ore presint dut chest al è lât sparît, ma par fortuna vin il grup dai “Giovins Cjanterins di buina volontât che, oltri a amâ il cjant, la compagnia, la tradizion, Cleulas, noi vûl lassâ muri chest patrimoni lassât dai nostis vons e cumò ai son lôr a passâ il testemoni as novas gjenerazions”.

 

 


Artisti per Pakai

dicembre 27, 2011

A tutt’oggi il Trio Pakai è ricordato come l’ensemble folkloristico più rappresentativo della cultura musicale friulana. La storica formazione carnica capitanata dal leader indiscusso Amato Matiz, noto a tutti come “Pakai”, ha fatto ballare e sognare un’epoca. Pakai alla fisarmonica, Genesio Puntel al contrabbasso, Paolo Morocutti alla chitarra e la voce di Stefano Paletti. Il loro irresistibile e personalissimo stile musicale, ancora oggi amato e stimato ben oltre i confini regionali, è stato dalla fine degli anni Sessanta agli inizi degli anni Ottanta uno dei leitmotiv più seguiti nel panorama del fisarmonicismo mitteleuropeo. Da un po’ di tempo avevamo il forte desiderio di organizzare un evento che rendesse omaggio e celebrasse le gesta di questo memorabile trio. L’idea era quella di indire un concorso per fisarmonicisti e si è potuta concretizzare in particolare grazie all’intervento dell’Associazione Musicale della Carnia. La proficua collaborazione tra quest’ultima e la nostra Associazione e il fondamentale sostegno del Comune di Paluzza, di Carniarmonie e altri sponsor hanno permesso che il 24 settembre 2011 tosse organizzato il Primo Concorso Internazionale Fisarmonicistico “Trio Pakai”, al quale hanno partecipato ben 25 fisarmonicisti provenienti da diverse parti della regione, dal Cadore, dalla Slovenia e dalla Carinzia. Il concorso ha visto la partecipazione di 4 categorie: Junior, Giovani, Senior-repertorio Folk e Senior-repertorio classico-varieté. Le selezioni si sono svolte durante tutto il pomeriggio presso la sala della parrocchia di Timau, dove i candidati si sono esibiti sotto lo sguardo attento di una giuria formata da affermati musicisti e quello entusiasta del pubblico presente. Prima delle premiazioni, presso l’albergo “al Cacciatore” i concorrenti hanno avuto modo di degustare i cjalsons nella variante cleuliana. Infine, l’appuntamento al bar Pakai (e dove se no?) per l’ultimo atto: le premiazioni. Evidente il dominio degli sloveni che in tutte le categorie hanno occupato almeno uno dei tre gradini del podio. Al giovane carnico Bruno Tavoschi è stato invece assegnato il premio della critica: il suo talento ricorda un certo Amato Pakai! La serata è poi proseguita in un’atmosfera di amicizia e di allegria, proprio nello stile che Pakai amava. Il grande apprezzamento che tutti hanno espresso al comitato organizzatore ci lusinga ed è uno stimolo a ripetere l’evento negli anni a seguire. Un grazie alle tante persone, enti e associazioni che ci hanno offerto il loro disinteressato contributo affinché la manifestazione potesse avere il maggior successo possibile. Infine un ringraziamento particolare va al maestro Giovanni Canciani per aver fin da subito appoggiato con entusiasmo l’idea e ad Alessio Screm, instancabile direttore artistico del concorso, assieme con il quale abbiamo condiviso ogni fase di questa sorprendente avventura.

I Giovins Cjanterins


Tacio è diacono

dicembre 27, 2011

Mentre mi accingo a stendere alcune riflessioni sul momento così intenso vissuto dalla nostra comunità nell’estate scorsa come è stata la consacrazione diaconale di Tacio, il pensiero va a quel ormai lontano 29 giugno 1972, quando l’arcivescovo Zaffonato mi consacrava diacono nel duomo di Tolmezzo. Era presente un gruppetto di compaesani e tutto si è svolto in tono dimesso.

Eravamo più di cento persone accorse dalle parrocchie del nostro Comune, con in testa il sindaco con la fascia tricolore, in quel pomeriggio del 4 settembre scorso nel duomo di Udine. Le persone presenti in cattedrale in quel giorno sono rimaste profondamente emozionate dai vari momenti che quel rito di consa¬crazione ci ha offerto e soprattutto dalla scelta così singolare di spendere la propria vita per il Vangelo da parte di quei due giovani (uno era il polacco Boguslaw Kadela). E’ difficile per me esprimere la mia gratitudine al Signore. In quei momenti ho avuto la netta sensazione di come Dio opera in modo misterioso e talvolta per noi incomprensibile nella storia di ogni uomo. Tutto è incominciato in quel mese di aprile del 1986 quando don Carlo, don Danilo e il sot¬toscritto sono andati ad incontrare i più lontani e anche i più sconosciuti discendenti di quei cleuliani e timavesi emigrati in Brasile nella seconda metà dell’ ‘800. Giornate indimenticabili, festa grande per quel popolo che ritrovava le proprie radici e la propria identità, e le foto con tante, tante famiglie… tra queste c’era anche una giovane coppia con due bambini: Tacio di 6 anni e Marindia di 4. Diciannove anni più tardi sono tornato là e ho incontrato il giovane Tacio che mi ha subito espresso il desiderio di essere sa¬cerdote nella terra dei bisnonni Lorenzo (Falcin) e Pasqua Primus (Leon). Incomincia così l’ “avventura” italiana del giovane. Entra in seminario, impara in brevissimo tempo la lingua italiana e anche quella friulana grazie alla sua prodigiosa memoria, si impegna nello studio della teologia, dando sempre puntuale gli esami e, nonostan¬te resti sempre molto legato alla sua terra “gaucha”, si integra nel nostro mondo friulano. Ora è là, disteso a terra in segno di totale offerta della sua vita a Dio, mentre noi invochiamo lo Spirito San¬to e tutti i Santi che dovranno essere per lui un modello per il suo ministero. Lo vedo accostarsi all’Arcivescovo per ricevere da lui il “Grande Libro” della Parola di Dio che dovrà proclamare al popolo. Ascolto la sua promessa di celibato e obbedienza. Tocca a me, come suo parroco, imporgli la stola e la dalmatica che sono le vesti liturgiche proprie del diacono. L’ arcivescovo gli ricorda infine uno ad uno i suoi doveri a servizio del popolo di Dio. Guardo papa Gilson, mamma Marta e la sorella Marindia con gli occhi lucidi di commozione incollati sulla sua persona.

Tacio carissimo, il tuo cammino verso il sacerdozio non è ancora terminato. Fra non molto sarai sacerdote e allora le nostre chiese vedranno finalmente dopo 40 anni un altro giovane accostar¬si all’altare per “cantare” la sua Prima Messa! In tempi come i nostri in cui la figura del sacerdote è una presenza sempre più rara, un nuovo sacerdote è una Grazia davvero speciale. Rendo lode la Signore per questo dono. Vorrei aggiungere che quella del sacerdote è una esperienza che vale la pena ad essere vissuta. Molti hanno paura di scelte cosi forti come la nostra, ma Dio è fonte di felicita, e forza, e amore. Hai iniziato il tuo ministero pastorale a Lignano. Tre giorni alla settimana in parrocchia e quattro ancora in seminario per terminare gli studi e la tua preparazione al sacerdozio.

Auguri vivissimi, Tacio, per questo primo passo che già ti impegna per la vita. Noi ti accompagnamo con la preghiera e il nostro affetto. Dona tutto l’entusiasmo dei tuoi anni giovanili, ama le persone che incontrerai, porta loro il Signore del quale hanno bisogno più del pane quotidiano allora capirai quanto è bello ed esaltante vivere la tua vita con il Signore e per la Santa Chiesa.

Il vostro Siôr Santul don Tarcisio


Thomas e i suoi alpaca

dicembre 27, 2011

Prima di farmi entrare a casa sua, in ta Glerie, per l’intervista, Thomas mi fa vedere con orgoglio i suoi amici alpaca che brucano tranquilli nel prato attiguo alla stalla. Appena lo vedono arrivare con il mangime in mano questi animali dallo strano aspetto e dal muso dolce gli si avvicinano facendogli le feste. Thomas li accarezza e parla con loro: si vede che c’è un bel feeling tra lui e gli alpaca.

Quando e perché è nata questa tua passione per questi animali?

«Mi trovavo con gli amici nel bar da Pakai e guardando una trasmissione televisiva vidi per la prima volta questi strani ani¬mali che mi incuriosirono pa¬recchio. Dopo di che venni a sapere che mia cugina Noemi (figlia di Didi di Laipacco) la¬vorava presso un’azienda agri¬cola in Umbria dove allevano proprio gli alpaca, quindi dopo averla contattata, mi sono recato a Umbertide per incontrare da vicino i miei nuovi amici. Ap¬pena li vidi rimasi colpito dalla loro dolcezza e curiosità, veder¬li pascolare liberi sulle colline umbre è uno spettacolo. Così, dopo aver frequentato un corso per conoscerli meglio e per sa¬perli gestire nel miglior modo possibile, due anni fa ho portato a Cleulis una coppia di alpaca».

A Cleulis animali del genere non si sono mai visti. Chi sono gli alpaca?

«Gli alpaca sono originari del Perù e sono presenti in tutta la regione Andina oltre i 4000 me¬tri di altezza. Sono come i lama, le vigogne e i guanachi. Sono ruminanti e appartengono alla famiglia dei camelidi. Visto che vivono a una temperatura anche di meno quindici sono provvi¬sti di un vello denominato fibra che ha la peculiarità di avere un potere calorifico sette volte superiore a quello della lana di pecora. Il colore del loro manto varia dal marrone scuro al marrone chiaro; al bianco o al nero passando per il grigio. È una fibra non infiammabile e da essa si ricavano indumenti di ottima qualità perché uniscono il potere calorifico del filato a una leggerezza sorprendente del capo.

In Europa non è commerciata la carne di questo animale ma in Perù e in Cile è molto apprezza¬ta (vero Ivan e Raf?). Il cuccio¬lo di alpaca è chiamato “cria”. Mangiano sia erba fresca che fieno o mangimi tradizionali».

Sputano come i lama?

«Sì, ma molto raramente alle persone. E questo accade solo se si sente in pericolo. O, fra di loro, per difendere il proprio cibo».

Quanti alpaca hai?

«Ne ho quattro. L’ultimo è nato il 18 settembre. Il papà si chiama Sansone, la madre Dalila il loro piccolo Adam e l’altra femmina acquistata in marzo Eleonora».

Qual è il tuo rapporto con loro?

«ll mio rapporto con questi ani¬mali, come hai potuto vedere, è molto buono, sono molto schivi e vanno avvicinati con movimen¬ti cauti ma decisi. Se mi fermo per qualche istante in un punto qualsiasi dei prato essi, essen¬do molto curiosi, si avvicinano spontaneamente a me per vedere perché mi sono fermato. Dalila e Sansone li ho acquistati nel settem¬bre di due anni fa e hanno qua¬si otto anni. In media l’alpaca vive fino a quindici anni. Sin da piccoli con un po’ di addestra¬mento, possono essere abituati ad andare in giro con la cavezza imparando così a seguire chiun¬que».

Quanto tempo impieghi ad accudirli?

«Cinque minuti al mattino e cin¬que alla sera infatti quando hanno la mangiatoia piena e l’acqua nel secchio l’animale non chiede altro. A differenza delle mucche e delle capre, l’alpaca non deve essere munto e nemmeno ripulire la stalla in quanto scelgono come un unico punto per fare i propri bisogni. Possiamo inoltre pascolare in ogni periodo dell’anno anche in pieno inverno essendo abituati a resistere a temperature estreme».

Hai degli aneddoti sui alpaca da raccontarmi?

«Vedere la nascita del primo cria è stato molto emozionante, mi ricordo che era il 12 febbraio, una giornata serena, è stato quasi inaspettato perché l’alpaca in gravidanza non presenta un ventre diverso da quello solito. A questo evento, il primo alpaca nato a Cleulis, ho voluto rendere partecipe l’intero paese affinché mi venisse proposto un nome adeguato al nascituro. Tra le molteplici proposte fattomi il nome che mi è piaciuto di più è stato quello di Gedeone. Un altro simpatico avvenimento mi è capitato quando sono andato a prendere la coppia di alpaca. Quando arrivò il in caricarli sul furgone, il maschio vi salì senza alcun problema mentre la femmina faceva difficoltà a salire tanto che ho dovuto sudare un bel po’ per caricarla. Ad operazione avvenuta rivolgendomi a Dalila, l’alpaca ribelle, le ho detto: «Tu pos vegni propi nome in Cjargne, gjau di un roc!».

Luigi Maieron


Sguardo su gente, storia, cronaca di Cleulis e… dintorni

agosto 1, 2011

2 Aprile 2011. Assemblea donatori di sangue – Sabato 2 aprile, dopo la santa Messa delle 19, celebrata per i donatori di sangue vivi e defunti, si è svolta presso l’albergo al Cacciatore l’annuale assemblea e cena con annessa “pesca di beneficenza”. Il gruppo dei donatori di sangue di Cleulis, in proporzione agli abitanti, è uno dei più numerosi della regione anche perciò possiamo essere orgogliosi di far parte di una comunità che nel dono e nella solidarietà verso il prossimo fonda i suoi principi.

17 – 25 aprile. Feste pasquali – Il 17 aprile, domenica delle Palme, la processione degli ulivi partita dalla piazza del paese si concludeva presso la chiesa con la benedizione e distribuzione degli stessi. La via crucis del venerdì santo, quest’anno, si è potuta svolgere per le vie di Cleulis e Placis senza il timore di freddo o neve perché cadendo Pasqua molto tardi (24 aprile!) abbiamo beneficiato di giornate miti e soleggiate. Il giorno di Pasqua in una Chiesa gremita, si è celebrata la messa con la benedizione del pane e delle uova pasquali. Pasquetta quest’anno cadeva proprio il giorno di S. Marco, giorno in cui una volta si iniziavano le rogazioni, perciò dopo la messa ci siamo portati sul sagrato per le litanie e la benedizione della campagna circostante il paese.

30 aprile. Assemblea Giovins Cjanterins – Dopo l’assemblea ordinaria dei Giovins Cjanterins di Cleulis con la presentazione degli eventi per l’anno 2011, alle 20.30 organizzato dagli stessi presso l’albergo al Cacciatore, c’è stata la presentazione del libro di Ulderica Da Pozzo e Gian Paolo Gri. Il libro intitolato:”Fuochi, gioventù e rituali in alta Carnia” è stato presentato dal maestro Molfetta e dalla stessa Da Pozzo e tratta in maniera approfondita le ricche tradizioni dei fuochi rituali (trai las cidules e brusâ la vecje) in Val Degano, Val del Bût, Valcalda e Val Pesarina. Oltre alle belle foto al libro è corredato anche un dvd proiettato durante la serata contenente le interviste ai nostri anziani di Cleulis che raccontano la tradizione del lancio das cidulines in paese.

7 maggio. Inaugurazione agriturismo – Ha aperto i battenti in Aip l’agriturismo al “Borg” gestito dalla famiglia Giorgio Maieron. Il bel complesso agrituristico immerso nel verde della borgata di Aip offre piatti tipici della cucina carnica, escursioni a cavallo e una fattoria didattica per i più piccoli, inoltre, da settembre chi volesse sostare un po’ nella nostra valle ha la possibilità anche del pernottamento.

20 maggio. Passaggio del Giro d’Italia – Una delle tappe del 94/o Giro d’Italia, con partenza da Spilimbergo e arrivo sul Grossglockner in Austria, è passata anche attraverso la borgata della Gleria ai piedi di Cleulis. Ad attendere la maglia rosa, i bambini delle scuole di Cleulis e Timau e numerosi valligiani si sono riversati nei punti strategici per vedere da vicino i propri beniamini del pedale. All’entrata del paese oltre al classico striscione “Cleulis saluta il giro” un altro recitava eloquente:”Veiso volût la biciclete – Cumò pedalait!”.

3 giugno. Rogazine nella cappella di Laipacco – Venerdì mattina, si è celebrata nella cappella presso la borgata di Laipacco, la consueta messa con la benedizione rogazionale finale. Quest’anno ricorre il cinquantesimo anniversario di costruzione della cappella dedicata a San Giuseppe: è stata infatti edificata dagli abitanti della borgata nel 1961. La chiesetta che necessita di manutenzione passerà, entro l’anno, di proprietà’ della parrocchia di Cleulis.

5 giugno. Ascensione – Anche un gruppetto di compaesani si è recato di buon mattino a piedi con la croce astile infiocchettata di tutto punto presso la pieve di Zuglio, per il tradizionale bacio delle croci. Quest’anno visto l’inclemenza del tempo, il bacio e l’omaggio alla “croce madre” si è svolto all’interno della pieve e non sul “Plan da vincule”. Un grazie ai nostri compaesani che, seppur in condizioni meteo non ottimali, hanno risposto “sei achì” per la parrocchia di Cleulis.

19 giugno. Santissima Trinità – Per la festa della santissima Trinità è stata celebrata l’ultima messa nella Chiesa parrocchiale di Cleulis, prima dell’inizio dei lavori. I lavori, resi necessari visto lo stato degli intonaci interni, vedranno la rimozione degli stessi con il rifacimento con adeguato isolamento e pittura finale, il rifacimento del soffitto e la predisposizione di un nuovo impianto elettrico. Tempi di consegna dei lavori ultimati, nessuno vuole farli. Ma c’è la speranza di rientrare prima di Natale. Nel frattempo le celebrazioni domenicali verranno fatte presso la palestra del complesso scolastico della Gleria mentre le messe feriali saranno celebrate presso la cappella di Placis. Un ringraziamento particolare va fatto a tutti i volontari del paese che hanno effettuato il trasloco di tutto il contenuto della Chiesa.

16 giugno. Avvistamento orso – In località Enfretors, a Paluzza, nella notte tra il 16 e il 17 giugno c’è stata una razzia di miele presso delle arnie poste a pochi metri della statale 52bis da parte di un orso. Nei giorni successivi il plantigrado è stato filmato mentre tornava sul luogo del “misfatto”. Giuseppe, così è stato chiamato l’orso, è un “cucciolo” di tre anni e pesa quasi cento chili sembra che da un po’ di tempo ami bazzicare qua e là per le montagne carniche.

2 luglio. Serata sot da tei – Com’è ormai consuetudine da quattro anni si è svolta la serata “Sot dal Tei” organizzata dai Giovins Cjaterins con la collaborazione del Circolo Culturale, Ana Cleulis e Proloco TimauCleulis. La serata ha avuto come tema i 150 anni dell’Unità d’Italia. Il dott. Diego Carpenedo ha spiegato in maniera impeccabile le tappe che hanno portato il Friuli e la Carnia a passare dall’impero Austroungarico al Regno d’Italia. La serata è stata allietata dalle musiche dal corpo bandistico della val di Gorto. Sotto il tiglio di Placis (anche lui centocinquantenne?) ci si è ritrovati in tanti a cantare l’inno nazionale assieme ai bambini del paese e a passare qualche ora assieme, ascoltando buona musica e imparando qualcosa in più della nostra storia.

Luigi Maieron


L’Afghanistan di Giuseppe

agosto 1, 2011

E’ tornato dalla missione di pace in Afghanistan, dove il settore Ovest è stato, per sei mesi, sotto la responsabilità e il comando della Brigata Alpina Julia. Ora, l’alpino Puntel ci racconta la sua esperienza. E vuole condividerla con noi che lo abbiamo seguito con la nostra preghiera e il pensiero.

Giuseppe ha 24 anni; è figlio di Duilio e Maria Grazia. Da sempre lo sport è stata una sua grande passione, dati i risultati molto soddisfacenti. Gli è stato proposto di arruolarsi nell’Esercito per aver maggiori possibilità di crescita negli obiettivi. Ha aderito a tale impegno, consapevole dei doveri che questa scelta comportava, sicuramente non solo a livello sportivo. Così nel 2006, si è arruolato negli Alpini. Nel 2010 gli fu proposto di far parte di un contingente per una missione in Afghanistan. Con disponibilità ed entusiasmo ha confermato. E il 10 settembre è partito con il suo battaglione.

Ci racconta Giuseppe: “L’impatto con la realtà non è stato sicuramente senza sorprese, eravamo ben informati e ben addestrati, ma la pratica è tutt’altro cosa rispetto alla teoria. Abbiamo trovato una realtà totalmente diversa, lontana anni luce dalla nostra cultura, e solo allora abbiamo assaporato appieno la parola “democrazia” che viviamo nelle nostre nazioni occidentali. Il popolo afghano è composto da diversi gruppi etnici, non sempre condividono le stesse leggi, anzi alle volte si contrappongono e spesso vi è sopraffazione verso i popoli più deboli e poveri, appositamente oppressi e soffocati nella loro identità, per esercitare su di essi il potere. Ne sono un esempio i ben noti “talebani”, fanatici fondamentalisti islamici, che con le loro rigide leggi e con la violenza, mantengono volutamente la gente nell’ignoranza: non danno loro la possibilità di istruirsi e di confrontarsi con la civiltà occidentale e, segregandoli nei loro territori, non gli permettono di crescere, di evolversi. Specialmente alle donne, l’unica possibilità nella loro vita è servire, quasi sia una colpa nascere donna, mai ribellarsi a ogni tipo di violenza, sia fisica e ancor più psicologica. Le vedi passare quasi nascondendosi come ombre nei loro tradizionali burqa, coperte da capo a piedi, e guai incrociarne lo sguardo, tanto meno scambiare qualche parola. Per questo potrebbero anche rischiare la loro stessa vita”.

Il villaggio dove ho operato si chiama Bala Murghab, provincia di Herat, situato in un pianoro circondato da innumerevoli colline. Un paesaggio brullo e arido soggetto ad escursione termica di parecchi gradi. Il nostro compito era presidiare il territorio insieme all’esercito afghano per un raggio di circa 20 Km., a difesa e protezione della popolazione. I nostri pattugliamenti, dislocati sulle colline, erano molto insidiosi, poiché queste sono trapassate da parte a parte da gallerie e cunicoli che sono solo i ribelli a conoscere. Alle volte, quando ci attaccavano e noi ne avevamo individuato la postazione, loro come talpe sparivano sotto terra, per riapparire altrove. Difenderci era difficile. Alle volte avevamo anche il compito di distribuire alla popolazione aiuti umanitari di prima necessità: cibo, vestiario, medicinali, ecc. Ho visto veramente tanta miseria, quasi da sentirci in colpa quando non si riusciva ad accontentare tutti. Credo che sono talmente abituati a soffocare e a non lasciar trapelare i loro sentimenti, da non riuscire a dimostrarci eccessiva gratitudine o amicizia, per diffidenza o per paura di ritorsioni dai loro nemici. Solo i bambini, nella loro ingenuità spontanea, ci dimostravano fiducia e amicizia, talvolta anche rischiando la loro stessa vita, come quando ci portavano degli ordigni inesplosi o ci segnalavano residuati bellici dell’epoca dell’invasione sovietica conclusa nel 1989. Dopo di questi ci furono anni di anarchia, ed infine l’ascesa al potere dei talebani. Si può ben capire quanto questo popolo abbia sofferto e soffre ancora. Tra noi commilitoni c’era molto affiatamento, lontani dalle nostre famiglie, dal nostro quotidiano così diverso e dalla consapevolezza del pericolo, ci sentiamo molto uniti e fraterni, orgogliosi del nostro impegno di rappresentare la nostra Nazione in questa missione di pace. Abbiamo condiviso questi valori facendo al meglio il nostro dovere. Il mio periodo di permanenza in Afghanistan è durato 6 mesi, ma sono stati i mesi più intensi della mia vita, un’esperienza che certamente mi ha lasciato un segno”.


La nostra chiesa e le sue cappelle

agosto 1, 2011

Abituati come siamo a vivere in paesi dove il cristianesimo è stato per 2000 anni un punto di riferimento molto importante per i nostri antenati, non riusciremmo mai ad immaginarci un borgo, anche il più piccolo e sperduto, senza la sua chiesa. E la chiesa è la costruzione che prima di tutte incuriosisce il nostro occhio e quelle case che le stanno attorno sembrano i figli che si stringono alla loro mamma. La chiesa è la casa di Dio e, come dice la Sacra Scrittura, è il segno che Dio ha posto la sua tenda in mezzo a noi (Gv.1,14): Dio cioè è Colui che ci tiene uniti come una famiglia e ci accompagna nel viaggio terreno che ci porta alla meta. Un paese senza la chiesa è un paese senz’anima ed è per questo che i cristiani, quando hanno colonizzato le nostre montagne, dando vita a delle comunità di famiglie, con le case si sono premurati di costruire anche le chiese e nei borghi più piccoli le cappelle. Ora questo è successo anche a Cleulis.

La Chiesa parrocchiale. Ho già ricordato su un bollettino precedente come il nostro paese nei secoli XIII-XVI era una comunità troppo piccola per avere una chiesa propria. E’ solamente nell’estate dell’anno 1600, quando Cleulis contava una cinquantina di abitanti tutti stretti attorno alla fontana, che si intraprese la costruzione di una cappella, dove soltanto in alcune circostanze veniva un sacerdote a celebrare e già nel 1608 in incominciò pure a celebrare i matrimoni. Nel 1745 un tremendo incendio che distrusse una buona parte della villa, rese inagibile pure la chiesa che con grandi sacrifici venne di nuovo restaurata. Si trattava di una cappella non tanto grande anche perché la popolazione allora superava di poco le 150 unità. Allora si estendeva in larghezza dalla parte sinistra della attuale fino al corridoio compreso e in lunghezza non superava il gradino che ci introduce nel coro. Nel 1887 si è proceduto all’attuale ampliamento che doveva accogliere i 600 abitanti di quel tempo e che dunque oggi é più che sufficiente. Nei 28 anni di ministero di don Carlo, per ben 2 volte si è dovuto lasciare libera la chiesa per dei lavori di radicale trasformazione sia all’esterno che all’interno. Ora per la terza volta, e speriamo sia l’ultima, il 20 giugno scorso, siamo stati costretti a trovare rifugio nella Palestra delle Scuole Elementari, gentilmente concessaci dall’Amministrazione Comunale, per la celebrazione domenicale. E qui è necessario ringraziare prima di tutto il nostro Zuanut di Angjelina che con vera passione e amore per il suo paese si è impegnato a progettare e seguire l’opera e poi le persone che si sono prodigate a sgomberare la chiesa. E’ un importante intervento per l’importo di circa 200.000,00 euro ! Si tratta di rifare gli intonaci, cercando di salvare quelli antichi e ridipingerla, di collocare un soffitto a cassettoni in tavole di larice e un nuovo impianto elettrico. Certamente tale intervento non sarà l’ultimo. Ci ripromettiamo in seguito di rendere accogliente la nostra chiesa, arricchendola di tutto ciò che ci sembra bello e importante per una casa di Dio: ad esempio un organo che accompagni i canti liturgici, un bel lampadario come quella che noi adulti ricordiamo ecc. Non dobbiamo però dimenticare che la chiesa più bella e che piace al Signore è sempre quella che accoglie tanti fedeli che si incontrano a rendere lode al loro Creatore.

La Cappella di Placcis. Nel 1874 un violento incendio ha distrutto un’altra volta l’abitato di Cleulis. Allora si è incominciato a costruire a Placis. E, come ho detto sopra, anche il nuovo borgo si è premurato di costruirsi una cappella con un piccolo campanile e di collocare nel centro della piazzetta un tiglio che doveva simboleggiare l’unione delle famiglie della borgata. E’ da ricordare che tale cappella è stata costruita nell’anno 1898 ed è dedicata a Gesù nell’Orto degli Ulivi in quanto all’interno ospita le immagini del Gesù orante e dell’Angelo portate da Lienz da Primus Giovanni/Crovatut. La cappella è stata costruita sul terreno della famiglia Micul e Micolino Osvaldo soprannominato Micul (1864-1948) ha piantato, quando era un ragazzo, quel possente tiglio che ammiriamo oggi. Ora tale cappella è pure bisognosa di un intervento. Il nostro Sereno, pieno di buona volontà (e per questo gli siamo grati) è determinato al più presto possibile a compiere alcune opere di restauro soprattutto al campanile, nella certezza che non mancheranno dei volontari che presteranno gratuitamente la loro opera, anche perché la cappella non ha delle entrate proprie ed ora si può contare su un piccolo deposito bancario di 6.000 euro.

La cappella di S. Giuseppe in Laipacco. Laipacco, una borgata sorta a incominciare dall’anno 1836, dopo la famosa valanga, si era costruita due mainas: quella dei Shatis e quella di S. Giuseppe della famiglia Maieron/ Pacaia. Esattamente 50 anni fa (nel 1961) su iniziativa del compianto don Franco, la borgata all’unanimità ha risposto all’appello e ha costruito una nuova cappella accanto a quella antica di S. Giuseppe, l’ha dotata di un piccolo campanile a vela dove, nel 1964 ha trovato posto una campanella che oggi fa sentire il suo suono argentino nei funerali; all’interno la statua di S. Giuseppe opera di un buon artista di Artegna. Tale cappella è stata costruita però sulla proprietà di Puntel Pio /Cristof, emigrato negli Stati Uniti, senza l’accortezza di acquistare prima il fondo. Il proprietario in seguito ha venduto a Puntel Delfino (Ninai) sia la casa che il fondo adiacente e dunque la cappella è passata in proprietà al nuovo acquirente. Oggi gli eredi hanno già deciso di donare alla Parrocchia il tempietto e presto verrà firmata davanti al notaio l’atto di donazione. Per ora sono stati spesi 1.718,21 euro (donati dal parroco) per le perizie tecniche, ma ne occorreranno più del doppio per legalizzare la proprietà. Solo allora si potrà intervenire, sperando ancora nel volontariato, per rimetterla a nuovo.

E la nuova borgata della Gleria nella quale già risiede un quarto della popolazione del paese? Beh! Qualcosa dovranno pur fare anche quelli che vengono dopo di noi! Per ora pensiamo a tenere con decoro quanto i nostri antenati, con grandi sacrifici, ci hanno consegnato. Il futuro è nelle mani di Dio.

Vostro Siôr Santul, don Tarcisio


Vita sociâl dal paîs

agosto 1, 2011

Alpins, Proloco e Polisportiva. Cemût che Cleulas al è cambiât. Ultima puntada dal lunc viaç da nosta Silvia.

I alpins – Il nosti paîs, coma la gran part da nazion, a à un grant amôr pai alpins. Al era cuasi un disonôr, cuant che i zovins a lavin a fâ la visita di leva, se a no vignivin aruolâts tai alpins. Infati, il novanta par cent tal paîs, a àn passât ta naja o in vuera, granda part da lôr zoventût cui alpins. Encja se al era un cuarp dûr e fadious, cun esperienzas di campos estîfs o invernâi di crût freit in rifugjos di furtune, sot la neif a fâ manovras e marças, rampinadas su pai crets e d’estât sot las tendas, dut chest a cji faseva madurî e tirâ fûr il caratar. Cuindi se tu vevas fat l’alpin tu eras daventât un om serio e di fiducia. Al era a Paluça il grup dai alpins in congjedo, dulà che tancj clevolans a si erin agregâts e iscrits. Ma la famea dai alpins a cresseva e a si sentiva la esigjenza di stacâsi e creâ un grup nosti tal paîs. Cussì dal ’59 al è nassût il grup dai alpins di Cleulas. Encja chê zornada a è restada ta memoria dal nosti paîs. As erin invidadas dutas las autoritâts militârs e civîls, un pichet di alpins “in armi” di rapresentança, la fanfara da Julia, gagliardets e sostegnidôrs di ogni paîs vizin e dopo duta la pussission dai nostis alpins cui cjapiei e la pena biela dreta cun ornaments dai colôrs da bandiera. La zoventût a veva preparât arcs, bandierinas, manifescj inegjants ai alpins e flodrât il paîs. In chel dì las fantatas si erin vistidas a la vecja, cui scarpets das rosas e fazolets colorâts cu las pinias. Tant di messa al è stât benedet il gagliardet e dopo a è tacada la vera fiesta. Sunadôrs e cjants pardut il paîs fin sera, una zornada movimentada in buina compagnia e scleta alegria. Il prin president al è stât Cesâr. Encja i alpins di chê volta ogni tant ai organizzava cualche gjita.

Pro Loco e Polisportiva – Dopo i agns Sessante, Fredo da Temau, ch’al era denti ta mignestra da politica e ta Comunitât Montana al veva simpri il desideri di unî i paîs di Temau e Cleulas. A je vignuda la ocasion cuant che al à savût che la Regjon a vorès dât contribût as novas associazions a pro da comunitât. Cussì, tirât dongja cualchi persona disponibil e di buina volontât dai doi paîs, al à formât la Pro Loco Timau-Cleulis e la Polisportive Timau-Cleulis. Plui socios a erin e plui fuarça a voressin vût pal intarès da nosta int. A è començada cussì la “Sagra dai Cjalsons” di Sant Svualt a Cleulas, il concors dal “balcone fiorito” che ta zuria al era Gjiso Fior da Verzegnas, poeta di granda fama pal so amôr pal Friûl, pa nosta lenga, pas nostas tradizions, il concors dai cuadris murâi su cualchi façada e atas ativitâts, cussì encja a Temau, la sagra da Madona d’Avost, la mostra das cjaras, e v.i. E la Polisportiva tal so campo a era in granda ativitât in plui specialitâts. No podìn però pensâ che al fos stât propit dut biel e ducj dacordo in chê volta. Vin det che a fasevin encja cualchi barufa e cjocas i oms, e las feminas ogni tant tu las sintivas a berlâ, cavinlantsi par piçulas roubas: un passaç, un troi, un confin o pai fruts. A si era costrets a tocjâsi prin o dopo, vivint cussì “comedon a comedon”, no simpri a vevin pazienza e i marums prin o dopo ai saltave fûr, al era il lôr mût di dialogo. Dopo la sfuriada tal zîr di puoc ai tornave come prin, forsi encja par necessitât, ch’al era impussibil vivi par conto so. E ogni tant dispiets ch’a no erin simpri par scherç. Ma coma che disevi tal ben e tal mâl si viveva ducj insiema. E s’a nus era restât cussì tant tal cûr, che incjemò nus emoziona a ricuardâ, a vûl dî che al era plui ben che mâl. Ma diseimi se dut chest nol era vita, solidarietât, agregazion, cultura, istruzion, umanitât, semplicitât, amôr pal paîs e fra la int, encja se doma picjâts ator dal tor.

Silvia Puntel


Donatori sempre più giovani

agosto 1, 2011

Sabato 2 aprile, la locale sezione dei donatori di sangue ha tenuto la sua annuale assemblea; la serata è iniziata alle 19, con la S. Messa – presenti i labari delle sezioni dell’Alto But – per poi proseguire con i lavori dell’assemblea. Le relazioni, morale e finanziaria, lette dal presidente e dal segretario di sezione sono state entrambe votate all’unanimità. Per la serata ci ha onorato della sua presenza il presidente Afds, Peressoni, il quale è rimasto gradevolmente impressionato dalla giovane età media dei donatori, e nel suo discorso ha elogiato questa partecipazione, auspicando un prosieguo così entusiasmante anche per il futuro, spiegando l’importanza e il significato che il Dono del sangue con il passare degli anni e l’incalzare della tecnologia sta assumendo e il bisogno sempre in crescita, che lo stesso comporta. Si è poi passati a premiare i benemeriti: Claudio Bellina, Michela Kofler, Giordano Maieron, Fabiano Puntel, Wally Puntel. Un grazie unanime dei presenti per i nuovi donatori (9), per le donazioni annuali, che sono state 109, e per le donazioni in autoemoteca (36): una buonissima media per un piccolo paese come Cleulis. La serata è poi proseguita con un convivio condiviso insieme ai rappresentanti delle sezioni limitrofe e dei nostri donatori a cui va il grazie del consiglio direttivo Afds di Cleulis.

Sereno Puntel, pres. Afds Sezione Cleulis


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